Domenica delle Palme

Is 50,4-7; Sal 22; Fil 2,6-11; Mt 26,14- 27,66

Il cammino di Quaresima ci ha fatto percorrere cinque passi alla riscoperta del nostro Battesimo.

  1. Il primo nel deserto, dove Gesù non ci ha abbandonati alla tentazione, ma l’ha affrontata con noi e per noi.
  2. Il secondo sul Tabor, dove abbiamo “sbirciato” la Gloria di Dio che ci attende e abbiamo preso sul serio l’impegno di ascoltare e seguire Gesù.
  3. Il terzo presso il pozzo di Giacobbe, dove abbiamo sperimentato la sete: quella di Dio di incontrare l’uomo e quella dell’uomo di conoscere davvero Dio.
  4. Il quarto alla piscina di Sìloe, dove il Signore ci ha ri-creati come uomini nuovi, capaci di vedere e riconoscere in Gesù il Messia, l’Inviato di Dio.
  5. Il quinto nel sepolcro, assieme a Lazzaro, dove il Signore ci ha mostrato che nemmeno la morte può avere l’ultima parola.

Oggi inizia il tratto finale, quello che porta al compimento, alla Croce. E quest’anno siamo chiamati a viverlo in modo del tutto inatteso.

Una Pasqua inattesa

Chi si sarebbe mai aspettato, fino a due mesi fa, di non poter celebrare assieme la Pasqua? Di essere tutti “schiacciati” nelle nostre case come sardine, anche se fuori è già primavera?

Ogni anno, restavo frastornato dall’insolita quantità di gente a spintonarsi per “conquistare” il ramo d’olivo più grande e rigoglioso… oggi celebrerò senza rami di ulivo né di palma, mestamente, in solitudine, come da innumerevoli giorni ormai.

E ciascuno dei credenti – col cuore gonfio di sentimenti – guarderà alla TV il Papa che celebra in una triste basilica vuota.

Il cuore è così colmo che ormai i sentimenti si condensano, si materializzano, e come lacrime tracimano dall’anima ed escono fuori:

«Signore, dove sei? Che fine hai fatto? Perché ci hai abbandonato? Cosa sta succedendo a questo nostro povero mondo? Ti sei così stancato di noi da volerci annientare?»

Sono solo alcune delle domande lancinanti che ci trafiggono, che lacerano il nostro intimo, e che – ancora di più – spaccano in due la vita di chi si trova da giorni sull’orlo del baratro, in terapia intensiva…

Una purificazione del cuore

Tutto quello che fino a pochi giorni fa era normale non lo è più. Ci è stata strappata via ogni cosa bella.

Dalle più semplici (il saluto, l’abbraccio, l’incontro, la compagnia) alle più preziose (gli affetti dei nostri cari che il virus maledetto sta portando via a grappoli sempre più consistenti).

Anche le nostre consuetudini religiose (il nostro ritrovarci spesso solo per abitudine e distrattamente, di fretta) sono sottoposte alla dura prova della purificazione.

È proprio così, per tutto: solo quando qualcosa (o qualcuno) ci viene tolto, capiamo quanto valesse.

E allora forse, anche se non ne comprendiamo il motivo, siamo chiamati a sfruttare questa occasione per fermarci e rientrare in noi stessi.

Il cammino fatto fin qui ce l’ha proposto più volte… nei passi che Gesù ha chiesto anche a noi di fare, assieme alla Samaritana, al cieco nato, a Lazzaro…

Una riscoperta della fede

Forse – fino a prima della pandemia – pur partecipandovi di persona, abbiamo vissuto la Messa come uno show, uno spettacolo a cui assistere passivi (e magari annoiati)…

Adesso siamo chiamati a riscoprirla – per assurdo – proprio guardandola in TV, in quella “scatola” dove invece spesso troviamo “spettacoli” che raccontano il peggio di noi.

Quante volte, pur essendo tutti assieme nei banchi, fianco a fianco, ci siamo sentiti degli estranei gli uni per gli altri…

Invece in questi giorni, pur essendo tutti separati fisicamente, anche e soprattutto durante la Santa Messa (o altre celebrazioni quaresimali trasmesse in TV), ci sentiamo uniti in un unico grande cuore che prega.

Una storia che pensavamo di sapere a memoria…

In questo contesto così unico e particolare, immerso nella sofferenza (fisica e spirituale) non possiamo perdere l’occasione di entrare più profondamente nel mistero della Passione di Gesù.

L’ultimo tratto del cammino che abbiamo intrapreso all’inizio della Quaresima lo percorriamo con Lui, passo passo.

E se stiamo attenti, ci accorgeremo che il racconto è piuttosto diverso da come ce lo aspettavamo e credevamo di ricordare.

Quante volte – chiamati a seguirlo e ad imitarlo – abbiamo detto: «e va beh! Ma lui era il Figlio di Dio!»

Ecco, oggi la Scrittura ci ripete che

«Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini…
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce»
(Fil 2,6-8).

