C’è notte e notte. 4ª Domenica di Quaresima (B)

C'è notte e notte...
«chi fa la verità viene verso la luce…»

Se siamo come Giuda la notte resterà notte, ma se facciamo come Nicodemo, andando da Gesù, veniamo verso la luce: la nostra notte risplenderà della luce di Dio.

2Cr 36,14-16.19-23; Sal 137; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

Il primo passo di questa Quaresima ci ha portati nel deserto, luogo della solitudine, dell’essenzialità e della nostra fragilità… ma anche e soprattutto dell’intimità cuore a cuore con Dio.

Il secondo passo ci ha fatti salire sul Monte della Trasfigurazione, per contemplare faccia a faccia il vero volto di Dio, Colui che non pretende nulla, ma tutto dà.

Il terzo ci ha fatti entrare nel Tempio che è il nostro cuore, per operare la necessaria purificazione da tutte le immagini sbagliate che ci facciamo di Dio.

Non più nello spazio ma nel tempo

Oggi siamo in compagnia di Nicodemo, un uomo a cui assomigliamo parecchio.

Ancora una volta togliamo l’introduzione liturgica della lettura evangelica («in quel tempo») per fare la composizione di luogo e capire il contesto.

È un vero peccato che la Liturgia non abbia fatto lo sforzo di aggiungere i primi due versetti del capitolo: ci avrebbero aiutati a capire dove ci troviamo.

O meglio: non “dove”, ma “quando”. Giovanni – infatti – non ci descrive il luogo dell’incontro, ma il momento:

«Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte» (Gv 3,1-2a).

La notte: molto più di un orario particolare

La notte – di per sé – è uno dei momenti che compone le 24 ore della giornata, ma nell’evangelista Giovanni le tenebre, il buio, la notte, assumono un significato molto denso e particolare.

Fin dal Prologo del suo vangelo egli mette in contrapposizione la Luce alle tenebre (quasi personificandole):

«la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5).

E anche nel brano di oggi le descrive come quella condizione particolare nella quale agiscono i malvagi:

«gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate».

Sembra un tremendo presagio di quella che sarà la vicenda di Giuda:

«Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: “Quello che vuoi fare, fallo presto”… Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,27.30).

Tutta la sua narrazione del quarto vangelo è un continuo lottare tra la luce e le tenebre, tra notte e giorno; mirabile il racconto del cieco nato che abbiamo ascoltato l’anno scorso in questa 4ª domenica di Quaresima:

«Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo» (GV 9,4-5).

La notte di Nicodemo è la nostra

Ecco perché è così essenziale ricordare che Nicodemo è venuto da Gesù di notte: ci aiuta ad entrare nel suo stato d’animo, nella sua situazione di fede, e a rispecchiarci in lui.

Dentro il suo desiderio (e – al tempo stesso – il suo timore) di conoscere meglio Gesù possiamo intravedere il nostro.

Anche qui, la notte non è solo un orario particolare, ma la descrizione del cuore: il buio non è fuori, ma dentro di noi.

Nicodemo è confuso: vorrebbe conoscere meglio Gesù, ma anche non “compromettersi” troppo. Vorrebbe “sbirciare” verso la luce, ma senza rischiare di bruciarsi gli occhi.

Siamo così anche noi, quando vorremmo fare un passo in più nella nostra fede, ma abbiamo paura di rimanere “fregati”, perché già altre volte siamo “rimasti scottati”.

Sono tante le vicissitudini della vita che rischiano di “spegnere la luce” della fede, di lasciarci al buio…

Ripenso a tutte le volte che – da prete – ho incontrato e condiviso momenti di dolore infinito di persone che si sono trovate di fronte al non-senso della vita a causa di una disgrazia, di un dolore incomprensibile… quanta sofferenza, quanto buio che tenta di impadronirsi per sempre del cuore e della vita!

«Se Dio c’è ed è buono come dici tu, don Pietro, perché permette tutto questo dolore? Non è giusto! Dov’è Dio ora?!»

È la domanda che percorre il cuore degli uomini da secoli eterni, e rischia ogni volta di gettare irrimediabilmente un’ombra scura sull’orizzonte delle nostre speranze. Come può Dio continuare ad essere Dio di fronte al dolore innocente? Alla ragazza di 16 anni che viene travolta da un pirata dalla strada? Al bimbo di 5 anni che muore di cancro?

Le domande di Nicodemo sono le stesse che abbiamo noi, e la sua notte è la nostra notte.

Bisogna alzare lo sguardo

Per questo, a Nicodemo Gesù chiede di alzare lo sguardo, e lo fa citando un’immagine biblica che – da studioso della Legge – conosceva bene: Dio comandò a Mosè di innalzare su un palo un serpente di bronzo perché chiunque nel popolo fosse stato morso dai serpenti potesse guardarlo e rimanere in vita (cfr Nm 21,4-9).

