Come il pane. Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (C)

Buoni come il pane
Commento alle letture di domenica 19 giugno 2022

In quanto Corpo Mistico di Cristo, anche noi siamo chiamati a diventare buon pane, offerto per la vita del mondo, come Gesù.

Letture: Gen 14,18-20; Sal 109 (110); 1Cor 11,23-26; Lc 9,11-17

La parola “pane” è al centro della Parola di Dio di questa solennità eucaristica. 

È una delle parole più evocative e simboliche che ci siano (almeno per la nostra cultura): basta fare una ricerca su internet, e subito ci vengono elencati centinaia di citazioni, aneddoti e proverbi più o meno famosi.

Dire “pane” è come dire casa, lavoro, famiglia, solidarietà, semplicità, essenzialità…

“Luogo” di incontro tra cielo e terra 

Tantissime culture e religioni antiche avevano il pane al centro dei loro riti, in quanto simbolo dell’incontro tra il dono di Dio (o della natura) e il lavoro dell’uomo. 

Ne è testimonianza il piccolo brano della prima lettura, che riferisce di vicende e culture ben più antiche dell’ebraismo: Abramo, l’antico patriarca, prima ancora di stringere la prima alleanza con Yahweh, incontra il misterioso Melchìsedek, re e «sacerdote del Dio altissimo», che offre pane e vino. 

Simbolo di ricordi importanti 

Il pane, assieme ad altri componenti della cultura agreste, è uno dei simboli centrali della religione ebraica (alla quale appartenevano Gesù e i discepoli).

In particolare, il pane azzimo (cioè non lievitato), perché cotto in fretta e furia nella gloriosa notte di liberazione dalla schiavitù d’Egitto (cfr Es 12,39: la levitazione naturale richiedeva dalle 24 alle 48 ore).

Oltre ad essere simbolo della fretta di partire, il pane azzimo è soprattutto segno della novità assoluta di quel che accadde quella notte (la levitazione si innescava mischiando polvere di pane raffermo nell’impasto di acqua e farina fresca, perciò, occorreva del “pane vecchio”; il pane azzimo, invece, era un pane totalmente nuovo).

Un pane veramente nuovo 

Non è un caso che Gesù abbia scelto proprio il pane per istituire l’Eucaristia: l’accadimento dell’Ultima Cena avvenne con tutta probabilità nel contesto della cena pasquale ebraica (cfr Lc 22,14-20).

Ma quello di Gesù è un pane che potremmo definire assolutamente “nuovo”: Egli parte da un rito famigliare (celebrato di sicuro altre volte insieme ai suoi discepoli, prima di quella sera), ma stavolta lo cambia e sovverte totalmente, inserendo un nuovo cerimoniale, centrato su di Sé.

Spezzare un’azzima e distribuirne un pezzo a ciascuno dei commensali (e così versare il vino nelle coppe di ciascuno degli invitati) era parte fondamentale del rito di Pesach… totalmente nuove e inattese – invece – furono le parole

«Questo è il mio corpo, che è per voi… Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue».

Gesù si identifica totalmente con gli elementi presenti sulla tavola (il pane e il vino), offrendoli ai discepoli come misterioso e nuovo “veicolo” per entrare in comunione totale con Lui.

Identificazione

L’evangelista Giovanni dedica quasi tutto il sesto capitolo del suo vangelo a questo mistero di identificazione (perciò si può permettere di “saltare a piè pari” il racconto dell’istituzione eucaristica):

«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame…» (cfr Gv 6,35);


«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51);


«…la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (cfr Gv 6,54-56).

Non solo Gesù si identifica col pane, ma si sostituisce ad esso.

Sostituzione

Ma non è l’unica sostituzione operata da Gesù: nel racconto dell’ultima cena sono nominati solo pane e vino, ma non sembra esserci l’agnello pasquale… come mai?

Perché ora è Gesù stesso l’Agnello immolato per la liberazione dal peccato e dalla morte (cfr Gv 1,29).

Se il pane spezzato e il vino versato sono il Corpo e il Sangue di Gesù, significa che adesso è lui il “sostituto” per il riscatto dei figli primogeniti (cfr Es 13,11-16).

Lui si consegna per essere ucciso, chiedendo che i Suoi amici siano risparmiati (cfr Gv 18,7-9).

In quell’ultima cena Gesù ha anticipato simbolicamente quanto stava per fare – di lì a poche ore – con il suo consegnarsi volontariamente alla morte, in riscatto per tutti.

