19a Domenica del Tempo Ordinario

Sap 18,6-9; Sal 33; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

Il filosofo Sir Francis Bacon scriveva: «Il tempo è denaro» (Essays, 1597).

Inizio con questa citazione per dire che – se nel brano di domenica scorsa Gesù ci istruiva su un corretto rapporto con le cose (i beni), in quello di oggi ci esorta ad un corretto uso del tempo.

D’altro canto, anche il tempo è un bene prezioso che ci viene donato ogni giorno.

E il rischio di considerarlo come “proprietà privata” di cui posso disporre a mio uso e consumo senza ricordarmi che invece è un dono (e perciò un compito) era già stato ventilato nella parabola del ricco stolto di settimana scorsa.

Il tempo è prezioso

Vi è mai capitato di arrabbiarvi per persone che – in quanto ritardatari cronici – vi fanno perdere un sacco di tempo?

«La puntualità è la prima forma di rispetto!»… è una frase che dico spesso anche io, puntiglioso, precisino e fiscale come sono nel rispettare i miei impegni e la parola data…

Perdere tempo ci fa innervosire. E ci fa capire che davvero lo riteniamo qualcosa di “nostro” che siamo difficilmente restii a farci sottrarre da altri.

Infatti, altri modi di dire frequenti sono «non ho tempo da perdere» o «non farmi perdere tempo».

O anche (come scusa) «mi spiace, ma adesso non ho tempo».

Di tempo invece ne dedichiamo a bizzeffe per le cose che ci interessano, senza badare a spese… basta leggere i risultati impietosi delle indagini sul tempo (sempre crescente) sprecato online dalle persone, giovani e non…

Per non sprecare il tempo… lo si butta

Appurato che per tutti il tempo è qualcosa di prezioso, che siamo disposti a “perdere” solo per chi (o per cosa) ci interessa davvero, è splendido il messaggio della Parola di Dio di questa domenica.

Gesù invita i suoi discepoli a usare il tempo per… attendere.

Ma aspettare è proprio ciò che ci costa più fatica!

L’attesa – se già spazientisce quando è di persone ritardatarie – è addirittura assurda quando manca persino la certezza che il “qualcuno” o il “qualcosa” che si sta attendendo possa arrivare per davvero.

Viene in mente l’opera simbolo di Samuel Beckett Aspettando Godot, dove l’attesa snervante di qualcuno che non arriva mai, rappresenta l’assurdità della vita stessa e del tempo che scorre vuoto e inesorabile.

Allora l’unica reazione possibile e automatica sembra essere quella del servo della parabola che dice «in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e comincia a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi».

Un vero e proprio «ammazzare il tempo», come si usa dire. Ovvero riempirlo di altrettante assurdità solo per vincere la noia… e vediamo a quali catastrofi porta molti giovani di oggi (quelli che per “sentirsi vivi” gettavano sassi dai cavalcavia delle autostrade, o davano fuoco ai barboni e senzatetto…).

Il tempo è il dono più vero e più bello

Chi è che sa aspettare anche quando pare assurdo perché niente o nessuno sembra mai arrivare? Solo chi ama!

Una mamma che ha un figlio adolescente sa bene cosa possa significare passare la notte in bianco fin quando quello non rincasa dopo un sabato sera in discoteca…

Gesù oggi ci dice

«dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore»

Ecco la spiegazione: sono disposto a dedicare, anche a sprecare il mio tempo, solo per chi (o cosa) amo.

Siamo disposti a “barattare” il prezioso “tesoro” del nostro tempo solo con un tesoro altrettanto prezioso, anzi, ancora più prezioso.

Non sta a guardare l’orologio l’innamorato che è finalmente in compagnia della sua amata. E dimentica immediatamente il tempo in cui è rimasto in ansia (e impaziente) ad attendere il suo sopraggiungere.

È in queste situazioni che ci rendiamo conto di come il tempo sia davvero prezioso, ma non in termini contabili e di denaro.

Il tempo che dedico o mi è dedicato non ha prezzo. Non si può contabilizzare o acquistare.

Posso pagare un’ora di ripetizioni di matematica ad un insegnante, ma non potrei ottenere un solo minuto del suo tempo – nemmeno pagandolo un milione di euro – per chiedergli di stare ad ascoltare i miei problemi personali se quella persona non provasse alcun interesse o sentimento per me!

So attendere perché mi fido e amo

I servi che il padrone della parabola trova ancora svegli al suo ritorno in piena notte non sono semplicemente ligi al loro dovere, o timorosi di una punizione.

Lo si evince anche dalle battute finali del brano: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse». Ovvero: nemmeno la promessa di un castigo può convincere una persona a comportarsi in modo corretto, tanto meno ad utilizzare il proprio tempo per attenderti!

Quei servi sono svegli perché amano il loro padrone. Il loro atteggiamento di prontezza e solerzia denota un profondo rispetto, una sorta di adorazione.

Se potessero, si stenderebbero come dei tappeti sotto i suoi piedi!

E lo fanno perché quel padrone ha sempre dimostrato di non trattarli come dei servi («non vi chiamo più servi…»), ma come il suo tesoro prezioso.

Conoscono la sua generosità. Sanno che il loro padrone, tornando dalle nozze, porterà qualcosa anche per loro.

Quello che di sicuro non si aspettano, è che il padrone stesso li faccia sedere ad un banchetto di nozze preparato apposta per loro da lui, e che lui stesso si faccia loro servo!

Le azioni sono descritte con dettagliata illustrazione, con la minuziosità di un cerimoniale solenne: «si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli».

La cosa è così strabiliante che Gesù – per rassicurare i discepoli che sarà veramente così – introduce l’immagine con l’espressione «Amen, vi dico».

La fede non è una attesa vuota, ma fondata su salde fondamenta

Ecco perché a quei servi non pesa, non costa, attendere.

Sanno che la loro attesa sarà ripagata ampiamente.

L’attesa del cristiano non è un’attesa vuota, dell’indefinito. È un’attesa colma di speranza, di fiducia nella parola del Maestro:

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,1-3).

È la stessa certezza di Abramo, nostro padre nella fede, che – perciò – si materializza in un’attesa paziente. Ci viene descritta in modo mirabile nella seconda lettura di oggi:

«La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,1.8-10).