Ancora una volta (come spesso nel racconto dell’Esodo) si ripete lo schema:

  1. il popolo si ribella a Dio
  2. Dio manda una punizione
  3. Mosè intercede per il popolo
  4. Dio ha misericordia e perdona.

Richiamando questo episodio, Gesù vuole indicare il senso del Suo ministero, del cammino che ha intrapreso, cioè la sua morte in croce.

È interessante notare come Giovanni non metta mai la parola “croce” sulla bocca di Gesù, che – quando annuncia la sua morte – ne parla come un innalzamento:

«…così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo» (Gv 3,14)

«Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono» (Gv 8,28)

«io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

La croce era un patibolo infamante, ma in Gesù – il Giusto innalzato ingiustamente – essa viene trasfigurata: non è più il segno della cattiveria e dell’ingiustizia degli uomini che si abbatte anche sull’innocente.

In Gesù il dolore è redento dall’Amore infinito che si fa dono. Egli è il segno concreto e luminoso di un Amore che non può essere oscurato nemmeno dalla morte.

Andare verso la luce

È questo lo squarcio di luce che Gesù spalanca davanti a Nicodemo: egli – come ogni fariseo – era abituato a riporre tutte le sue sicurezze nell’osservanza scrupolosa della Legge, a pensare che ci si potesse “conquistare” la salvezza con le proprie opere.

Gesù lo invita a scoprirsi amato per grazia, immeritatamente, preceduto dall’Amore di Dio.

Paolo riassume mirabilmente questo concetto nella seconda lettura di oggi:

«Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo…
Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene».

Invece, la presunzione di poter contare sulla propria giustizia porta inevitabilmente a cadere nel buio, perché quando si confida nelle proprie opere, sono esse stesse a condannarci, dato che – a causa della nostra fragilità – non riusciamo a rispettare la Legge. Ecco perché l’apostolo Paolo (per esperienza personale) dirà:

«in base alle opere della Legge nessun vivente sarà giustificato davanti a Dio, perché per mezzo della Legge si ha conoscenza del peccato» (Rm 3,20).

Gesù invita Nicodemo a convertirsi, a guardare in alto, verso l’Unico che può salvare non in base all’obbedienza, ma a motivo della Sua misericordia. È questo il senso dell’invito a «nascere dall’alto» che Gesù gli aveva fatto fin dall’inizio del loro colloquio notturno (cfr Gv 3,3.5-7).

Quella notte Gesù ha acceso la Sua luce nel cuore di Nicodemo, con queste parole:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio…
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Con Nicodemo siamo invitati anche noi a uscire dalla nostra notte, dal confidare in noi stessi, e a guardare verso Colui che è stato innalzato per essere la nostra salvezza. Se lo facciamo «veniamo verso la luce».

La notte di Gesù

Fin dall’inizio ho parlato della notte con un’accezione negativa. Eppure Nicodemo va a cercare Gesù proprio di notte, sapendo di trovarlo sveglio, non perché è un ladro o un brigante, ma un uomo di Dio:

«Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui» (Gv 3,2).

Quindi… c’è notte e notte: c’è la tenebra cercata dai malvagi per fare il male, e c’è la notte di veglia del giusto. C’è la notte di Giuda, che diventa sempre più oscura nella propria disperazione, e c’è la notte di Pietro, che riconosce il proprio fallimento e attende fiducioso il perdono del suo Maestro.

Gli evangelisti (Luca in particolare) ci presentano spesso Gesù come un “frequentatore” della notte; questa – come il deserto – è per Lui il luogo privilegiato dell’incontro col Padre:

«egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio» (Lc 6,12).

La nostra notte rimane tenebrosa se restiamo soli con noi stessi, con le nostre convinzioni e delusioni… diventa invece luminosa se cerchiamo la compagnia di Gesù:

«Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).

Nelle “notti” della nostra vita così travagliata siamo invitati a volgere con fede lo sguardo verso la luce di Dio.

Nicodemo ha raccolto questo invito, e – infatti – lo ritroveremo trasformato, assieme a Giuseppe di Arimatea, a chiedere a Pilato di potersi occupare del corpo di Gesù (cfr Gv 19,38-39).

Accogliamo anche noi l’invito a far sì che nella nostra notte entri la luce di Cristo!

Allora la nostra veglia sarà fruttuosa, e sarà l’attesa della Notte Santa di Pasqua, nella quale – per tre volte – risuonerà in mezzo alle tenebre la gioiosa e gloriosa acclamazione: «Cristo, Luce del mondo!»