Dieci Parole. 3ª Domenica di Quaresima (B)

Dieci Parole di Vita

Dieci Parole, non dieci obblighi e restrizioni: Dio non è uno che pretende prima di aiutarci, ma Colui che ci ha già amati e ci Ama, prima ancora di parlarci.

Es 20,1-17; Sal 19; 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Il brano evangelico di oggi inizia quasi ricordandoci quanto il tempo corra veloce (se mai ce ne fosse bisogno):

«Si avvicinava la Pasqua dei Giudei…»

Tra meno di un mese sarà Pasqua anche per noi, e – se il Signore ce lo concederà – potremo rivivere solennemente i grandi misteri della nostra Salvezza. Ma – per adesso – siamo ancora in cammino, e abbiamo ancora dei passi importanti da fare.

Chiave di lettura

Per tre domeniche il Lezionario ci fa “abbandonare” il nostro Marco per prendere in prestito alcune pagine di Giovanni, e oggi ci propone un fatto rimasto così impresso nella mente dei discepoli da essere riportato da tutti e quattro gli evangelisti.

Mentre i Sinottici riportano questo episodio alla fine dei loro Vangeli (come «la goccia che fa traboccare il vaso» della sopportazione delle autorità giudaiche nei confronti di Gesù), Giovanni lo pone all’inizio, quasi come una “chiave di lettura” di tutto il suo vangelo.

Altrimenti ci arrabbiamo?

Molte volte il “cristiano medio” cita questo brano per giustificare i propri scatti di rabbia o il proprio carattere facilmente irascibile, dicendo «anche Gesù quella volta si è arrabbiato…»

Ma non c’è nulla di più sbagliato, e non perché si debba difendere Gesù a tutti i costi o cercare di sostenere che Nostro Signore non si sia mai arrabbiato, ma perché il motivo e il significato di questo gesto è tutt’altro.

Non è la rabbia a muovere Gesù, ma – come dice il racconto stesso – lo zelo, ovvero l’Amore sincero e genuino per il Padre Celeste e la Sua casa, segno della Sua presenza tra gli uomini:

«I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”».

Quello compiuto da Gesù è un tipico gesto “da Profeta”, come ad esempio quello di Geremia (invitato da Dio a rompere una brocca di terracotta – cfr Ger 19), o di Ezechiele (invitato a partire da esule facendo un buco nel muro – cfr Ez 12,1-16).

Perfino i Giudei si rendono conto della natura profetica del comportamento del Rabbi di Nazaret; infatti gli chiedono:

«Quale segno ci mostri per fare queste cose?»

C’è segno e segno…

La parola “segni” nel linguaggio degli evangelisti (in particolare Giovanni) è il vocabolo con il quale noi di solito indichiamo i “miracoli”.

La scelta del termine “segni” è importante: quelle compiute da Gesù non sono azioni prodigiose, straordinarie, che soltanto una persona con poteri eccezionali può compiere, magari stravolgendo le leggi della natura.

I segni di Gesù sono opere che rendono presente e visibile il Padre:

«il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse» (Gv 14,10c-11).

Sono azioni compiute e tramandate per far crescere la fede nel cuore dei credenti:

«Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 21,30-31).

Quando invece sono i Giudei a chiedere un segno la valenza è negativa, perché – in quel caso – a Gesù viene richiesto un prodigio, un’azione sensazionale, come gesto dimostrativo, come giustificazione per il suo operato.

E qui entra subito in gioco il tema che questa pagina ci vuol proporre come motivo di riflessione.

Questione di affari

Questo brano viene spesso intitolato la purificazione del tempio, ma cosa c’era da purificare? Un luogo? Delle usanze religiose?

Mai più! Di fatto, cinque minuti dopo la “sfuriata” di Gesù, tutto tornò esattamente nelle stesse condizioni di prima. E poi, gli animali, le monete e tutto il resto erano davvero necessari per lo svolgimento del culto.

Il gesto profetico di Gesù voleva scardinare convinzioni ataviche più profonde e nascoste, che sono presenti tutt’oggi in molte forme di religiosità.

Quando Gesù dice «non fate della casa del Padre mio un mercato!» non ce l’ha con le bancarelle dei Souvenir che si trovano fuori da ogni Santuario, ma con l’idea di Dio che spesso vi sta dietro:

«io faccio qualcosa di “religioso” (un sacrificio, un’offerta, la benedizione di un oggetto di pietà) in modo che Dio – da parte Sua – faccia qualcos’altro (il miracolo che mi serve)».

È una vera e propria contrattazione con Dio! Come l’adolescente che va ad accendere la candela in chiesa la mattina dell’interrogazione e poi smette di “credere” se questa gli va male (magari perché non aveva studiato un fico secco!).

Purificare il rapporto con Dio

Guardare a Dio come uno da cui attendersi dei miracoli (che matematicamente non avvengono) spesso è la causa della perdita totale della fede.

Dai vangeli impariamo che non sono i miracoli la causa della fede, ma l’esatto contrario: Gesù diceva «la tua fede ti ha salvato» (cfr diversi testi), ma dove non c’era fede «non poteva compiere nessun prodigio» (cfr Mc 5,6,1-6).

Gesù ha speso gran parte della sua predicazione a cercare di scalfire un’immagine di Dio totalmente pagana.

