Di cosa abbiamo fame?18ª Domenica del Tempo Ordinario (B)

di cosa abbiamo fame?

Gesù vuole educare i nostri desideri: ci vuole indurre la fame di un cibo che sfama veramente, e dura per la vita eterna|

Es 16,2-4.12-15; Sal 78; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

Nel vangelo di Giovanni i miracoli sono chiamati “segni”, perché l’evangelista vuol far capire al suo lettore che essi non sono prodigi fine a se stessi, ma azioni che Gesù compie per indicare un orizzonte ben più ampio.

Come nei segnali stradali: se vedo un cartello a forma di freccia con scritto “Bergamo” non mi devo fermare lì, pensando di essere già arrivato a destinazione, ma devo proseguire in direzione della freccia!

Ma la folla è cieca: non riesce a vedere oltre il proprio naso, e non comprende il reale significato del segno posto da Gesù. D’altronde, lo riassume bene l’antico proverbio:

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.

Fraintendimenti

Quasi tutti i miracoli di Gesù sono stati fraintesi: molti li vedevano come magie, “scorciatoie” per risolvere velocemente e definitivamente i propri problemi.

Altri come il compimento delle promesse messianiche (cfr Mt 12,22-23)… ma di un Messia “condottiero politico”, capace di usare i suoi “poteri” anche per scacciare gli invasori romani e ripristinare l’antico Regno di Israele.

Gli avversari religiosi li guardavano con invidia, come fumo negli occhi, e cercavano di screditarli:

…i farisei… dissero: «Costui non scaccia i demòni se non per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni» (Mt 12,24).

E per noi cosa sono per noi i miracoli?

Perché li chiediamo così spesso a Dio?

Ascoltare la pancia

Quanto a comprensione del senso, quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci è forse il miracolo peggio riuscito. Gesù stesso se ne rende conto, tanto che – alla folla che lo cerca affannosamente – risponde:

«Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato… e vi siete saziati».

È amareggiato e deluso, la sua voce sembra ferita: la gente non ha capito il Suo intento, e – invece di guardare oltre – ha ascoltato solo la pancia, accontentandosi di far tacere il grido della fame.

E anche adesso non ha altro interesse che risolvere il problema della fame, definitivamente; per questo cerca Gesù.

Il dio “problem solver”

Spesso anche noi cerchiamo solo un “dio” che ci risolva i problemi.

Quanti sedicenti “cristiani” basano la loro “fede” su quanto riescono ad estorcere da Dio! E quanti – di fronte ad una “preghiera” non esaudita – arrivano subito alla conclusione che «Dio non esiste», oppure che è indifferente.

È una visione riduttiva e bambinesca, anzi pagana: un “dio” servo delle nostre pretese, dei nostri desideri!

Chiediamocelo subito: noi perché cerchiamo Dio?

Il rimprovero è per noi

Facciamo lo sforzo di sentire rivolto proprio a ciascuno di noi quel rimbrotto:

«Voi mi cercate solo perché volete riempirvi la pancia!»

L’accusa di Gesù arriva dritta come un pugno nello stomaco, proprio a noi che veniamo a Messa tutte le domeniche, che crediamo di aver compreso cosa sia l’Eucaristia.

Perché veniamo a Messa?

Perché facciamo la Comunione?

Di cosa andiamo in cerca ogni domenica (qualcuno anche tutti i giorni)?

Non liquidiamo troppo in fretta queste domande.

Per cosa val la pena brigare?

Ad ogni modo, Gesù non “tiene il muso” e – nonostante la delusione – coglie l’occasione per educare la gente, prendendola per mano in una impegnativa catechesi.

Anzitutto li invita a considerare lo spreco di energie messe in campo per correre dietro alla fame del corpo:

«Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna».

La traduzione letterale del testo greco di quel «datevi da fare» sarebbe «operate» («fate opere»). Ecco perché la gente ribatte (letteralmente):

«che cosa dobbiamo fare per operare le opere di Dio?»

Una tautologia, che letteralmente significa: «quali sono le faccende che Dio vuole che facciamo?»

La prima cosa da “fare”

Fare, fare… sempre fare! Abbiamo ridotto il nostro essere cristiani ad una serie di pratiche (più o meno devozionali); ma Gesù spiazza tutti:

«Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

La prima cosa da “fare” è… credere!

Ecco anticipato fin da subito lo scopo e l’intento della stesura del quarto vangelo (che troveremo alla fine):

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20,30-31).

È Dio che “fa”, non noi! Noi siamo soltanto spettatori dei segni del Suo Amore, e davanti a questi segni siamo chiamati a rispondere con la nostra fede in Lui.

Credere in ciò che si fa

Invece la nostra religiosità si è ormai ridotta ad un codice morale, ad «fai questo, non fare quello…»

Pensiamo alla Messa: diciamo «bisogna andare a Messa», intendendo l’azione meccanica del recarci in chiesa e “portare pazienza” per tre quarti d’ora (nel migliore dei casi)… ma l’Eucaristia (che è fonte e culmine del nostro essere cristiani) non è un’opera, ma anzitutto un atto di fede.

Se non crediamo di sedere a mensa con Cristo, Pane vivo che il Padre ci ha donato per saziare la nostra fame di vita, la Messa si riduce ad essere né più né meno che una delle tante “cose da fare” per “accontentare” Dio.

