Cambiare si può, e si deve!

26ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

cambiare si può

Ez 18,25-28; Sal 25; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Dio ci chiede di cambiare, di metterci in gioco, di sporcarci le mani, invece di stare in disparte senza far nulla a giudicare gli altri.

Già domenica scorsa ci siamo trovati a “bisticciare” con Dio, col Suo modo di fare che a noi sembra tanto ingiusto: trattare gli ultimi come i primi… anzi, mettere gli ultimi al primo posto e viceversa! Ma che storia è?!

Anche noi, come i contemporanei del profeta Ezechiele, diciamo:

«Non è retto il modo di agire del Signore» (cfr la 1ª lettura).

Abbiamo argomentato ampiamente sui motivi delle nostre proteste:

  1. ci sentiamo sempre “i primi della classe”, i giusti, i perfetti;
  2. percepiamo Dio come un padrone anziché un Padre (e quindi il “lavorare” per Lui è un dovere, anziché una gioia e un onore).

Secondo round

Perciò oggi Gesù rincara la dose, visto che anche noi – come i capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo – ci crediamo sempre nel giusto:

«In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio».

Bella tosta, eh? Un’applicazione terra terra di quel «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» ascoltato domenica scorsa. Un rospo duro da ingoiare.

Ancora una volta si serve di una parabola che ci mette con le spalle al muro, perché anche noi – di fronte a quel «Che ve ne pare? …Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» non possiamo far altro che rispondere «il primo figlio», cioè quello che inizialmente aveva detto «“Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò».

Il racconto è inattaccabile; il ragionamento non fa una piega…

Siamo irriducibilmente ostinati

È chiaro e indiscutibile quello che Dio vuol farci capire, già attraverso le parole di Ezechiele che abbiamo ascoltato nella prima lettura:

«Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr Ez 33,11).

Presso Dio c’è sempre la possibilità di accorgersi dei propri errori, di cambiare vita, di convertirsi tornando sui propri passi, di pentirsi sinceramente (cfr Sap 11,23; Sap 12,19; 2Pt 3,9). Cambiare si può!

I pubblicani e le prostitute non sono presi ad esempio in quanto tali, ma perché molti di quelli che Gesù stesso ha incontrato si sono lasciati mettere in gioco dalla Parola di Dio, si sono lasciati profondamente cambiare dal di dentro (Matteo, Zaccheo, la peccatrice…).

Ma noi non riusciamo proprio a sopportare che Dio stesso possa cambiare idea e rinunciare alle punizioni che ha promesso, che anche Lui possa “convertirsi”.

Noi vogliamo un Dio “coerente”, “tutto di un pezzo”, che non si lasci abbindolare, che non si faccia impietosire.

«Chi sbaglia paga!», altro che portar pazienza e dare una seconda possibilità! Così dovrebbe fare Dio! (è interessante leggere questo stesso risentimento nella vicenda del profeta Giona: cfr Giona 3,10 – 4,3).

Vorremmo – insomma – un “dio” più “umano”, ovvero, del tutto disumano, come noi.

Tutto questo perché – ovviamente – non siamo disposti a dare a nessuno una seconda possibilità se riteniamo che «ce l’abbia fatta troppo grossa».

«Dio perdona, io no»

Noi facciamo presto ad “etichettare” le persone: basta una parola fuori posto, uno sgarro, e stop: quella persona – per noi – ormai è “catalogata”, non potrà mai cambiare.

Se qualcuno ci delude noi lo “bolliamo” subito come “deludente”; se sbaglia lo identifichiamo con lo sbaglio stesso, lo “timbriamo” con una “data di scadenza”, come un prodotto avariato da smaltire in discarica.

Il perdono non è “di casa” nel nostro cuore. Questa affermazione è dimostrata dal fatto che non siamo disposti a chiedere e ad accettare il perdono nemmeno per noi stessi.

Infatti, quando sbagliamo ci arrampichiamo sui vetri per dimostrare che in realtà non abbiamo sbagliato, e se abbiamo sbagliato non dipendeva da noi… Piuttosto che riconoscere i nostri errori andremmo avanti per la nostra strada fino a cadere in un burrone!

Insomma, secondo noi cambiare non si può, e non si deve: predichiamo la “coerenza” ad ogni costo, anche quando significa perseverare nell’errore.

