«Addio» è il saluto più bello

29ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

«Addio» è il saluto più bello

Is 45,1.4-6; Sal 96; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

Dire “addio” non è abbandonare una persona a se stessa, ma riconsegnarla, restituirla a Dio, aiutandolo così a ricomporre il Suo “tesoro”.

Una domanda piuttosto attuale, quella fatta a Gesù, visto il ritorno prepotente della crisi economica a causa della pandemia: «è giusto pagare le tasse?»

Facile proporre l’anno bianco fiscale per risollevare le piccole-medie imprese costrette al lockdown… ma poi lo Stato dove li prende i soldi per soccorrere la Sanità e pagare la cassa integrazione a chi rimane senza lavoro?

Se imboccassimo questa discussione apriremmo una questione spinosa e infinita… E – per di più – non è la strada che ha preso Gesù a suo tempo. O – per lo meno – Lui non si è fermato alla questione delle tasse.

Come al solito, Gesù, ha colto l’occasione di una domanda maliziosa per aiutare tutti a cambiare prospettiva, a guardare più in alto.

Il cristiano è anzitutto un cittadino

Invitando a dare a Cesare ciò che è di Cesare, Gesù ci ricorda che – seppur credenti – non siamo “angioletti” di puro spirito, o “marziani” che vivono su un altro pianeta; è vero che – in quanto discepoli del Cristo – non siamo del mondo, ma siamo nel mondo (cfr Gv 15,19; Gv 17,13-17), e quindi dobbiamo comportarci da cittadini onesti ed esemplari.

Il primo luogo di evangelizzazione di un cristiano non sono la chiesa e le aule del catechismo, ma è proprio il mondo, la società nella quale vive, e nella quale deve testimoniare la verità, agendo come il lievito nella pasta (cfr Mt 13,33).

Vivere da buoni cittadini significa:

  • interessarsi della politica (intesa come il buon governo della pòlis – la città, ovvero i luoghi della convivenza civile),
  • battersi per la giustizia e l’equità sociale,
  • lavorare per il bene di tutti,
  • avere uno spirito ecologico (nel rispetto di quella “casa comune” che è il mondo) e contribuire a costruire un’economia che non sia basata solo sul denaro e sul profitto.

In quest’ottica anche il pagare le tasse è un modo per contribuire ai bisogni di tutti, ed evaderle (con la scusa che il fisco è troppo esoso) non fa altro che peggiorare la situazione, obbligando lo Stato ad introdurne di nuove per sopperire all’ammanco causato dall’evasione e dall’elusione fiscale.

«Mens sana in corpore sano»

Il cristiano sa bene che se la società civile è malata è praticamente impossibile vivere una sana e proficua vita di fede: un po’ come quando non si riesce a pregare perché si ha un forte mal di testa o di denti.

Vivere nell’anarchia – dove ognuno pretende di essere legge a se stesso e tutti vogliono comandare – rende impossibile anche l’annuncio del Vangelo. Perciò – per quanto l’ordine costituito sembri non aver nulla a che fare con la fede – la pace sociale (che passa necessariamente attraverso la ricerca della giustizia) è una condizione fondamentale del vivere nell’attesa della Gerusalemme celeste (cfr Ap 21).

La prima comunità cristiana l’aveva ben capito, pur vivendo in una situazione di forte prevaricazione da parte dell’Impero romano: ne sono testimonianza alcuni passaggi chiarissimi delle lettere di san Paolo e san Pietro, che raccomandano di essere obbedienti alle autorità e alle leggi umane vigenti (cfr Rm 13,1-7 e 1Pt 2,13-17).

“Restituire”: perché siamo solo amministratori

Come dicevo sopra – anche di fronte a questa ennesima questione capziosa – Gesù non si limita a rispondere a una domanda, ma invita ad andare oltre, a spostarsi su un altro piano: infatti – alla richiesta sulla liceità del pagare il tributo all’Imperatore – cambia il verbo da “pagare” a “rendere” (ovvero: “restituire”).