E anche a noi – oggi – chiede di purificare il nostro rapporto con il Padre: Dio non è uno che si può “comprare” (basta sapere il prezzo giusto), o da cui pretendere, perché mi deve “dimostrare” qualcosa (appunto con dei “segni”).

Dio è sempre Colui che mi precede, che ha già fatto qualcosa per me, a prescindere.

Per aiutarci in questa conversione, la Liturgia della Parola ci regala come prima lettura il testo stupendo del Decalogo.

«Io sono il Signore, tuo Dio, che…»

Sappiamo a memoria i Dieci Comandamenti (almeno spero), ma – anche qui – ci portiamo dentro una concezione distorta.

Quando pensiamo ai Comandamenti, ci viene in mente l’immagine di un Preside cattivo che illustra alle matricole le rigide regole del suo Collegio, o un tenente che urla in faccia alle nuove reclute della sua Caserma, per mettere subito in chiaro le cose (per citare due reality diventati famosi).

Ma siamo stati noi a chiamarli “comandamenti”: i nostri fratelli maggiori nella fede (gli Ebrei) li chiamano “Le Dieci Parole”, perché Dio parla col suo popolo, non comanda.

La nostra incomprensione viene da lontano, dal Catechismo di Pio X che ci è stato insegnato a memoria: «Io sono il Signore tuo Dio» – punto – e poi attacchiamo coi Dieci Comandamenti (in forma semplificata e “asciutta”). Invece nel testo che abbiamo ascoltato c’è scritto:

«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile».

Una bella differenza, no? Dio non è “Dio e basta”, ma è Colui che mi ha salvato, che mi ha liberato.

Chiaramente, se la motivazione alla base delle regole è il tipico «è così perché lo dico io!» queste diventano imposizioni, odiose e odiate. Ma qui, Chi mi parla è Uno che mi Ama, che ha fatto e continua a fare tutto per me!

Prima di chiedere ha già dato

Non ci ricordiamo mai di ciò che Dio ha già fatto e continua a fare per noi. Prima di domandarci qualunque cosa, Dio ci ricorda (brevemente) chi è Lui per noi, e cosa ha fatto per noi:

«Io non sono quello che ti vuol fare tribolare, o che ti manda le malattie, o che si disinteressa di te. Io sono il Dio che ti ha dimostrato mille volte attenzione, premura, affetto, e che continuerà a farlo…».

Se la liberazione dalla schiavitù d’Egitto (che era l’evento fondativo della fede ebraica) non ci dice nulla, sostituiamolo con ciò che fonda la nostra fede cristiana:

«Io sono il Signore, che per te ha donato il Suo Figlio, e l’ha sacrificato per la tua salvezza».

Dio è sempre il primo ad Amare

C’è una preghiera stupenda del filosofo e teologo Søren Kierkegaard che ci aiuta ad interiorizzare questa verità:

«O Dio nostro Padre,
tu ci hai amato per primo!
Signore, noi parliamo di Te
come se ci avessi amato per primo
in passato, una sola volta.
Non è così: Tu ci ami per primo, sempre,
Tu ci ami continuamente,
giorno dopo giorno, per tutta la vita.
Quando al mattino mi sveglio
e innalzo a Te il mio spirito,
Signore, Dio mio,
Tu sei il primo,
Tu mi ami sempre per primo.
È sempre così:
Tu ci ami per primo
non una sola volta,
ma ogni giorno, sempre».

Se capiamo questo riusciremo a capire anche il vero spirito del Decalogo: non è una serie sterile di divieti, ma Dieci Parole piene di Amore e buon senso, date all’uomo per svelargli il segreto della vita.

Dieci Parole d’Amore

È Dio che ci ha creato, e Lui sa bene “come funzioniamo”: dandoci queste Dieci Parole è come se ci offrisse il “manuale di buon uso”, il “libretto di manutenzione” per vivere una vita in pienezza.

Dieci Parole che – indicandoci chiaramente la parte oscura di noi stessi – ci invitano ad essere prudenti, ad evitare i pericoli e gli inganni della realtà; ci svelano che il peccato è male perché ci fa del male, non perché trasgredisce una regola di Dio.

Un po’ come quando si cammina in montagna e si va ad urtare una barriera che è stata messa a protezione di un tremendo dirupo: non ci salterebbe mai in mente di prendercela con chi ha posato quel parapetto, perché – facendolo – ci ha salvato la vita!

Altre Dieci Parole

Sarà un caso, ma la risposta che Gesù dà ai Giudei che gli chiedono un segno ulteriore per la sua provocazione profetica è una frase di dieci parole:

«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».

Al di là della corrispondenza numerica, il senso di questa risposta racchiude tutto ciò che abbiamo detto finora: Dio non ci chiede di fare qualcosa o rinunciare a qualcos’altro prima di degnarci del Suo aiuto, ma dopo; Lui ci ha già concesso in anticipo tutto quanto poteva: se stesso, nel Corpo del Suo Figlio offerto per noi.

E – come agli Israeliti propose un patto di Alleanza a prescindere dalla loro fedeltà (quando ormai li aveva già liberati dagli Egiziani) – così anche a noi chiede una corrispondenza al Suo Amore dopo averci già amato, indipendentemente dalla nostra riposta:

«Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).

Come ci dice san Paolo nella seconda lettura, questo è il mistero della Croce, che agli uomini pare “stoltezza” e “debolezza” di Dio, ma invece manifesta – nell’immensità del Suo Amore preveniente – tutta la Sua fortezza e sapienza.