16a Domenica del Tempo Ordinario

Sap 12,13.16-19; Sal 86Rom 8,26-27Mt 13,24-43

Le prime parole che Gesù dice all’inizio della sua predicazione sono: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17).

Da quel momento le espressioni “il regno di Dio” e “il regno dei cieli” (o anche solo “il regno”) sono costantemente sulla Sua bocca. Cito solo alcuni passi, ma potete sbizzarrirvi da soli facendo una ricerca sulle varie bibbie online:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli…»
(Mt 5,3).

«Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli…» (Mt 5,19).

«se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).

«Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33).

La più bella notizia è il regno dei cieli

L’immagine del regno di Dio compariva in filigrana già nell’Antico Testamento, ma sempre e solo per alludere alla condizione di onnipotenza e grandezza di Dio, re e Signore dei cieli.

È con Gesù che il richiamo diviene “assillante” e… “coinvolgente” (nel senso che – da adesso – quel “regno” riguarda direttamente anche gli uomini).

Non è solo una “tattica” per attirare l’attenzione, quella di Gesù. Il regno è ciò che gli sta più a cuore, è il contenuto del vangelo, ovvero: il regno stesso è la buona notizia!

Lo capiamo dall’espressione «il vangelo del regno», usata sia da Matteo che da Luca negli Atti degli Apostoli (cfr Mt 4,23 e Mt 9,35; Mt 24,14; At 8,12).

Il richiamo era così martellante e invitante che la gente del tempo si sarà pur fatta qualche domanda, almeno credo… «cosa sarà questo regno? dove sarà? come ci si potrà andare?» (cfr Mt 19,16).

Se non la gente comune, almeno i discepoli, che nel brano di domenica scorsa abbiamo trovato positivamente “curiosi”.

Immedesimiamoci, perché riguarda noi!

La prima cosa che mi sento di suggerire davanti a questa pagina è di metterci nei panni dei discepoli. Non facciamo l’errore di dire «so già cos’è il regno dei cieli».

Soprattutto perché – ne sono convinto – ne abbiamo anche noi una visione veterotestamentaria: per noi il regno dei cieli (luogo che identifichiamo col Paradiso) è qualcosa che – per ora – riguarda solo Dio, gli angeli, i Santi e i nostri morti (speriamo), e forse un giorno riguarderà anche noi.

Invece no! L’annuncio tutto nuovo di Gesù è che il regno riguarda noi! Adesso!

Il regno dei cieli è già “con un piede” qui sulla terra.

Da quando Gesù è sceso sulla terra, il regno è ormai iniziato, è stato “piantato” (non a caso l’immagine più ricorrente nelle parabole è quella della semina) e sta crescendo, inesorabile e inarrestabile.

Chiediamoci: lo desideriamo davvero questo regno? Oppure lo pensiamo come un posto in cui ad un certo punto dovremo rassegnarci ad andare?

È sincera la richiesta «venga il tuo regno» che facciamo ogni giorno nel Padre Nostro?

Se non lo è, facciamoci un serio esame di coscienza…

La nostra fatica a vedere il regno dei cieli già qui

Quasi rispondendo a curiose e inespresse domande, finalmente Gesù arriva a “spiegare”, a descrivere il regno dei cieli con similitudini, in quelle che abbiamo imparato a conoscere – appunto – come “le parabole del regno”.

Ed è qui che ci accorgiamo ancor di più della nostra fatica ad entrare nell’idea di un regno già presente (anche se non del tutto realizzato) in mezzo a noi.

A noi piace immaginare il Paradiso come un luogo dove non ci saranno più dolore, sofferenza, ingiustizie… e lo sarà, come promettono le Scritture (cfr Ap 21,4).

Ma per ora il regno è ancora “in costruzione”, ed è continuamente minacciato:

«Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12).

Come affermano la seconda e la terza parabola del vangelo di oggi, questo regno è piccolo e forte allo stesso tempo: è un insignificante granello di senapa che però ha in sé la forza di produrre arbusti.

Possiede l’invisibile e misteriosa capacità di un pizzico di lievito, che fa crescere una gran quantità di farina.

Occorre pazienza

Ma la “riuscita” del regno dei cieli dipende anche da noi; più dalla nostra pazienza che dai nostri sforzi di santità.

Ce lo spiega proprio la parabola della zizzania.

Noi siamo proprio come i servi del padrone che ha seminato buon seme nel suo campo: al comparire delle erbacce vorremmo subito intervenire, con forza, col rischio di estirpare anche il buon grano, di buttare il bambino con l’acqua sporca.

