Amare è una cosa da bambini! 27ª Domenica del Tempo Ordinario (B)

Amare è una cosa da bambini

Se vogliamo re-imparare ad amare, dobbiamo andare a scuola dai bambini, che nel loro cuore “elastico” hanno spazio per tutti e non gettano via nessuno|

Gen 2,18-24; Sal 128; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il vangelo di questa domenica termina raccontandoci nuovamente il “difficile” rapporto dei discepoli coi bambini:

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me…»

Vien da chiedersi cosa c’entrino i bambini nel contesto di questo brano, che inizia con una disputa sul divorzio intavolata dai farisei…

È forse una svista redazionale dell’evangelista o dei suoi revisori?

Credo di no: sono convinto che Marco abbia accostato i due fatti proprio per proporre i bambini come chiave di lettura del messaggio di Gesù sull’amore nuziale.

Maliziosi e maligni…

I farisei non erano venuti da Gesù per capire come vivere bene il matrimonio, ma solo «per metterlo alla prova»: come sempre, avevano il cuore indurito (in greco scleròtico).

La loro era solamente una domanda maliziosa su una questione legale e “scolastica”, per vedere se Gesù si sarebbe schierato tra i rabbini “conservatori” o quelli “progressisti”.

Non avevano pensato nemmeno un attimo a quanto dolore possa esserci in una situazione di separazione matrimoniale (esattamente come faranno i sadducei qualche capitolo più avanti riguardo alla vedovanza: cfr Mc 12,18-27).

Capita anche a noi – purtroppo – di parlare di argomenti delicati così, in modo frivolo e irrispettoso, senza badare al fatto che magari qualcuno che ci ascolta possa rimanerne ferito… è una cosa nella quale dobbiamo convertirci!

Oppure semplici e teneri?

Pure i bambini – spesso – entrano in un argomento a sproposito, senza sapere cosa dicono… ma non lo fanno certo con intenzioni malvage o aria smaliziata.

Loro chiedono spiegazioni, sono curiosi… e soprattutto guardano e vedono il mondo con occhi puri, perché loro non hanno secondi fini: a loro interessa solo capire, per stare tranquilli nel cuore.

Accostando la disputa sul divorzio con il fatto dei bambini (che Gesù desidera accogliere e proporre come esempio), Marco ci sta dicendo che solo i piccoli possono entrare in un argomento così spinoso dalla “porta giusta”: la curiosità semplice di chi non sa vedere il male da nessuna parte.

I bambini non usano la conoscenza e le idee come motivo di disputa o litigio: si accontentano di una spiegazione – magari anche banale – solo per mettere in pace il loro cuore, che cerca di capire il mondo.

Troppo piccoli per capire?

Ma cosa ne sanno i bambini del matrimonio e dei problemi annessi? Di legislazione, di “lecito” o “illecito”, di conveniente o sconveniente?

Ne sanno veramente poco – è vero – e proprio per questo non potranno mai capire il divorzio come lo intendono gli adulti: avvocati, tribunali, leggi, diritti e doveri…

Ma – a differenza degli adulti – sanno bene cosa voglia dire Amare, chiedere scusa e perdonare.

In questi argomenti non sono loro ad essere “troppo piccoli”, ma noi adulti ad essere “troppo grandi”, come recita la dedica iniziale de Il Piccolo Principe:

«Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano» (Antoine De Saint-Exupéry).

…o così piccoli da sapere ancora Amare?

Per questo, per loro ogni frattura o incomprensione dentro la vita di coppia dei loro genitori rimane inspiegabile e inaccettabile, e se ne escono – candidamente – con un

«perché tu e la mamma non tornate insieme? Non basta che fate la pace?»

I bambini sanno che – quando si litiga – le cose si possono riaggiustare, che se hanno detto all’amico «ti stacco l’amicizia», possono tornare sui loro passi e dirgli «vuoi essere ancora il mio amico?»

I bambini utilizzano l’antica “arte del rammendo”: per loro nulla è irreparabile.

Siamo noi grandi – forgiati dalla società dell’usa e getta – che buttiamo tutto nell’immondizia quando una cosa non va più (o non ci va più).

I bambini sanno accogliere

Prendendo ancora una volta i piccoli come esempio, Gesù dice:

«Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».

La caratteristica unica dei bambini è saper “accogliere”: è il loro modo di essere, di vivere, di Amare.

Il bambino accoglie, l’adulto – invece – cerca di possedere, di appropriarsi delle persone, come fa con le cose: per questo le “getta via” quando crede di poterne fare a meno o di aver “trovato di meglio”.

Nel cuore del bambino c’è spazio per tutti, perché è “elastico”, “espandibile” all’infinito; in quello dell’adulto – invece – c’è posto per pochi, sempre più pochi (fino ad esserci posto solo per se stesso).

