23 dicembre – 7° giorno della Novena di Natale

Ml 3,1-4.23-24; Sal 25; Lc 1,57-66

Se c’è un’espressione che mi dà i nervi è «si è sempre fatto così», soprattutto quando è la facile scusante per evitare la fatica di mettersi in discussione e aprire lo sguardo a nuovi orizzonti.

Intravedo una parafrasi di questa espressione nell’obiezione di quelli che erano entrati in casa di Zaccaria ed Elisabetta per circoncidere Giovanni otto giorni dopo la sua nascita:

«Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».

Certo, è una cosa importante il nome, dato che una persona se lo porterà “addosso” per tutta la vita: ad esso reagirà ogni qualvolta lo sentirà pronunciare. Nella società ebraica la questione era ancor di più seria, poiché il nome rappresentava tutta l’essenza e la natura di una persona (o di un luogo).

Se prevale la tradizione, la Parola di Dio diventa “lettera morta”

La scelta del nome (come tutte le cose importanti) era prerogativa maschile (le donne avevano solo il compito di partorire e crescere i figli); non aveva nulla a che vedere con la volontà divina, ma solo con il clan famigliare, il rispetto delle tradizioni degli anziani e degli avi.

Spesso nella storia della Salvezza Dio stesso era intervenuto per dare o addirittura “cambiare in corsa” il nome di una persona, come per Abramo (cfr Gen 17,5); ma evidentemente la Scrittura già allora veniva considerata “lettera morta” o un insieme di racconti edificanti.

Per chi crede cambia tutto

Anche Zaccaria, per il suo immobilismo e la sua paura davanti alla novità di Dio, aveva rischiato di buttare tutto all’aria.

Ma nove mesi di silenzio, ascolto e contemplazione dell’opera divina che cresceva sotto i suoi occhi lo hanno aiutato a tornare giovane nel cuore. E così, in casa sua, saltano tutti gli schemi.

Ora una donna parla e si impone (!), al centro della scelta del nome c’è la volontà di Dio, l’orizzonte non è più il piccolo “orticello” del clan famigliare, ma il disegno di Dio, che erompe nella vita di due anziani coniugi (come spesso aveva già fatto in passato per tante coppie di sposi: Abramo e Sara, per esempio).

«lo chiamerai Giovanni», aveva detto l’angelo. E così sarà.

Finalmente Zaccaria obbedisce, rompe la corazza del ruolo sacerdotale dietro la quale si era sempre rifugiato e diventa un uomo nuovo. E finalmente si riapre la sua bocca e si scioglie la sua lingua: ora è capace di annunciare le opere di Dio (ma lo vedremo nel vangelo di domani).

Non è un cambiare tanto per cambiare

La conversione è un cambiamento necessario, ma non può avvenire se la regola è il fare come si è sempre fatto. Anche il peccato è consuetudine dell’essere umano, ma conveniamo tutti (almeno noi credenti) che sarebbe il caso di finirla coi peccati prima o poi, no?

Ma attenzione: conversione non è il cambiare tanto per cambiare. Purtroppo al giorno d’oggi vige la regola dell’usa e getta, del consumismo sfrenato, dove si cambia solo per il gusto del nuovo, non per reale necessità. E ciò non vale solo per il cellulare (per avere l’ultimo modello), ma anche nelle relazioni (amicizie, rapporti di coppia).

Così, ciò che andrebbe cambiato (la propria vita vecchia e stantia) non lo si cambia perché è faticoso (come la conversione, per l’appunto), e invece si continua a buttare nel cestino un sacco di cose di valori che non solo andrebbero mantenuti, ma rafforzati (come la fede in Dio e la fiducia reciproca tra le persone).

Oltretutto lo si fa con un processo distratto e sommario, che rischia di buttare il bambino con l’acqua sporca.

La novità del Vangelo

Nella “conversione” di Zaccaria si vede anticipata la novità dirompente del Vangelo, la dimostrazione plastica della parabola di Gesù:

«Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!» (Mc 2,21-22)

Dio vuole che ci convertiamo, ovvero che diventiamo «otri nuovi» pronti ad accogliere il «vino nuovo» che è il Vangelo, il Figlio Suo, la Parola Nuova fatta carne.


* È questo che dobbiamo fare perché avvenga il Natale in noi. Siamo pronti?