Sono ben strani i cristiani di oggi: in quanto uomini del nostro tempo rivendicano che hanno valore solo le cose che si fanno perché ci si crede, ma poi spesso si accontentano di “fare” delle cose, non per fede, ma per comando o per abitudine.

La prova della fede

Il Signore ci chiede di credere in Lui, ma noi – se non vediamo qualcosa di concreto – non crediamo. Anche noi – come la folla – andiamo continuamente in cerca di segni, di “fatti” (cose fatte):

«quale segno operi perché lo vediamo e ti crediamo?»

Io li avrei mandati a quel paese! Gesù aveva appena moltiplicato pani e pesci per cinquemila persone! Di cos’altro avevano bisogno?

Tra l’altro citano il segno della manna nel deserto, non ricordando che non fu data da Mosè, ma da Dio, e che essa fu anche una prova di fede per il popolo, come ci ricorda la prima lettura:

«Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge».

La prova della manna era quella di affidarsi a Dio ogni giorno, e non cercare di archiviare furbescamente il problema una volta per tutte (facendone scorte esagerate).

Voler risolvere definitivamente il problema della fame (e dei tanti altri bisogni) nasconde la tentazione di poter – poi – fare a meno di Dio… sempre la stessa del peccato originale, insomma!

Proprio per non farci cadere in questa tentazione, il Signore ci ha insegnato a pregare (letteralmente):

«Dacci ogni giorno il pane di cui abbiamo bisogno» (Lc 11,3).

Abbiamo fame da sempre

Capiamo da soli che mangiare è essenziale per sopravvivere: non c’è bisogno che alcuno ce lo spieghi.

Aver fame e mangiare fa parte del nostro essere, fin da quando siamo nati.

Abbiamo imparato a conviverci, senza lamentarci, anzi: da quando si è sviluppata la società umana, abbiamo trasformato questo bisogno primordiale in un’occasione di socialità, incontro, gioia, festa…

Nessuno di noi si chiederebbe: «a cosa serve mangiare, se poi ti viene nuovamente fame?», proprio perché il mangiare è diventato un appuntamento, un momento significativo della nostra esistenza, sotto vari aspetti.

La fame interiore

L’intento di Gesù nello sfamare la gente era proprio di farla partire dalla riflessione su un bisogno primordiale (la fame corporale) per arrivare ad intuire l’altra fame, molto più profonda: quella interiore, quella che Lui stesso aveva imparato mettendosi alla prova nel deserto prima di iniziare il Suo ministero pubblico:

…alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: ‘Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’» (cfr Mt 4,1-4).

E la scelta della Cena come “luogo” e “mezzo” per istituire l’Eucaristia partirà da tutti i significati sociali “aggiunti” al semplice gesto del mangiare, per rivelare il desiderio di Comunione di Dio con l’uomo:

«Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione…» (Lc 22,15).

Gesù vuole condurci dall’ascoltare la pancia all’ascoltare il cuore: il nostro e quello di Dio.

C’è pane e pane

La fame del corpo si sazia di pane; la fame interiore si sazia di fiducia, di amicizia, di affidamento reciproco, di comunione.

Non possiamo pensare di saziare la fame del cuore con il “cibo” del corpo (ovvero, di far tacere i desideri più profondi del nostro intimo soddisfacendo tutti gli istinti materiali).

E non possiamo pensare che solo il corpo abbia bisogno di essere educato (con diete e una sana alimentazione): anche la fame interiore va educata, per saper distinguere tra il “pane” che sazia e quello che rende indigesti.

Anche il cuore – a volte – va “messo a digiuno” o “fatto mangiare in bianco”.

Pensiamoci bene: la brama di successo, di denaro, di gratificazione… anche se soddisfatta ci lascia sempre un vuoto dentro, come la fame del corpo, che torna sempre a tormentarci se mangiamo schifezze invece del cibo sostanzioso.

Digiunare per sentire il vuoto interiore

Far digiunare il corpo e il cuore ci aiuta a percepire la fame vera: quella di senso, di verità, che solo Dio può saziare.

Se ascoltiamo questo vuoto interiore, se non cediamo alla tentazione di riempirlo sempre e subito con il “pane” sbagliato, arriviamo anche noi a capire di cosa abbiamo veramente “fame”, come i grandi Santi:

Signore… ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te. (Sant’Agostino, Confessioni 1,1)

Lasciamo che la nostra fame si trasformi in preghiera accorata e sincera:

«Signore, dacci sempre questo pane».

Un cammino lungo

In realtà, la richiesta della folla non era ancora spirituale: assomigliava più a quella della Samaritana davanti alla promessa dell’acqua viva da parte di Gesù:

«Signore… dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» (cfr Gv 4,13-15).

È un cammino lungo, una lenta conversione quella che dobbiamo fare, per imparare a educare i nostri bisogni e desiderare veramente di nutrirci del vero Pane.

Per ora impegniamoci a ripetere spesso quell’invocazione nella nostra preghiera («Signore, dacci sempre questo pane»), e ad ascoltare la risposta del Maestro:

«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»

Giorno per giorno, con il Suo aiuto e il Dono dell’Eucaristia, costruiremo una relazione profonda con Gesù, Maestro di vita e cibo dell’anima.

Entrando così in Comunione con Lui, ci accorgeremo che tutte le cose materiali che desideriamo (più o meno necessarie), sono sempre secondarie rispetto a Lui: sono dei segni che ci spingono a guardare e cercare oltre.