Quella operata da Gesù è una “sostituzione” che ha lasciato esterrefatti i Suoi discepoli, e credo che dovremmo rimanere di stucco anche noi, intuendo le implicazioni di tutto ciò.

Come vivere questa ricorrenza?

Sviscerate tutte queste sfumature di significato e le varie implicazioni spirituali, cosa siamo chiamati a fare noi oggi?

Certamente non possiamo ostinarci a conservare e riproporre le fastose celebrazioni del Corpus Domini alle quali la Chiesa si è affezionata nel passato (per quanto in qualche luogo abbiano ancora il loro fascino).

Certe manifestazioni religiose sono nate in periodi storici nei quali la verità della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia era stata messa in forte dubbio e si riteneva di doverla difendere in modo trionfalistico e para-militare (cfr la storia del Corpus Domini).

Non sono certo qui a squalificare l’Adorazione Eucaristica e altre forme di devozione, ma forse, per la nostra vita concreta e quotidiana, siamo chiamati a ben altro modo di raccogliere la provocazione della Parola di Dio.

Farsi pane

Per mostrarci l’Amore infinito di Dio, Gesù non si è limitato a lasciarci qualcosa, un “ricordino” di Sé, ma ha deciso di lasciarci tutto se stesso sotto la forma di questo Pane Celeste, che ogni giorno si rinnova e si rende presente sulla mensa eucaristica.

E – come ha fatto Lui – Gesù ora chiama anche noi a farci pane a nostra volta. È questo il senso dell’invito rivolto ai discepoli nel vangelo:

«Voi stessi date loro da mangiare».

È come se ci dicesse: «datevi in pasto a quella gente; diventate voi stessi il pane, il cibo per sfamare la loro fame».

Se vogliamo vivere veramente l’Eucaristia e “portarla fuori” dalle nostre chiese, abbiamo un solo modo: portare fuori questo cibo celeste per le strade della nostra quotidianità; ma non per una processione trionfale (con tanto di ostensorio d’oro, baldacchino, incenso e fiaccole), bensì attraverso le nostre persone.

Dobbiamo essere noi i “tabernacoli”, gli “ostensori” viventi, che escono per le strade a portano agli uomini la presenza reale di Cristo.

Di più: siccome – in quanto Chiesa – siamo noi stessi Corpo mistico di Cristo, siamo chiamati a farci a nostra volta cibo per l’umanità affamata di verità e di vita eterna.

Siamo chiamati a raggiungere e soddisfare la fame degli uomini attraverso i nostri corpi, le nostre vite!

Buoni come il pane

Rimanendo sulle caratteristiche dell’elemento scelto da Gesù per essere presente in mezzo a noi, possiamo declinare quanto ci è richiesto a partire dalle qualità dell’alimento che spezziamo ogni giorno nelle nostre case.

Come il pane dobbiamo essere:

  • cibo semplice: non elaborato, complicato, ma essenziale. Abbiamo il compito di sfamare l’uomo, non di confonderlo con elucubrazioni mentali;
  • cibo necessario: non superfluo. Dobbiamo essere come il sale della terra e la luce del mondo (cfr Mt 5,13-15): qualcosa di cui si sente di non poter fare a meno;
  • cibo sufficiente: come si può vivere “a pane e acqua”, così la nostra presenza (che rende presente Cristo) deve bastare a colmare la fame, il “vuoto” che caratterizza la vita dell’uomo di oggi;
  • cibo quotidiano: non ci possiamo dare agli altri sono nelle “grandi occasioni”, nei momenti di calamità naturale, o “a giorni alterni”, ma ogni singolo giorno!

Su questo altare ti offriamo

C’è un vecchio canto del Gen Verde che ci aiuta a pregare, per rafforzarci in questa missione di partecipazione all’identificazione e sostituzione operate da Gesù nel pane e nel vino.

Ecco il testo:

Su questo altare ti offriamo il nostro giorno,

tutto quello che abbiamo lo doniamo a Te;

l’amare, il gioire, il dolore di questo giorno

su questo altare doniamo a Te.


Fa’ di tutti noi un corpo, un’anima sola,

che porta a Te tutta l’umanità;

e fa’ che il tuo amore ci trasformi in Te,

come il pane e il vino che ora ti offriamo (2 volte)

(come il pane e il vino che ora ti offriamo).

E qui la musica (buon ascolto e buona preghiera):