Non è solo una sfumatura lessicale o un “giochetto” per togliersi dagli impicci. “Restituire” lascia intendere che quello che hai in mano non è tuo, non ti appartiene: è solo in prestito, e lo devi amministrare per i tuoi bisogni, fintanto che ti serve.

Questo è un lampo abbagliante anche per noi: quante volte diamo un valore spropositato al denaro e non ci ricordiamo che esso non è qualcosa da accumulare a dismisura, ma solo un mezzo da spendere per acquistare ciò di cui abbiamo bisogno?

Abbiamo ascoltato diverse parabole sulla ricchezza nei mesi scorsi, e ogni volta abbiamo detto che a Gesù non facevano problema i soldi in sé, ma un uso idolatrico e servile dei beni, come nel caso del ricco stolto.

Non ti serve a nulla accumulare spasmodicamente e avidamente, se poi – per spilorceria – non compri nemmeno quello che ti è necessario per vivere e curarti della tua salute!

Inoltre, bisogna essere così liberi nel rapporto col denaro da essere disposti anche a spenderlo tutto per guadagnare ciò che vale veramente, come la perla preziosa e il tesoro nascosto nel campo (cfr Mt 13,44-46).

Due tipi di proprietà

Adesso però andiamo più avanti, dove Gesù ci vuole condurre; oltre a cambiare il verbo (da “pagare” a “rendere”), il Maestro introduce un altro “esattore”: Dio.

Abbiamo detto che il denaro è solo un mezzo, una convenzione inventata dalle società per stabilire scambi commerciali; esso porta impresso il marchio di chi esercita il potere e il controllo su questo sistema…

Cosa – invece – porta l’immagine di Dio?

Tutto il creato porta l’immagine del suo Creatore, ma in particolare l’uomo, che è stato fatto «a Sua immagine e somiglianza» (cfr Gen 1,26).

Detto questo ci rendiamo subito conto che il rapporto e il legame che c’è tra il potere e il denaro e quello che – invece – c’è tra Dio e la sua creatura è ben diverso. Nel primo caso c’è la rivendicazione di un possesso, di una proprietà; nel secondo c’è la dolcissima consapevolezza di un’appartenenza e di una parentela.

Quella sulla moneta è solo la rappresentazione standardizzata di un padrone che esige il pagamento di quanto arroga a sé per diritto; quella che si intravede nei lineamenti dell’essere umano è il richiamo alla natura divina, a quella vita eterna che Dio ha soffiato in noi fin dall’origine del mondo.

Dio non si arroga alcun diritto su di noi, e quando dice che siamo «sua proprietà» intende dire che si prende cura di noi, come fa un padre col figlio, così che non gli accada alcun male (cfr Ml 3,17).

Restituire a Dio

Cosa significa allora «rendere a Dio ciò che è di Dio»?

È anzitutto riconoscere che siamo «Sua proprietà», ovvero: noi siamo quanto Dio ha di più prezioso, le Sue “monete”, il Suo tesoro.

Per questo tesoro Dio è disposto a sacrificare tutto! Pur di riaverci “butta all’aria il mondo”, come la donna della parabola che ribalta la casa per trovare la moneta che aveva perduta! (cfr Lc 15,8-10)

Dobbiamo uscire dalla mentalità di oggi, in cui l’uomo pensa di essere padrone di se stesso e del mondo intero e di non dover rendere conto di nulla a nessuno (come denunciavo già qualche domenica fa commentando la parabola dei vignaioli omicidi).

Tutto quello che abbiamo e che siamo l’abbiamo ricevuto da Dio, e dovremmo ripeterci come un ritornello assillante il monito di san Paolo:

«tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (cfr 1Cor 3,21-23).

Ripristinare l’immagine di Dio

Per la nostra crescita spirituale sarebbe importante ripetere spesso, nell’intimo del nostro cuore, questa verità: «Sono fatto a Tua immagine e somiglianza, Signore! Sono il Tuo tesoro!»

Ci aiuterebbe a capire che non apparteniamo a nessun altro che a Lui (nemmeno a noi stessi dobbiamo appartenere!), che solo restituendoci a Dio che ha “coniato” in noi la Sua immagine diventiamo quello che siamo: riflesso del Suo splendore.

