Ancora un anno. 3ª Domenica di Quaresima (C)

lascialo ancora quest’anno

Non siamo noi a dover implorare Dio che abbia ancora un po’ di pazienza: ci pensa ogni giorno Suo Figlio, che nell’Eucaristia chiede al Padre di perdonarci|

Es 3,1-8.13-15; Sal 102 (103); 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

Quante volte al giorno sentiamo raccontare di fatti tragici? Basta accendere la TV, leggere il giornale, guardare Facebook sul telefonino…

Continui femminicidi, figli che uccidono i genitori per soldi… per non contare la pandemia di cui non vorremo più parlare (ma i contagi stanno nuovamente risalendo), la guerra in Ucraina, il terremoto in Giappone col rischio tsunami

Sono gli argomenti più dibattuti tra la gente comune, purtroppo: siamo tutti cronisti di cronaca nera. Il bene non fa notizia.

Dio è arrabbiato?

E ogni volta che si narrano questi fatti qualcuno parte col ritornello: «sta arrivando la fine del mondo! Dio si è arrabbiato!»

Ancora con questa storia!

No! Dio non è arrabbiato e non sta mandando punizioni sulla terra! L’ho detto mille volte e lo ripeto ancora.

E se non bastassero le mie parole, oggi ci pensa Gesù, a scardinare in modo chiaro, netto e definitivo l’equazione peccato = ira di Dio:

«Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico… O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico…»

Non c’è nessuna relazione tra il peccato degli uomini e la loro sorte: siano essi dei furfanti come i Galilei fatti uccidere da Pilato (perché pare avessero preso l’occasione di una festa religiosa per sobillare la folla e tentare una rivolta), siano – invece – dei malcapitati sotto il crollo di un edificio pericolante.

Se osserviamo bene, la maggior parte delle tragedie hanno come causa ultima la cattiveria umana (sotterfugi, imbrogli, gelosie, avidità…); ma anche quelle che non trovano una causa razionale e preventivata, non hanno dietro la mano vendicativa di Dio.

Se il Signore dovesse davvero ripagarci per quello che meritiamo, il mondo non esisterebbe già più fin dall’inizio: dal peccato di Adamo ed Eva, dal fratricidio di Caino ai danni di Abele…

Se non vi convertite…

Alla ferma negazione della relazione colpa-punizione di Dio, Gesù aggiunge un avvertimento:

«ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Cosa intende dire?

Che dobbiamo convertirci dall’immagine diabolica e perversa di Dio che portiamo dentro di noi, altrimenti la nostra sarà una morte tragica e ingiusta, in qualunque modo essa avvenga: violenta in un incidente o pacifica nel nostro letto per vecchiaia.

Gesù è venuto su questa terra per rivelarci il vero volto di Dio Padre.

La messa in guardia di Gesù non è una minaccia, ma l’invito a cambiare visione sulla vita, sulle cose, sul mondo e su Dio.

Se non lo faremo, moriremo tutti convinti di esserci meritati una punizione… e questo – badate – è ben peggio della morte stessa.

Non solo: convertirsi è imparare a leggere la storia (anche i fatti più tragici), non come un quadro da osservare dall’esterno, come asettici cronisti di qualcosa che non ci riguarda, ma come fratelli che provano compassione, che si sentono e si fanno partecipi del dolore degli altri, che si interrogano sul significato dell’esistenza, che cercano di prendere in mano il dolore e portarlo tutti assieme:

Portate i pesi gli uni degli altri… (Gal 6,2).

Il secondo “pallino” di Luca

Abbiamo detto che uno dei “pallini” del nostro catechista e compagno di viaggio di questo anno liturgico (l’evangelista Luca) è la preghiera… l’altro è la misericordia.

Domenica prossima ascolteremo la magistrale parabola del figliol prodigo e del padre misericordioso, ma già il vangelo di oggi ci aiuta a conoscere il volto misericordioso di Dio.

Nella parabola del fico sterile (che Gesù racconta subito dopo aver risposto alla provocazione iniziale) ci pare di individuare due figure contrapposte: il padrone pretenzioso di frutti e il contadino oltremodo paziente e indulgente.

