2a Domenica di Quaresima

Gen 12,1-4; Sal 33; 2Tm 1,8-10; Mt 17,1-9

Nel primo passo del cammino di Quaresima il Signore ci ha voluti rassicurare che la nostra richiesta di non essere abbandonati nella tentazione è esaudita. La nostra fragilità non è lasciata sola ma gode della compagnia del Figlio obbediente del Padre.

Un cammino impegnativo

Nonostante ci sia assicurata la compagnia di Cristo, addentrarci nel deserto resta difficile: non è uno scherzo.

Perché nel deserto facciamo la prova delle nostre meschinità, del nostro cercare sotterfugi e scorciatoie davanti ad ogni difficoltà. E soprattutto facciamo l’esperienza spaventosa del dover rimanere da soli in ascolto, di noi stessi, degli altri, di Dio.

Questa fatica ad ascoltare viene messa alla prova anche nel secondo passo del cammino, che siamo chiamati a fare in questa seconda domenica di Quaresima.

La fatica dell’ascolto

Dio porta sul monte Pietro, Giacomo e Giovanni, non perché siano i più bravi, ma perché sono quelli che più hanno bisogno di ascoltarlo.

Pietro, perché non era nemmeno stato a sentire Gesù, e aveva preteso di insegnargli che un vero Messia non può andare incontro alla Croce (Mt 16,21-23).

Giacomo e Giovanni, perché – invece di mettersi nello spirito di Gesù – di fronte ai Samaritani che non Lo volevano accogliere, erano stati sul punto di mandare fulmini dal cielo (Lc 9,51-56).

Nella stessa situazione di questi tre, siamo pure noi.

Siamo discepoli: ovvero dovremmo stare in cammino dietro a Gesùma in realtà abbiamo sempre la tentazione di camminare noi davanti a Lui, di scegliere noi il percorso, di sapere noi qual è la strada giusta.

Come Adamo ed Eva nel racconto di domenica scorsa.

Invece di ascoltare Dio vogliamo che sia Lui ad ascoltare noi. Vogliamo dire noi a Dio come si fa a fare il “Padreterno”.

Una meta che non ci piace

Il motivo di questa pretesa è presto detto: il cammino della Quaresima (e della nostra vita) non ci porta a fare “una passeggiata” con Gesù: ci porta verso la Croce, e questo non ci piace.

Gesù l’aveva annunciato pochi giorni prima di incamminarsi verso il monte della Trasfigurazione:

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,24s).

Incontrare Dio sul serio

Il Monte alto, nella Scrittura, è sempre il luogo deputato all’incontro a tu per tu con Dio. I discepoli lo sanno.

Lo era stato per Mosè (Es 19); lo era stato per Elia (1Re 19), e prima ancora per Abramo (Gen 22).

Eppure il rischio è quello di andarci con lo spirito sbagliato, quello dell’abitudine, o della curiosità, un po’ come Mosè quando si imbatté nel Roveto ardente (Es 3,3).

Come se l’esperienza di Dio fosse una specie di “spettacolino” che possiamo ammirare distaccatamente, fintanto che non ci coinvolge troppo, finché possiamo fare semplicemente da “spettatori”.

È normale strabuzzare gli occhi davanti al volto luminoso di Gesù che ci anticipa la Pasqua e la Risurrezione.

Anche a noi viene la tentazione – come a Pietro – di dire: «Signore, è bello per noi essere qui!».

Anche noi vorremmo fermare il tempo e “bypassare” la vita (soprattutto le magagne e i sacrifici) per entrare direttamente in Paradiso.

Ci piace essere cristiani quando sperimentiamo la gioia e luce di Dio sulla nostra vita.

Non ci piace per niente quando ci accorgiamo che – prima di questa luce – si staglia – necessario e ineludibile – il cammino della Passione e della Croce.

Ascoltare Gesù è fidarsi di Lui

Sul Monte Gesù ci porta per aprirci gli occhi, ma soprattutto le orecchie.

Anche noi, soprattutto noi, abbiamo bisogno di prendere sul serio le parole di Dio che escono dalla nube: «Questi è il Figlio mio, l’amato… Ascoltatelo».

Non si tratta più di proclamare solo a voce che Gesù è il Figlio di Dio (come Pietro, che qualche giorno prima era uscito spavaldo con quel «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»).

Adesso si tratta di fidarsi di Lui come tale, e quindi ascoltarlo, prenderlo sul serio, obbedirgli, e seguirlo.

Dobbiamo trasformarci, trasfigurarci anche noi: da semplici spettatori ad ascoltatori sinceri.

Come Abramo (nella prima lettura), che di fronte al comando di Dio si fida ciecamente e lascia tutte le sue sicurezze, obbedendo all’ordine di Dio.

Dal Tabor si vede già il Calvario

Quello che Gesù ci ha portati a vedere sul monte della Trasfigurazione non è un “bello spettacolo”: è il cammino che ci attende, il cammino della Croce.

Ancora una volta Lui ci rassicura che in questo cammino non siamo soli («Alzatevi e non temete»), che non ci abbandona nel momento della prova, che ci accompagna – anzi – ci precede.

Ma è ora di andare, non possiamo più indugiare.

La strada ora la sappiamo… dal Tabor si intravede un’altro Monte: il Calvario.