Scriveva il grande san Gregorio di Nissa, Padre della Chiesa:

«Non il cielo è un’immagine di Dio, né la luna, né il sole, né la bellezza degli astri, né alcunché di ciò che si può vedere nel creato. Tu solo sei stato fatto immagine della Realtà che supera ogni intelligenza, somiglianza della bellezza incorruttibile, impronta della vera divinità, ricettacolo della beatitudine, sigillo della vera luce».

E come le monete di metallo perdono il loro valore quando – per usura o utilizzo improprio – si cancella l’immagine del conio, così anche noi rischiamo di perdere il nostro “valore” quando lasciamo sbiadire e consumare l’immagine di Dio stampata in noi a causa del peccato, che deforma la nostra identità e il “marchio” della nostra origine divina.

Dobbiamo a tutti i costi evitare che questo accada, perché ciò sarebbe una disperazione per il Signore! Anzi: dobbiamo “lucidare” la nostra vita con i Sacramenti, fino a far riapparire tutto lo splendore originario dei lineamenti divini impressi in noi fin dal nostro Battesimo.

Aiutiamo Dio a recuperare il Suo tesoro

Ognuno di noi ha il compito quotidiano di restituire a Dio arricchite e “abbellite” le persone più vicine (la moglie, il marito, i figli, i propri amici e colleghi di lavoro, i propri parrocchiani…), ma – in questa Giornata Missionaria Mondiale – mi piace leggere questo invito in un’ottica universale.

pulire la moneta che siamo noi per ripristinare l'immagine di Dio

In quanto cristiani siamo tutti missionari. Tutti siamo invitati ad alzare lo sguardo e scorgere quante persone hanno ancora bisogno di essere aiutate a capire a chi appartengono, un po’ come un’antica moneta ossidata dai secoli, di cui non si legge più l’immagine e l’iscrizione, ma che – una volta lucidata – torna a splendere in tutta la sua magnificenza e acquista un valore immenso.

Come missionari del Vangelo siamo chiamati ad aiutare tutti gli uomini (dai più vicini ai più lontani, fino ai confini del mondo) a scoprire che portano in sé l’immagine gloriosa di Dio Creatore e di Gesù Salvatore, che fanno parte del Suo Tesoro, e che sono attesi nel “forziere d’oro” che è il cuore stesso di Dio, da cui sono usciti all’inizio della loro vita terrena.

Aiutiamo il Signore a recuperare tutti i Suoi tesori!

Il vero senso della parola “addio”

Termino consegnandovi un’ulteriore spunto di riflessione (che poi è il titolo che ho dato a questa omelia).

Avete mai pensato a cosa significhi veramente la parola “addio”? Generalmente a noi vengono in mente solo scene struggenti, di grande tristezza e abbandono, che suggeriscono un distacco definitivo e doloroso.

In realtà l’etimologia di questa espressione è «ti raccomando a Dio».

Non è sempre facile dire “addio”, perché siamo inclini a legarci troppo anche alle persone, come fossero una nostra proprietà (pensiamo alla fatica dei genitori di lasciar iniziare ai propri figli una loro vita indipendente, per quanto la separazione non sia quasi mai totale e definitiva).

Dire “addio” – però – non è abbandonare una persona a se stessa, lasciarla andare nel vuoto, ma riconsegnarla a Dio che ce l’aveva affidata o messa a fianco per un tratto di strada. E dobbiamo riconsegnargliela con gioia e orgoglio, come il primo e il secondo servo nella parabola dei talenti che ascolteremo tra poco meno di un mese.

“Addio” – quindi – non è un saluto tragico e doloroso, ma sapere che – anche grazie a noi – Dio sta pian piano ricomponendo il Suo tesoro, riempiendo il Suo “forziere” di tutte quelle “monete” che portano la Sua immagine gloriosa.

E – una volta riempito quel “forziere” – ci farà partecipi tutti della Sua ricchezza, dicendoci:

«prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21).