Crescere davanti a Dio. Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (C)

Devo crescere davanti a Dio

Dio stesso ha scelto di crescere in una famiglia umana, per illuminare e incoraggiare le fatiche educative delle nostre famiglie|

1Sam 1,20-22.24-28; Sal 84; 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52

Al giorno d’oggi, parlare di “famiglia cristiana” sembra anacronistico e fuori luogo, se si pensa che in Italia – tra convivenze, unioni di fatto e altre forme più “fantasiose” di “riassemblamento” – ben sette famiglie su dieci non rispecchiano proprio i dettami e gli insegnamenti della dottrina cattolica.

Eppure, quella della Santa Famiglia è una festa ancora attuale, che ci interroga tutti, in quanto ognuno di noi è nato e cresciuto in una famiglia: bella o brutta, grande o piccola, “normale” o strana…

Per questo il nostro Dio – venendo nel mondo – ci ha fatto il dono di condividere la nostra stessa identica esperienza: è nato e cresciuto in una famiglia.

Non è stato “tutto rose fiori”

Quando pensiamo alla famiglia di Nazareth facciamo tutti l’errore di idealizzarla come il modello della “famiglia ideale”, tipo la famiglia del Mulino Bianco… (che poi – a ben vedere – anche la famiglia di Nazareth non era proprio una famiglia “tradizionale”, no?)

Oppure, siamo convinti che – siccome ci abitava nientepopodimeno che il Figlio di Dio – quella della Sacra Famiglia sia stata una storia tutta “rose e fiori”.

Ma i racconti del Natale che leggiamo in questi giorni (se li ascoltiamo con attenzione) ci fanno ricredere.

Le poche cose essenziali narrate nei Vangeli lasciano intuire come non sia stato facile nemmeno per Maria e Giuseppe accogliere e crescere Gesù, ovvero: fare i genitori.

Non dobbiamo fermarci a considerare solo l’ansia e l’angoscia di due giovani sposi nel non trovare un posto dove far nascere il proprio figlio quella notte a Betlemme, o la fuga in Egitto per sfuggire alla strage degli innocenti perpetrata dal re Erode…

Pensiamo anche solo al pettegolezzo e alle malignità che tanti avranno fatto girare a Nazareth attorno a quella ragazzina rimasta incinta prima del matrimonio…

E poi c’è il vangelo di oggi, che ci lascia intravedere la fatica di Maria e Giuseppe alle prese con un figlio adolescente.

Tra cronaca ed elementi simbolici

L’episodio dello smarrimento di Gesù a Gerusalemme chiude i racconti dell’infanzia nel vangelo di Luca.

Facciamo alcune considerazioni per comprendere meglio il testo.

Per prima cosa, occorre sempre ricordarsi che esso (come tutti i vangeli) è stato scritto tenendo conto della fine della vicenda umana di Gesù: la Sua morte e risurrezione.

Nel racconto, la disposizione dei fatti accaduti è costruita in modo volutamente simbolico, così da rimandare continuamente al momento cruciale della vita di Gesù (la sua Pasqua):

  • come dopo la Sua morte, Gesù rimarrà tre giorni “nascosto” nel sepolcro, così anche qui per tre giorni è dato per smarrito;
  • come le pie donne che andranno al sepolcro lo cercheranno nel posto sbagliato (cfr Lc 24,5) così Maria e Giuseppe cercano il bambino Gesù nella comitiva, «tra i parenti e i conoscenti»;
  • come dopo la risurrezione Gesù sarà incontrato “diverso” da come ce lo si ricordava, così qui – a dodici anni – Gesù è ritrovato “diverso” da come ci si attendeva di trovarlo.

Riti di passaggio

L’episodio narrato fa chiaramente riferimento a un preciso rito di passaggio della religione ebraica (si tratta del Bar mitzwah, che in ebraico significa letteralmente «figlio del precetto»): è qualcosa di simile al nostro Sacramento della Cresima, ma molto più impegnativo, ufficiale e pubblico a livello non solo religioso, ma anche sociale e civile.

Inquadrando il racconto in questo contesto, Luca ci vuole dire che – da questo momento – Gesù entra in un ambito e in uno spazio del tutto nuovi: quello del rapporto con Dio, della comunione con il Padre.

Infatti, ai genitori che lo cercavano, Gesù risponde letteralmente:

«non sapete che devo stare nelle cose del Padre mio?»