Abbiamo fretta di risolvere tutto e subito. Ma la fretta è cattiva consigliera: un proverbio bergamasco dice che «La gàta fresùsa l’à fàč i micì òrp»

Noi siamo convinti che il futuro si costruisca rinnegando il passato, che la storia si regga sul puro progresso, fatto di cose (e idee) vecchie superate da altre nuovissime (buone o cattive non importa: basta che siano nuove)…

Noi dell’usa e getta siamo maestri nel buttare cose che funzionano benissimo per il semplice motivo che «è appena uscito il modello nuovo».

E così pensiamo che anche il regno di Dio si ottenga per esclusione ed eliminazione di tutto ciò che – secondo noi – non va (magari a costo di sacrificare qualche innocente).

Se fosse questo il procedimento di Dio, con tutta probabilità non sarebbe rimasto già più nessuno, da tempo.

Invece Dio è il pastore che non è disposto a perdere nemmeno una delle sue pecore, è il padre misericordioso, che attende paziente e fiducioso il ritorno del figlio prodigo (cfr Lc 15,4-7.11-32).

«Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tim 2,3-4).

Il campo siamo noi

E poi – anche con questa parabola – non fermiamoci alla spiegazione contenuta alla fine del brano (probabilmente aggiunta dalla Comunità di Matteo): non crediamo che il mondo sia fatto di buoni (grano) e cattivi (zizzania).

Dentro ciascuno di noi convivono buon grano e zizzania. Il campo della semina siamo noi: è il nostro cuore, la nostra vita!

E non è che quando qualcosa va storto nella nostra vita siamo tutti da buttare, no?

C’è quella tentazione, purtroppo… basta pensare alle tragiche notizie che sentiamo ogni giorno ai TG, di coppie felicemente sposate da 20 anni (che tutti definirebbero “coppie modello”), che dopo un gran litigio – inspiegabilmente – si autodistruggono, in un letale omicidio/suicidio.

Dio non è così. Il regno dei cieli che è già iniziato su questa terra non è così!

Dio è piuttosto come dice la prima lettura:

«Padrone della forza, tu giudichi con mitezza
e ci governi con molta indulgenza…
Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo
che il giusto deve amare gli uomini,
e hai dato ai tuoi figli la buona speranza
che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento».

Un dolore che porta frutto

Certo, stare fianco a fianco con il male è doloroso, non è uno scherzo. Sopportare che anche dentro di noi ci siano cattiveria e malvagità ci avvilisce e ci scoraggia.

Per questo ho parlato di “pazienza”, che non è solo la capacità di attendere, ma di saper patire nell’attesa.

Dobbiamo imparare questa pazienza, perché è la stessa pazienza (sofferenza) di Dio, nel vedere che i suoi figli non si decidono a vivere nell’amore reciproco che Gesù ci ha insegnato.

È la sofferenza innocente del Figlio, che si è fatta offerta totale di sé, sulla croce:

«non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,18-19)

È la sofferenza di tutta la creazione, che «geme e soffre le doglie del parto» (cfr Rom 8,22).

Ma – appunto – come quella del parto – è una sofferenza carica di speranza, perché porta frutto, dona vita:

«La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,21-22).

Non c’è frutto senza morte

Proprio per aiutarci a capire il senso e il valore della sofferenza, approssimandosi la fine della Sua vita terrena, Gesù userà ancora la parabola di un seme:

«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Siamo sinceri: queste “pieghe” del regno le eviteremmo volentieri; desidereremmo trovare una strada più facile, che salti a piè pari ogni ostacolo, ogni sofferenza.

Siamo così poco disposti a patire che immaginiamo un “paradiso regalato” dalla grande bontà di Dio, senza nessun nostro concorso. Ci piacerebbe fare la fine del buon ladrone… ma ci dimentichiamo che anche lui era sulla croce, accanto a Gesù.

Domenica prossima Gesù paragonerà il regno dei cieli ad un tesoro nascosto, ad una perla preziosa… tutte cose che ci attirano in modo naturale, ma che non si ottengono gratis: occorre una grande rinuncia, occorre essere disposti a vendere tutto.

È necessario mettere a rischio totale la propria vita, essere pronti a perderla.

Siamo disposti a questo? Oppure – come il giovane ricco – preferiamo rinunciare al regno dei cieli perché ci è chiesto di passare attraverso la sofferenza? (cfr Mt 19,22)