6a Domenica di Pasqua

At 8,5-8.14-17; Sal 66; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

Ci può essere qualcosa di più tragico dell’essere piantati in asso dal proprio avvocato nel ben mezzo di un processo?

Spero che nessuno dei miei lettori sia mai stato trascinato in tribunale, ma qualche film poliziesco l’abbiamo visto tutti, e perciò possiamo immaginare la tragicità del momento…

Ma di che avvocato parli?

Qualcuno si chiederà cosa c’entri l’avvocato col vangelo di oggi.

Parte tutto dalla scelta che ha fatto la nuova versione CEI 2008, di non tradurre più il termine Paràclito, ma di lasciarlo così com’è, traslitterato direttamente dal greco (clicca qui per confrontare le versioni).

Il termine – in sé – significa anche “Consolatore”, ma le sfaccettature semantiche sono molteplici, e quella letterale è – appunto – “avvocato”.

Scomponendo ancor più in profondità la parola, il Paràclito è «colui che – quando lo chiami – accorre in tuo aiuto e ti sta vicino» (come spiegavo già nella Solennità di Pentecoste l’anno scorso).

Immedesimiamoci nei discepoli

Ecco perché – in quella che noi leggiamo come una delle più belle promesse di Gesù («pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito») – i discepoli, probabilmente hanno letto una tragedia imminente.

È come se Gesù avesse detto loro: «fino ad ora vi ho fatto io da avvocato, ma siccome devo andarmene, pregherò il Padre di darvene un altro».

Scusate: chi di noi avrebbe accettato uno “scambio al buio” di questo tipo? Dopo aver ascoltato il Messia in persona e averlo visto compiere segni grandiosi?

Proprio adesso che avevano finalmente trovato il tanto “atteso dalle genti”? La domanda di Pietro diventa quella di tutti gli altri:

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69).

Una partenza annunciata

In realtà, era già da un po’ che Gesù stava annunciando e cercando di preparare i suoi alla sua partenza:

«Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire» (Gv 13,33).

E nel brano di settimana scorsa:

«del luogo dove io vado, conoscete la via» (Gv 14,4).

Le corde tristi suonano più forte

Quello di Gesù non è un addio definitivo:

«Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me» (Gv 14,3);
«Non vi lascerò orfani: verrò da voi» (Gv 14,18).

Ma – si sa – il cuore e la sensibilità degli uomini sono più inclini a lasciarsi “marchiare” dalle cose negative, restando sordi persino davanti alle promesse e alle rassicurazioni più grandi.

La difficoltà da superare

Come i discepoli, anche noi abbiamo le nostre difficoltà nel capire i discorsi profondi di Gesù.

Loro avevano il cuore segnato dall’angoscia per l’imminente partenza del Maestro.

Noi invece – dopo così tanto tempo in cui siamo stati privati dell’Eucaristia – dobbiamo recuperare e ricreare in noi il profondo clima di intimità e affetto del Cenacolo (in cui avviene la scena del vangelo odierno):

«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1).

La scuola dell’Amore

Solo entrando in quel luogo santo, che è il cuore stesso di Gesù, riusciremo a capire l’affermazione che sembra una pretesa inaccettabile:

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti».

Nella nostra società post-romantica, amore e comandamenti sono agli estremi: non si può amare per costrizione!

L’amore è quanto di più spontaneo si possa immaginare: non ha nulla a che vedere con le imposizioni, no?

Eppure, come dicevo già nello scorso febbraio commentando il vangelo della 6a Domenica del Tempo Ordinario:

Quando ci si vuole bene, non solo si accettano delle regole che permettano la convivenza, ma addirittura, ce le si auto-impone. Se ami qualcuno, arrivi a dirgli «ogni tuo desiderio è un ordine», e lo dici sinceramente, perché la sua felicità è la tua.

I discepoli l’avevano capito, perché – prima ancora di essere chiamati ad amare – Gesù li aveva amati di un amore infinito.

Lo avevano visto “plasticamente” nel gesto della lavanda dei piedi, e lo avrebbero visto di lì a poche ore (da lontano e di nascosto), contemplando il Calvario.

Condizione necessaria

Comprendere l’Amore infinito di Dio è la condizione necessaria non solo per amare Dio fino in fondo (osservando i suoi comandamenti), ma per accogliere in noi il “nuovo” avvocato.

Se entri nella logica dell’Amore ti fidi di qualsiasi cosa il tuo Amato/Amante ti propone.

Ti metti nella condizione privilegiata per accogliere ogni dono e novità: la resa, il silenzio, la rassegnazione (secondo il significato che spiegavo mesi fa in questa paginetta).

Grazie a questo atteggiamento di totale abbandono spirituale si crea nell’anima lo “spazio” necessario per quella che i Padri della Chiesa e i grandi mistici della cristianità chiamano “inabitazione“:

«In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi».

Avvocato aggiunto, non sostituto

Se ci lasciamo “scavare” da queste parole di Gesù ci rendiamo conto che l’«altro Paràclito» che Egli promette non è affatto un sostituto, ma semmai un “aggiunto”, o – se si vuole – un modo rinnovato di “starci vicino”.

Fin quando era su questa terra in carne ed ossa, Gesù poteva tutt’al più stare “al fianco” dei suoi, o addirittura sostituirsi ad essi (come già nel bellissimo passaggio del Getsemani: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano»Gv 18,8; e poi – finalmente – nel sacrificio vicario della Croce).

Adesso che è «tornato al Padre» continua a svolgere la sua missione di avvocato difensore stando addirittura dentro i suoi discepoli, abitando in loro.

È per questo nuovo modo di esserci Paràclito-avvocato che si avvera la sua promessa:

«quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo» (Mc 13,11).

E se la capiremo fino in fondo, arriveremo – noi pure – a dire come san Paolo al termine della sua vita:

«non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20)

e a mettere in pratica la raccomandazione di san Pietro che ascoltiamo all’inizio della seconda lettura di oggi:

«(siate) pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).