Parafrasata, questa risposta potrebbe essere riscritta così: «ora sono chiamato a crescere soprattutto davanti al Padre Celeste, a diventare uomo soprattutto davanti a Dio, secondo il Suo progetto».

Piccoli uomini crescono

È sempre un momento cruciale quello in cui i genitori si rendono conto che i loro figli stanno crescendo, non solo dal punto di vista biologico, ma anche a livello psicologico e nella coscienza interiore.

Sono difficili per i genitori i momenti nei quali i loro figli li sorprendono con le loro domande a bruciapelo sul senso della vita, della morte, del futuro, no?

Lo sono stati anche per Maria e Giuseppe, quando si sono resi conto che Gesù non era più solo un bambino, ma stava cominciando a ragionare con la sua testa, a sentire Dio col suo cuore.

Sono i momenti che mettono a dura prova i genitori nel loro compito educativo.

Vero Dio ma anche vero uomo

Terminando il racconto, Luca annota che

Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Questa annotazione (e tutta la pagina che abbiamo letto) ci fa prendere sul serio l’umanità di Gesù sotto tutti gli aspetti (umano, psicologico, religioso).

In Gesù, Dio non è venuto a fare una specie di “giro turistico” sulla terra: non è che sapeva già tutto; non aveva davanti a sé un’autostrada spianata…

Gesù è cresciuto come cresce qualsiasi altro uomo: ha avuto bisogno di imparare, sbagliare, capire, in tutti gli ambiti della sua vita, anche nel cammino di fede.

Non sappiamo molto della crescita umana di Gesù, ma certo dobbiamo toglierci dalla testa l’immagine un po’ artefatta di un Gesù che sarebbe stato trent’anni in stand-by a Nazareth a fare il falegname con suo padre Giuseppe e poi, a un certo punto – come un fulmine a ciel sereno – sarebbe scattato in lui qualcosa che l’avrebbe portato a fare quello che ha fatto…

No! Anche Gesù ha fatto un serio cammino umano e spirituale, graduale, che nella giovinezza l’ha portato presto fuori casa, per entrare a confronto con chi, nel suo tempo, era già alla ricerca di Dio, soprattutto le comunità di persone presenti nel deserto di Giuda (tra cui il Battista).

Crescere integralmente

Questo brano ci rivela l’importante e decisivo dinamismo della crescita umana integrale che avviene in ogni bambino e che anche Gesù ha vissuto.

«Crescere davanti a Dio e davanti agli uomini» è l’espressione sintetica per indicare lo sviluppo integrale della persona, nella sua dimensione umana (biologica, fisica e psichica) e in quella spirituale, di fede.

Il rapporto, la relazione con Dio non è un aspetto accessorio della crescita umana, ma una dimensione fondamentale, che plasma il volto e le aspettative più profonde dell’uomo.

Il difficile compito dell’educare alla fede

Allo stesso tempo, il racconto ci dice anche come sia stato messo a dura prova il ruolo educativo di Maria e Giuseppe, il loro essere genitori credenti. Pur essendo chiamati a fare da genitori al Figlio di Dio, non è stata loro risparmiata alcuna fatica o responsabilità nel dovere dell’educazione, anzi!

Possiamo quindi specchiarci totalmente nella vicenda della famiglia di Nazareth, per interrogarci sulle nostre famiglie, sulle dinamiche educative che viviamo e sul nostro ruolo di genitori, chiamati al difficile compito di educare i figli alla fede.

Cosa significa educare davanti a Dio i nostri figli?

Come possiamo educarli a mettersi – come Gesù – nelle cose del Padre, per aiutarli a crescere secondo il progetto di Dio?

A scuola di genitorialità, da Maria e Giuseppe

Possiamo imparare qualcosa da Maria e Giuseppe sul difficile compito dell’educazione dei figli e dell’educare alla fede?

L’atteggiamento di Maria e Giuseppe svela come essi abbiano espresso a Gesù le loro attese e preoccupazioni:

«Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».

Allo stesso tempo, hanno rispettato il suo dinamismo nel crescere.

Il loro essere “autorità educativa” nei confronti di Gesù ha saputo unire l’espressione delle loro attese e dei loro desideri, con la nuova consapevolezza (acquisita dalla risposta incomprensibile del figlio) che erano chiamati ad essere per lui testimoni di un’autorità più grande: quella di Dio Padre, verso cui Gesù mostrava di avere già acquisito una relazione unica.