Il nostro motto è simile alla vecchia pubblicità del famoso dopobarba: «per l’uomo che non deve chiedere (scusa) mai».

Facendo così però il mondo va verso l’autodistruzione, perché diventa una guerra di tutti contro tutti, alla quale Dio non può far altro che assistere con l’angoscia nel cuore: un mondo terribile, dove invece di aiutarsi vicendevolmente a cambiare, si cerca sempre qualcuno che sia peggio di noi, per giustificare le proprie malefatte.

La necessaria conversione

Non c’è via d’uscita da questa situazione se non quelle che indicavamo settimana scorsa:

  1. dobbiamo capire e accettare che non siamo perfetti: i lavoratori chiamati all’ultima ora siamo proprio noi, non altri!
  2. Dobbiamo imparare a vedere un Dio come un Padre che ha cura di tutti i suoi figli, non come il padrone di un’azienda, o un imprenditore che mette alla prova i suoi possibili dipendenti prima di assumerli.

La strada è quella dell’umiltà, dell’abbassamento, che è stata percorsa anzitutto da Dio stesso in Gesù; ce la descrive stupendamente san Paolo nell’inno cristologico della seconda lettura di oggi:

«Cristo Gesù… pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini».

Se noi continueremo ad innalzarci orgogliosi e superbi sui nostri “piedistalli” non incontreremo mai questo Dio, perché Egli è sceso tra noi, spingendosi fino al livello più basso e infimo:

«io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

E non incontreremo nemmeno i nostri fratelli.

Come ci vuole Dio

Con questa parabola Gesù ci chiede la disponibilità a cambiare profondamente, nel cuore, smettendola di crederci perfetti e di atteggiarci come se lo fossimo.

Sì, perché anche noi – come i «capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» – crediamo di essere “a posto”, di poter vantare dei crediti verso Dio e verso il resto del mondo.

Pensiamo di non dover cambiare una virgola nella nostra vita perché noi andiamo a Messa la domenica, facciamo l’elemosina etc… insomma: facciamo tutto quello che è prescritto.

Ma allora non siamo anche noi come il secondo figlio del racconto, che dice di «sì» solo a parole, esteriormente, ma poi non fa realmente la volontà del padre?

Cosa vuol dire «fare la volontà del Padre»? Non è una questione di “preghiere da recitare”, di “regole da rispettare”:

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).

Dio non è in cerca di “soldatini” che marciano tutti in fila seguendo una “cerimonia”, che dicono «Sì, signore». Dio cerca persone libere, che si giocano giorno per giorno rispondendo alla Sua chiamata, alle Sue sfide, impegnando tutto di sé.

Non si accontenta delle nostre “operine”, ma vuole che facciamo opere sincere di carità, a costo di comprometterci.

Sporchi e disfatti, ma veri

Se ci diamo da fare, mettendo in gioco la nostra libertà e tutto noi stessi, ci «sporcheremo le mani», è ovvio… sbaglieremo anche, ma è questo che siamo chiamati a fare. Altrimenti ci succederà come a quel servo della parabola dei talenti: per non rischiare nulla sotterreremo i doni che Dio ci ha messo nelle mani! (cfr Mt 25,24-27).

Egli ci ha donato la libertà, pur sapendo che era un dono difficile da gestire (se n’è reso conto subito con Adamo ed Eva), perché ha deciso di fidarsi di noi, nonostante le nostre fragilità.

A non far niente non si sbaglia mai, ma… appunto: non si fa niente!

Quante volte anche Papa Francesco ci dice

«preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (Evangelii Gaudium 49).

Piuttosto che «conservarci nella naftalina», accontentandoci di essere “a posto” solo formalmente, è meglio sbagliare – anche tanto (e poi pentirsi) – perché ci siam dati da fare nella vita. È Gesù stesso a rassicurarci di questo:

«ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7).

Se proprio un Dio così non ci piace…

Spero di essere riuscito un po’ a farvi capire e accettare il modo di pensare e di fare di Nostro Signore.

Se invece non ci sono riuscito, beh… lascio che se la sbrighi Lui con un’altra delle Sue domande taglienti…

Se domenica scorsa ci chiedeva «Ti dà fastidio che io sia buono?», oggi potrebbe chiederci: «Siccome non sei disposto a cambiare tu, pretendi che non debba convertirmi neppure io?»