Le provocazioni, le domande che Gesù si sente fare da tutti (scribi, farisei, membri del Sinedrio, soldati…) sono le stesse che si era sentito fare nel deserto, prima di iniziare la sua missione:

«Non sei il Figlio di Dio? …se sei il Figlio di Dio bùttati… scendi… facci vedere!»

Ma a queste provocazioni Gesù risponde col silenzio, oppure facendoci riflettere (come a quel suo discepolo “dalla spada facile” nel Getsemani):

«credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?»

Un finale che credevamo di sapere già…

Se rientriamo in noi stessi ci accorgeremo che anche il finale è un altro rispetto a quello che narriamo di solito.

Quante volte abbiamo parlato di “croce” identificandola con «quella sofferenza che Dio ci impone arbitrariamente, a ciascuno la sua»?

Quante volte abbiamo detto (e magari lo stiamo dicendo in questi giorni) che il Signore ci lascia soli proprio nel momento del bisogno?

Ma nella Passione che leggiamo in questi giorni chi è che è scappato? E chi è rimasto al suo posto?

«Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono».

Se siamo sinceri, se vestiamo i panni giusti (quelli di Giuda il traditore, di Pietro il rinnegatore e di tutti gli altri discepoli) scopriamo di essere noi quelli che scappano quando le cose si mettono male, quando si tratta di condividere un dolore, una sofferenza.

Lui invece rimane lì, al suo posto, fino alla fine. Non scende dalla Croce, pur potendolo fare.

Non è automatico fare il Cireneo

Magari in questi giorni terribili ci sorge un certo spirito di solidarietà con tutti quelli che soffrono, ma dobbiamo riconoscere onestamente che prima – quando tutto era “normale” – la sofferenza altrui spesso non ci sfiorava nemmeno.

Anzi, la scansavamo. E non parlo solo del barbone che tende la mano per chiedere l’elemosina…

Pensiamo a quante volte abbiamo cambiato strada per evitare un conoscente (o un parente!) e non dover stare ad ascoltare per l’ennesima volta le sue “croci” e sofferenze!

E purtroppo anche in questi giorni – tra le tante storie belle di solidarietà – ci sono notizie che ci lasciano scioccati, come quella di case di riposo in Spagna dove i sanitari erano fuggiti abbandonando gli anziani alla loro sorte!

Oltre ad ammettere che spesso siamo noi a lasciare soli i “poveri cristi” che salgono il loro Calvario, dobbiamo convincerci che non è automatico diventare come il Cireneo che ha aiutato Gesù a portare la croce.

Non pensiamo che basti una terribile pandemia a renderci tutti più buoni. Anzi: molti paventano già il pericolo della guerra tra poveri, dei disordini sociali.

Uno “spettacolo” di cui far parte, fino in fondo

Se vogliamo “far tesoro” del dolore e delle sofferenze di questi giorni c’è solo un modo: non essere più spettatori passivi dello “spettacolo” del Calvario, ma attori veri e propri, condividendo le sofferenze di Cristo.

Spesso – soprattutto nel momento della sofferenza – ci sembra che Dio ci lasci soli: ma è perché siamo scappati noi lontani da Lui, dalla sua Croce, e ci siamo rifugiati nella nostra solitudine.

Ma la solitudine non fa altro che moltiplicare la sofferenza, e questi giorni ce lo stanno insegnando.

Vi lascio parole di un grande Padre della Chiesa, che ci suggerisce in modo molto suggestivo come poter entrare a far parte di questo che non è uno spettacolo, ma la storia d’Amore di Dio per noi:

«offriamo ogni giorno a Dio noi stessi e tutte le nostre attività… Con le nostre sofferenze imitiamo le sofferenze, cioè la passione di Cristo. Con il nostro sangue onoriamo il sangue di Cristo. Saliamo anche noi di buon animo sulla sua croce… Siamo pronti a patire con Cristo e per Cristo…
Se sei Simone di Cirene prendi la croce e segui Cristo. Se sei il ladro e se sarai appeso alla croce, se cioè sarai punito, fai come il buon ladrone e riconosci onestamente Dio, che ti aspettava alla prova. Egli fu annoverato tra i malfattori per te e per il tuo peccato, e tu diventa giusto per lui. Adora colui che è stato crocifisso per te. Se vieni crocifisso per tua colpa, trai profitto dal tuo peccato. Compra con la morte la tua salvezza, entra con Gesù in paradiso e così capirai di quali beni ti eri privato. Contempla quelle bellezze e lascia che il mormoratore, del tutto ignaro del piano divino, muoia fuori con la sua bestemmia.
Se sei Giuseppe d’Arimatèa, richiedi il corpo a colui che lo ha crocifisso, assumi cioè quel corpo e rendi tua propria, così, l’espiazione del mondo.
Se sei Nicodemo, il notturno adoratore di Dio, seppellisci il suo corpo e ungilo con gli unguenti di rito, cioè circondalo del tuo culto e della tua adorazione.
E se tu sei una delle Marie, spargi al mattino le tue lacrime. Fa’ di vedere per prima la pietra rovesciata, vai incontro agli angeli, anzi allo stesso Gesù».

(cfr S.Gregorio Nazianzeno, Discorsi 45, 23-24)