Un equilibrio difficile

La non facile composizione tra le attese dei genitori e i bisogni del figlio che sta crescendo (anche nella fede), è detta da Luca in poche frasi, che celano e riassumono anni e anni di quotidiano allenamento nell’esperienza del crescere e dell’educare:

…stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

L’esperienza fatta da Gesù era certamente fuori dall’ordinario… Nonostante ciò, i suoi genitori – pur non capendo del tutto – hanno saputo ricondurre dentro il loro progetto familiare un’esperienza che, comunque, li ha interrogati nel profondo.

Con tutti i loro limiti, Maria e Giuseppe non hanno abdicato al loro ruolo di educatori; non si sono “fatti da parte” di fronte ad un figlio che sembrava essere più grande dei suoi coetanei (in particolare nella dimensione della fede).

Non hanno detto «tanto è il Figlio di Dio (e sa di esserlo), perciò adesso se la può cavare da solo»: Maria e Giuseppe hanno – giustamente – ritenuto che non fosse ancora giunto il tempo in cui Gesù poteva scegliere autonomamente il suo cammino e – pur tenendo conto delle sue nuove esigenze – hanno scelto per lui il ritorno nella vita familiare.

Incomprensioni non irreparabili

L’incomprensione è una delle fatiche più pesanti da vivere in famiglia, e spesso porta a delle rotture irreparabili nei rapporti.

Quanti adolescenti o giovanissimi non riescono a dialogare con genitori spesso troppo centrati su se stessi e sui propri progetti (che spesso schiacciano anche la libertà dei figli)?

Quanti – alla prima incomprensione – interrompono ogni rapporto, chiudendosi in se stessi e rifiutando ogni ulteriore tentativo di confronto?

Nella famiglia di Nazareth l’incomprensione non ha portato ad una rottura definitiva: il figlio, pur dovendosi «occupare delle cose del Padre» è tornato a casa restando obbediente; i genitori, pur scombussolati di fronte a una tale risposta, hanno custodito questo fatto nell’intimo e cresciuto il figlio «in sapienza, età e grazia».

Educazione costante

Meditare questa pagina diventa occasione propizia per riflettere sull’importanza fondamentale del saper comunicare in famiglia, specialmente riguardo alla dimensione religiosa in rapporto ai figli.

La comunicazione della fede non è qualcosa che riguarda solo un momento o un ambito della vita, ma è una comunicazione costante, e accompagna tutta l’esistenza. È fatta di gesti e di abitudini; richiede silenzio e meditazione per poter favorire l’accoglienza del mistero di Dio e del suo disegno d’Amore su ciascuno di noi.

Ma la comprensione di sé e della propria vocazione si può compiere solo a partire dalla presa di coscienza di esistere dentro un disegno.

Molti pensano di essere nati per caso, altri considerano la propria vita uno sbaglio: per i cristiani la verità è che tutti siamo pensati e amati da sempre da Dio Padre.

È questa verità è qualcosa che si può capire solo entrando in rapporto con Lui nella preghiera.

La preghiera in famiglia

Ricordo con amore e affetto i momenti di preghiera vissuti con la mia famiglia fin dall’infanzia: una preghiera quotidiana (quella del Pater o del Santo Rosario, per esempio) che si faceva più intensa in alcuni frangenti particolari…

Quale intensità – per esempio – quando ci mettemmo tutti assieme a pregare attorno al tavolo della cucina la sera di quel 13 maggio 1981 alla notizia in TV dell’attentato a Giovanni Paolo II! Avevo 8 anni, mio fratello 4… C’era una fede grande e la convinzione incrollabile che il Signore fosse lì, in mezzo a noi.

Questa è la fede che la mia famiglia mi ha comunicato e mi comunica tuttora nei piccoli momenti che riesco a trascorrere a casa…

La mancanza più grande

La povertà più grande delle nostre famiglie oggi è la mancanza di ascolto, di pazienza, di riflessione, di dialogo, di comprensione… ma soprattutto di preghiera!

Tornino ad essere l’ascolto reciproco e la preghiera il fulcro delle nostre famiglie (fosse anche solo la preghiera fatta la domenica di fronte alla tavola imbandita e condivisa tutti assieme) perché allora la nostra Eucarestia si prolungherà dalla chiesa alle nostre case, e dalle case alle strade della nostra vita.