24a Domenica del Tempo Ordinario

Es 32,7-11.13-14; Sal 511Tm 1,12-17;  Lc 15,1-32

Non so se la successione tra il brano ascoltato domenica scorsa e quello di oggi sia realmente cronologica (se rispetti – cioè – la reale scansione temporale di allora) o il frutto della redazione di Luca.

Quel che è certo – accostando i due brani – è lo stridore evidente tra il “calcolo” del costruttore di torri o l’attento esame tattico del re che va in guerra (portati come esempio da Gesù per valutare se intraprendere o no la sua sequela) e la strabordante dismisura della misericordia.

Se c’è proprio una cosa che manca del tutto nel capitolo 15 di Luca (le tre parabole della misericordia) è – appunto – il calcolo, la convenienza.

La misura dell’amore è la dismisura

Gesù chiede:

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?»

«Nessuno!» urliamo noi, in tutta risposta.

Perché nessuno è così fesso – dopo la disgrazia di aver già perso qualcosa – di mettersi seriamente nel pericolo di perdere anche tutto il resto.

Noi siamo come il serpente: abbandoniamo tutto il resto del corpo, pur di salvare la testa fino all’ultimo.

È l’istinto di sopravvivenza.

«Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova?»

Anche qui… la nostra mentalità ormai contaminata dai ragionamenti di speculazione finanziaria, ci farebbe mettere al tavolino a fare un’attenta analisi “costi-benefici”.

E – alla fine – metteremmo in conto che “ci sta” sempre un margine di rischio, e che costa di più fare le cose per bene che “metterci una pezza” (ogni riferimento all’andazzo tutto italiano sul modo di affrontare la messa in sicurezza dei viadotti, delle scale mobili, dei luoghi di lavoro è… puramente voluta: costano meno alcune decine di morti rispetto a tanti milioni di euro, no?).

Le parabole di Gesù sono sempre – volutamente – provocatorie.

Ci dipingono in poche pennellate, la totale distanza che c’è tra il nostro cuore e quello di Dio.

Noi siamo freddi e spietati calcolatori… Dio è uno sprecone incomprensibile e inguaribile.

Dio ama, non calcola.

L’unica misura dell’amore – se è vero Amore – è l’essere senza misura.

Solo un amore senza misura è fonte di gioia.

Quella gioia che vi sarà in cielo per un solo peccatore che si converte, una gioia che fa cantare gli angeli di Dio.

Di fatto, la “spia” che ci dice se siamo veramente persone che sanno amare è proprio questa: la gioia nel cuore.

Siamo gioiosi? O siamo musoni e “pentole che bollono”, pronti sempre a mormorare, come i farisei e gli scribi per i quali Gesù raccontò queste tre stupende parabole?

Prima delle gioia il colore di tutti gli altri sentimenti

Ma è con l’ultima delle tre parabole che Gesù completa il quadro, dipingendo il cuore di Dio in un crescendo immenso di sentimenti.

La parabola del figliol prodigo (o del Padre misericordioso), che conosciamo pressoché a memoria è una sorta di “vangelo nel vangelo”.

Se le prime due ci lasciavano solo intravedere la preoccupazione del pastore e della donna di casa, al rendersi conto di aver perso anche solo uno dei loro preziosi tesori, qui abbiamo la descrizione del lungo “cammino” del cuore di Dio.

Consiglio sempre (come ho fatto anche sei anni fa, nella stessa domenica) la lettura di uno stupendo libro di Padre Turoldo: Anche Dio è infelice.

Quel testo è proprio il tentativo di entrare nel cuore di questo padre e percorrere assieme a lui tutti i sentimenti che vive.

Come si sarà sentito quel padre di fronte alla spudorata sfrontatezza di un ragazzo poco più che adolescente che – con tutta la sua insolenza – gli fa quasi fretta di morire, per avere «la parte di patrimonio che mi spetta»?

Quale delusione? Quali sentimenti – tipici di un genitore – di inadeguatezza… quante volte si sarà chiesto «dove ho sbagliato?»

Con quale angoscia l’avrà guardato scomparire in fondo alla strada? Quali timori di quel che gli sarebbe potuto accadere…

I sentimenti li possiamo solo immaginare, ma ne abbiamo il condensato nella frase ripetuta alla fine ai servi e poi al fratello maggiore:

«questo mio figlio (tuo fratello) era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»

La cosa strabiliante è il modo in cui Dio ci squarcia il suo cuore davanti agli occhi e ci fa intravvedere di quanti sentimenti sia capace.

