Compassione. 5ª Domenica di Quaresima (B)

La compassione di Dio per noi
«chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna»

Sbirciando nel cuore di Gesù possiamo contemplare la compassione di Dio per noi. Lasciamo che Lui scriva la Sua legge nel nostro cuore per imparare a consolare.

Ger 31,31-34; Sal 51; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Il vangelo dell’anno scorso ci ha portati davanti al sepolcro di Lazzaro, per assistere ad un gesto grandioso di risurrezione: una prefigurazione, un anticipo di quella di Gesù.

Un grande “quadro” presentato ai catecumeni per illustrare la potenza di Cristo, che nella sua Pasqua opera il passaggio dalla morte alla vita in ogni uomo che crede in Lui.

Non da meno

Anche la pagina di oggi – seppure in modo meno “plateale” – ci aiuta a riflettere su questo tema, e lo fa con un’immagine stupenda, tratta dalla natura, con cui Gesù – in una sola riga – scrive un intero libro di filosofia, un mirabile trattato sul senso della vita:

«se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

È così che il Padre «glorificherà» Suo Figlio, facendo in modo che la sua morte non sia solo uno spreco – come appare agli occhi degli uomini – ma il germe di una Vita tutta nuova, eterna.

Dentro il dialogo divino

Anche qui – come nel brano della risurrezione di Lazzaro c’è un intenso dialogo tra il Figlio e il Padre, un dialogo nel quale Gesù vuole coinvolgere tutti:

«Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,41b-42);

«Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”… Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi”».

È come se Gesù ci invitasse nell’intimità del Suo rapporto con il Padre, facendoci partecipi dei Loro discorsi.

Una “fessura” in cui guardare

Un altro tratto che accomuna questa pagina con quella di Lazzaro è la “feritoia” che ci viene aperta per scrutare il cuore di Gesù, quasi un anticipo della ferita lasciata dalla lancia nel costato, dopo la Sua morte in croce.

Ma se – sulla croce – la “fessura” per “sbirciare” nel cuore di Gesù verrà aperta dal soldato, nella pagina di Lazzaro e nel racconto odierno è Gesù stesso ad aprirci uno squarcio sul suo cuore.

Nel racconto di Betania, Gesù lascia i suoi sentimenti liberi di “scorrere”, tanto che tutti li possano contemplare:

«Gesù allora, quando la vide piangere… si commosse profondamente e, molto turbato… scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”» (cfr Gv 11,33-36).

Qui invece ce li rivela a voce, descrivendo la sua angoscia interiore:

«Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?»

Profondamente umano

Nostro Signore ci si dona in tutta la sua profonda umanità: ci permette di contemplare fino in fondo le conseguenze della Sua Incarnazione, per farci “toccare con mano” fino a che punto abbia condiviso la nostra natura umana (cfr Fil 2,5-11).

Tutta questa “umanità” di Gesù, che si rivela nella condivisione della nostra fragilità, ci è presentata in un modo ancor più drammatico e sintetico dal breve brano della seconda lettura:

«Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte…»

In poche pennellate, ci vengono dipinte le scene del Getsèmani e del Golgota:

«…cadde in ginocchio e pregava dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! …Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra» (cfr Lc 22,41-44);

«Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: «”Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» (Mc 15,34).

A scuola di compassione

È altrettanto commovente e lacerante il seguito del testo della Lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato:

«Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì».

La sofferenza che Gesù ha patito e dalla quale non si è sottratto è una sorta di “scuola” alla quale ha voluto “iscriversi” per farsi in tutto simile a noi, “aderendo” perfettamente a tutte le pieghe del nostro cuore.

Come succede anche a noi, pure Gesù ha voluto sperimentare quel senso di angoscia interiore che si avvicina inesorabilmente, man mano che il destino di sofferenza si fa ineluttabile.

Nel vangelo di oggi, il Suo turbamento interiore nasce dal prendere coscienza – come in un lampo – che ormai la Sua missione sta per compiersi: il fatto che addirittura dei proseliti venuti dalla Grecia abbiano sentito parlare di Lui e lo vogliano incontrare, gli fa capire immediatamente che quella sarà la Sua ultima Pasqua, che ormai «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato».

La compassione di cui abbiamo bisogno

Sempre nella lettera agli Ebrei troviamo una mirabile sintesi della condivisione totale delle nostre fragilità da parte di Gesù:

«non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi» (Eb 4,15).

È un dono importante nel nostro percorso di Quaresima – e nel nostro cammino di credenti – il poterci trovare “cuore a cuore” con Gesù, il sentire la profondità e la genuinità della Sua compassione per noi.

È un amore vero, che si squaderna e prende forma concreta, che rende evidenti e credibili le parole dette a Nicodemo (che ascoltavamo domenica scorsa):

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16).

Abbiamo bisogno di questa compassione (nel senso etimologico del termine: «soffrire con»), soprattutto nei momenti nei quali ci sembra di essere lasciati soli, abbandonati a noi stessi, e cadiamo nello sconforto.

Quante volte avremo provato questo senso di totale solitudine nei lunghi mesi di questa pandemia…

E pensiamo a quanti la stanno tutt’ora sperimentando nei letti di ospedali che sono blindati, e in cui nessuno (se non quegli angeli di medici e infermieri) può entrare a fare una visita e a lenire il senso di abbandono…

La Pasqua, prima ancora di portarci la vittoria gloriosa di Cristo sulla morte, ci dona – fin da ora – tutta la Sua compassione, il Suo farsi vicino alle nostre sofferenze. E questo è per noi frutto di grande consolazione.

Compassione che insegna compassione

Non possiamo però limitarci ad accogliere il dono della compassione di Dio per noi: siamo chiamati ad imparare noi stessi le leggi del Suo cuore. Ci dice infatti Gesù nel vangelo di oggi:

«Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore».

Gesù ci sta invitando a imparare la sua stessa compassione per l’uomo, che passa necessariamente attraverso il dono totale di sé. Ci invita a spendere la nostra vita senza paura di perderla:

«Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna».

Come dicevo sopra, Cristo ci ha aperto una “feritoia” sul Suo cuore per lasciarci intravedere tutta la compassione di Dio per noi, ma l’ha fatto per insegnarci un Amore di tutt’altra natura:

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Con l’aiuto di Dio

Non è certo una “materia” facile da imparare, ma – in questo cammino di conversione ad avere lo stesso cuore di Gesù – ci aiuta Dio stesso, come leggiamo nella prima lettura:

«porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore…
Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande».

Con questa nuova legge scritta direttamente da Dio nel nostro cuore, siamo chiamati ad agire nei confronti dei nostri fratelli:

Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,4).