Non dobbiamo fare l’errore di vedervi un “dio cattivo” (il padrone della vigna) e uno buono (il vignaiolo): la giustizia e la misericordia sono entrambe caratteristiche del Dio di Israele e del Dio annunciato da Gesù.

Quello che dobbiamo leggere in questa parabola è – anzitutto – il grande amore di Dio Padre, che ha mandato Suo Figlio nella “vigna” (che è il mondo) a cercare i frutti sperati ma ha trovato solo rifiuto, violenza e morte (cfr Lc 20,9-19: la parabola dei vignaioli omicidi).

Il Dio di Gesù

Però Dio – che ha tutto il diritto (ma soprattutto il desiderio) di aspettarsi dei frutti da noi – non ha mandato un “esattore delle tasse”, un “agente di recupero crediti”, ma il Suo amato Figlio, che non solo “paga di tasca propria”, con la Sua vita, ma invita il Padre ad avere pazienza e misericordia verso i Suoi fratelli:

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3,16-17).

Lo sentiremo dire – infatti – alla fine del racconto di Passione:

«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Il padrone della vigna che si lascia convincere dal vignaiolo ad attendere ancora un altro anno, è il Padre che ha mandato appositamente il Figlio nel mondo per esprimere tutta la Sua pazienza e misericordia, perché sapeva già che l’unico modo per salvare gli uomini non era pretendere da loro quanto Gli dovevano, ma lasciarsi impietosire e perdonarli.

Dio riscrive il “contratto”

Dio è quel “padrone” che – invece di esigere da noi il dovuto – straccia il “contratto” che non avevamo onorato e ne scrive uno nuovo:

Con lui [Cristo] Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe… perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce (cfr Col 2,13-14).

Quante volte Dio ha riscritto l’alleanza con gli uomini, per il fatto che quella precedente non era stata da essi onorata? La Sacra Scrittura è un continuo ritornare di Dio sui Suoi passi, ancora e ancora…

Prima l’alleanza con Noè, dato che «ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza» (cfr Gen 8,21-22 e Gen 9,12-17).

Poi l’alleanza con Abramo (cfr Gen 17); poi quella con Mosè sul Sinai, fatta, tradita e subito rinnovata (cfr Es 24 e Es 32 – 34).

Poi l’alleanza nuova, promessa attraverso i profeti (cfr Ger 31,31-34).

Infine l’alleanza definitiva, «fondata su migliori promesse», di cui il mediatore è Gesù (cfr Eb 8).

Dio rimane fedele per sempre

Tutta la Scrittura è il racconto dell’eterna e incrollabile fedeltà di Dio, che – di generazione in generazione – continua a farsi chiamare il Dio dell’alleanza. Ne è testimone anche la prima lettura di oggi, quando – di fronte a Mosè che si avvicina con curiosità – Dio si presenta così:

«Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe».

È un Dio che non viene mai meno alle Sue promesse, e che – soprattutto – non rimane indifferente davanti alle sofferenze umane (altro che punire gli uomini con le disgrazie che si meriterebbero!):

«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto…»

Ancora e ancora

Fino a quando durerà questa pazienza di Dio, questo Suo continuare a riscrivere l’alleanza invece che esigerne il rispetto?

Fino alla fine della nostra vita, come per il buon ladrone (cfr Lc 23,39-43); questo perché – come preghiamo nel Salmo Responsoriale:

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.

E non siamo nemmeno noi a dover implorare Dio che abbia ancora un po’ di pazienza, perché ci pensa ogni giorno Suo Figlio, quando – nel Sacrificio Eucaristico – risale sull’altare della Croce e implora il Padre di perdonarci, di avere pazienza con noi:

«lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime…»

Ancora una volta, anche quest’anno, ci dona un tempo di conversione, un’altra occasione di lasciarci plasmare da Lui, di lasciare che la Sua Parola, il Suo esempio di Amore infinito e vita donata ci “concimino” e ci aiutino a portare frutto.