Ci sono tutti, fuorché quelli – tipicamente umani – di irritazione e rivalsa.

Anche qui, Dio non è capace di insegnare severamente (come fanno i padri e le madri di questo mondo) facendo pesare ai figli l’orrenda tragedia dei loro sbagli, fossero stati anche quelli di rinnegare di avere un padre!

Uno sguardo distorto su Dio fa di noi degli schiavi

Papa Francesco, già molto tempo prima di proclamare il Giubileo straordinario della Misericordia, proprio nel primo Angelus del suo pontificato, ripeteva:

«il Signore mai si stanca di perdonare! Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere il perdono».

Quant’è vera questa costatazione!

Ogni volta che mi metto in confessionale (non solo da confessore, ma anche da penitente) scopro che l’uomo è proprio come il figliol prodigo oppure come il fratello maggiore di questa parabola.

O torna a Dio dicendogli «Trattami come uno dei tuoi salariati» oppure – con orgoglio e superbia – si lamenta con Lui dicendo: «io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando».

Quanti vengono a confessarsi dicendo: «Non so se Dio mi perdonerà, perché gliene ho fatte di tutti i colori»; oppure dicendo: «io peccati non ne ho: ammazzare… non ho ammazzato, rubare… non ho rubato».

Non si può essere figli amati di Dio se si hanno nel cuore questi sentimenti.

Perché sia il minore che il maggiore non stanno parlando con un padre, ma con un padrone.

E – per quanto in italiano la differenza sia di una sola sillaba in più – la distanza è abissale.

Ciò che fa soffrire più di tutto il Signore Dio è questo: non capire che Lui è nostro Padre, non il nostro padrone.

Ed è anche l’origine di ogni peccato (per questo il primo peccato si chiama “originale”).

Se guardo a Dio come un geloso custode delle sue cose (l’albero della conoscenza del bene e del male), un arcigno padrone che pretende più di quello che da, «un uomo duro, che miete dove non hai seminato e raccoglie dove non hai sparso» (cfr Mt 25,14-30)… non potrò vivere altrimenti che cercando di essere più furbo e cattivo di lui

Non si può essere figli finché non si diventa padri

Per uscire da questa logica distruttiva c’è solo una strada: diventare padri (o madri).

Solo chi diventa genitore sa cosa voglia dire amare un figlio al di là di ogni misura, anche quando sembra ingiustificato, insensato, disumano…

Quando dico questa cosa, mi viene sempre al cuore l’immagine di Francesco De Nardo, padre di Erika, la protagonista adolescente del tristemente famoso delitto di Novi Ligure.

Un padre capace di rimanere sempre vicino alla figlia assassina che gli aveva strappato la moglie e il figlioletto più piccolo e aveva premeditato di uccidere pure lui!

Un padre e una madre amano un figlio anche se questo li ha ripudiati al punto da volerli eliminare.

Quella raccontata da Gesù – allora – non è una situazione paradossale o inesistente, ma quel che – per grazia di Dio – succede ancora ai nostri giorni, quando ci sono di mezzo la paternità e la maternità vissute come vocazione di amore totale.

Ogni padre e ogni madre (che siano davvero tali) darebbero la vita per i loro figli.

Con questa parabola Gesù ci traccia la strada per capire l’incomprensibile e smisurata misericordia di Dio e lasciarci amare: entrare nel cuore di un padre e di una madre.

E – davvero – tanti genitori mi hanno confidato di essere diventati realmente e compiutamente figli solo dopo esser diventati – a loro volta, finalmente – genitori.

Non è solo e semplicemente l’esperienza di “passare dall’altra parte della cattedra” (come capita a chi diventa insegnante), ma qualcosa di unico e imprescindibile.

E riguarda tutti.

Anche chi – come me  – non ha la possibilità di sperimentare la paternità o la maternità fisica, può diventare padre o madre spiritualmente, “copiando” e vivendo quotidianamente quei sentimenti e quell’amore che (si spera) ha ricevuto dai propri genitori nel crescere come figlio.

Solo diventando “genitori” (cioè “persone capaci di generare” di portare vita nuova nella generosità dell’Amore vero) si può vivere da figli, e quindi accettare l’infinita misericordia di Dio.

Solo allora entreremo nel nostro cuore (e poi nel confessionale) intravedendo un Padre, e non un padrone.