Correre sì, ma con una meta!

Domenica di Pasqua

Correre
Eugène Burnand, Les Disciples Pierre et Jean courant au sépulcre le matin de la Résurrection, 1898

At 10,34a.37-43Sal 118; Col 3,1-4Gv 20,1-9

Correre è fondamentale nella vita. Ma il cristiano non corre per paura di morire, bensì per il desiderio di vivere per sempre con Cristo Risorto!

Mi ha sempre colpito e affascinato il quadro di Eugène Burnan che ho scelto come immagine di questa riflessione, perché secondo me descrive in modo mirabile il racconto del mattino di Pasqua fatto dall’evangelista Giovanni.

È una rappresentazione vivida e plastica, che esprime in profondità l’atteggiamento del cuore impaziente e desideroso di accogliere una buona notizia.

Una catechesi pittorica

correre

È così realistico di sembra di essere lì, ai margini della strada, e veder passare Pietro e il discepolo amato che corrono verso il Sepolcro.

Così affannati e concentrati verso la meta da non accorgersi nemmeno di noi.

I loro volti sono un misto di preoccupazione (per la notizia della sparizione del corpo di Gesù, ricevuta dalla Maddalena), di interrogativi, di speranza…

Credo si potrebbe stare ore a contemplarlo e immedesimarci in loro per leggere anche i nostri sentimenti, soprattutto oggi, in questa Pasqua così strana che siamo costretti a vivere relegati nelle nostre case.

Quei due che corrono potremmo essere noi

Forse anche noi vorremmo poter correre fuori e andare in fretta…

Ma dove?

Chi dai propri cari che non vede da più di un mese, chi da un parente ammalato in ospedale… qualcuno – purtroppo – ad un sepolcro dove “un pezzo del suo cuore” è stato chiuso in fretta e senza tanti convenevoli…

Perché corri?

Cos’è che ci fa correre – normalmente – nella vita?

La paura: quando si scappa davanti ad un animale feroce, uno tsunami, un terremoto…

La fretta: quando il tempo sembra non bastarci mai, perché abbiamo mille cose da fare, e temiamo di non riuscire a portare a termine i nostri doveri…

La competizione: quando vogliamo “arrivare primi”, in senso reale o figurato…

La gioia: quando vediamo in lontananza un vecchio amico e – per accorciare il tempo e la distanza che ancora ci separa da lui – non possiamo far altro che corrergli incontro…

Se si corre, è per un motivo valido, perché – lo sappiamo – correre è faticoso.

Non aver più voglia di correre: brutto segno

Forse in questi giorni – a forza di decreti che aggiungono di volta in volta altri 15 giorni di isolamento forzato – stiamo perdendo la voglia di correre.

Non ci fanno quasi più effetto gli spot televisivi che invitano a tenere duro, promettendo che torneremo presto a sorridere e ad abbracciarci…

Si è smesso di cantare e applaudire ai balconi, soprattutto qui in bergamasca…

Nel cuore si allungano sempre più ombre di delusione, sfiducia, arresa…

La pandemia dilagante e tutte le sue nefaste conseguenze di morte e sofferenza sta gettando anche i nostri cuori nello sconforto.

Rischiamo anche noi – come i discepoli – di averci ormai «messo una pietra sopra» e di rimanere rinchiusi nei nostri “cenacoli”, bloccati dalla tristezza.

L’insistenza di un annuncio

Proprio per questo abbiamo bisogno di qualcuno che non si dia per mai vinto, nemmeno di fronte alle più grandi tragedie, nemmeno di fronte alla morte.

Abbiamo bisogno di una Maddalena che – nonostante abbia visto morire in modo straziante il suo Maestro – ha ancora la forza di rimanere attaccata a quello che ne rimane.

Nonostante la pietra sia stata rotolata davanti al suo Gesù come un sigillo definitivo, lei è in cammino quando è ancora buio.

E quando vede la pietra rotolata via, comincia a correre.

La staffetta dell’annuncio

È tutto un correre dal mattino di Pasqua.

Corre la Maddalena verso il Cenacolo, corrono Pietro e l’altro discepolo verso il Sepolcro…

Correranno da Emmaus a Gerusalemme – di notte – Clèopa e il suo compagno, per annunciare agli altri il loro incontro col Risorto (è il vangelo che si legge nella Messa serale di Pasqua).

La Chiesa è nata da questo andirivieni di testimoni impazienti di annunciare il Risorto, un annuncio che non può essere più fermato e messo a tacere, come diranno gli stessi Pietro e Giovanni davanti al tribunale ebraico:

«Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20);

come scrive lo stesso evangelista all’inizio della sua prima lettera:

«Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita… noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi… Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena» (cfr 1Gv 1,1-4).

Da allora la Chiesa continua ad annunciare la Pasqua, la vittoria di Cristo sulla morte, anche nei momenti della storia in cui tutto sembra parlare di morte e sconfitta.

La Chiesa continua a proclamare che l’unica sconfitta qui è proprio la morte (cfr 1Cor 15,54-55)!

Per cosa vale la pena correre

Se è vero che non bisogna smettere di correre per non farci vincere dalla tristezza e dalla morte, è anche vero che non sempre vale la pena di correre.

Lo ricordavo nella riflessione di ieri, suggerendo cosa dobbiamo imparare da questo lunghissimo “sabato santo” che stiamo vivendo a causa della pandemia.

La nostra fede ci invita a correre non per paura (come chi in questo tempo ha iniziato ad accendere candele e invocare santi e santini in modo superstizioso).

Il cristiano non corre per sopravanzare gli altri (è bello il particolare del discepolo amato che – pur arrivando per primo al Sepolcro lascia entrare prima Pietro), perché – come insegna san Paolo – l’unica competizione è quella dell’amore vicendevole:

«amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).

La corsa della fede è mossa dalla speranza nella Vita, dal desiderio di incontrare Cristo Risorto, come descrive stupendamente ancora l’apostolo Paolo:

«Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato» (1Cor 9,24-27).

Riscriviamo il proverbio

Tutti conosciamo quel famoso proverbio del leone e della gazzella che termina con «non importa che tu sia leone o gazzella, l’importante è che cominci a correre».

Ebbene: il cristiano sa che deve correre, che non deve mai perdere il desiderio e la forza di correre…

Ma non per paura di morire, bensì per il desiderio di vivere per sempre, nel Cristo Risorto che vive in eterno.