Questa è la “sclerosi” del nostro cuore, ormai così indurito da non commuoversi più nemmeno di fronte alle sofferenze altrui: quante volte Papa Francesco ci ha detto che siamo malati di indifferenza, e viviamo nella globalizzazione dell’indifferenza!

Le delusioni, i rancori, le invidie, le gelosie, i sospetti che abbiamo vissuto hanno ridotto sempre più la capacità del nostro cuore di dilatarsi.

Abbiamo ripetuto più e più volte: «un po’ va bene, ma a tutto c’è un limite!», e così ci siamo chiusi in noi stessi, dopo aver sbarrato con spranghe e chiavistelli i battenti del nostro essere.

Di solitudine si muore

I bambini sono come Dio: non riescono a stare da soli: pur di non rimanere soli, si inventano addirittura degli “amici immaginari” con cui giocare, a cui raccontare se stessi.

Alcuni commentatori (antichi e moderni) suppongono che il primo a “sentirsi solo” sia stato Dio, e proprio per questo motivo abbia creato l’essere umano.

Ovviamente non si può affermare che Dio avesse bisogno dell’uomo (nel senso più letterale del termine), dato che Egli è perfezione assoluta e non manca di nulla… ma è bene ricordare che Dio è relazione (noi cristiani crediamo che questa relazione si realizzi dentro la vita trinitaria di Dio).

E proprio per questo – avendoci creati a Sua immagine e somiglianza – sa che

«Non è bene che l’uomo sia solo».

Come narra la prima lettura (che Gesù riprende pari pari nel Vangelo) in principio Dio fece l’uomo e la donna perché fossero l’uno l’aiuto dell’altro, ben sapendo che di solitudine si muore.

È una malattia tutta dei “grandi” quella del rinchiudersi da soli nel proprio guscio, soprattutto quando le relazioni diventano difficili e devono passare attraverso la riconciliazione e il perdono.

Mentre il bambino – come dicevo sopra – dopo un litigio dice subito «facciamo pace?», l’adulto «se la lega al dito», e – piuttosto di ricucire le relazioni – muore nella sua solitudine.

Un continuo suicidio

L’uomo si riduce in solitudine a forza di porsi “al centro del mondo” come dominatore, (come Adamo, che – dopo aver dato un nome a tutti gli animali – «non trovò un aiuto che gli corrispondesse»).

Si rintana nella solitudine l’uomo che fa tacere il vuoto profondo del suo cuore (che è fatto per la relazione), riempiendolo di cose invece che di persone.

Rimane solo l’uomo che guarda gli altri cercandovi conferme alle proprie idee, e non degli interlocutori, che pretende che gli altri siano solo uno specchio di sé e non delle libertà che lo interpellano.

Si suicida nella propria solitudine l’uomo che non sa più sognare.

Il sogno di Dio

I bambini sanno sognare sempre nuove amicizie e nuove relazioni; un po’ come il sogno bellissimo che deve aver fatto Adamo quando

«Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto e formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo».

È il sogno di Dio colmare le solitudini, ed era il sogno dell’uomo, come affermano anche altre culture e religioni (viene in mente la simpatica gag di Aldo Giovanni e Giacomo sul mito delle metà, nel Simposio di Platone).

Fin dalle sue origini, l’essere umano è continuamente in cerca di qualcuno da amare e da cui essere amato, eppure – paradossalmente – continua a costruire solitudini!

Il progetto originario

Dio ci ha creati per la relazione, per l’amicizia, la fratellanza, l’Amore; perciò, quello che riguarda l’uomo e la donna nel patto nuziale, è il simbolo e l’archetipo di qualcosa di grande che interpella tutti, anche i single, anche i celibi (come noi preti)!

Per questo l’apostolo Paolo – parlando del matrimonio – scriveva:

Nessuno ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! (Ef 5,29-32)

Ogni amore e amicizia che viviamo a livello umano si iscrive dentro questo progetto misterioso di Dio che è il Suo Amore immenso per l’uomo, e che si configura nell’Amore fedele di Cristo-Sposo per la Sua Chiesa-Sposa.

«L’Amore è da Dio» (cfr 1Gv 4,7), è voluto da Dio, non è un progetto o un’invenzione nostra: per questo dobbiamo smetterla di crederci “già imparati”, e abbiamo bisogno di metterci tutti alla Sua scuola, per re-imparare ad Amare.

E – soprattutto – abbiamo bisogno di “sciogliere” la durezza del nostro cuore, uscendo dai cavilli di legalismi iniqui, per tornare a costruire relazioni libere e sincere, come facevamo da bambini.

L’Amore che Dio chiede agli sposi e a tutte le creature è chiamato ad essere uguale al Suo: un Amore sempre fedele, paziente, disposto ogni volta a ripartire da capo e ad arrivare fino in fondo, fino al dono totale della propria vita:

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Dio continua a crederci, a scommetterci. E noi?