Dimmi in chi confidi… 6ª Domenica del Tempo Ordinario (C)

Confidare in Dio

La nostra felicità o infelicità dipende solo da noi, da chi (o cosa) abbiamo scelto come baluardo in cui confidare… Beato è l’uomo che confida nel Signore!|

Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26

Le beatitudini nella versione di Luca che ascoltiamo nel vangelo di oggi sono piuttosto diverse rispetto alla narrazione di Matteo (cfr Mt 5,1-12), e non solo perché meno numerose, ma perché sono corredate da altrettanti “guai”, in un perfetto parallelismo.

Questo schema è anticipato (anche se in forma inversa) dal brano di Geremia che ascoltiamo nella prima lettura, composto da un’unica maledizione e un’unica benedizione/beatitudine:

«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo…
allontanando il suo cuore dal Signore…

Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia».

È l’immagine delle due vie poste davanti all’uomo, della benedizione e della maledizione, della vita e della morte, che torna altre volte nell’Antico Testamento:

«Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male…
io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza…»
(cfr Dt 30,15-20; Dt 11,26-28; Sir 15,16-17; Ger 21,8).

Dio non maledice

La prima cosa voglio chiarire è che Dio non maledice nessuno: Lui sa solo benedire, perché – essendo Sommo Bene – non è costitutivamente capace di compiere il male, e nemmeno di provocarlo; e – volendo solo il bene dei Suoi figli – non può certo augurare loro il male.

In tutte le situazioni in cui la Bibbia attribuisce la responsabilità delle disgrazie a Dio stesso (cfr Gb 1,21 e Gb 2,10), dobbiamo sempre tener conto che sono pagine scritte da uomini, che – seppur ispirati da Dio – sono influenzati da aspetti culturali, storici e letterali, e che – quindi – tendono a descrivere anche Dio con tratti umani.

Il problema dell’origine del male e della sua misteriosa esistenza in un mondo creato da Dio (v. teodicea) è il più complicato e difficile di tutta la teologia, e non abbiamo certo qui lo spazio né la pretesa di trattarlo; ma che non vi sia una relazione diretta di tipo causa-effetto tra il male dell’uomo e la volontà di Dio ce l’ha assicurato Gesù:

«quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico…» (cfr Lc 13,1-9).

Di inspiegabile (nel brano che ho citato) c’è – invece – la misericordia e la pazienza inesauribile di Dio di fronte all’uomo che non si decide a convertirsi (rappresentato dal fico perennemente sterile).

È l’uomo che si auto-maledice

È l’uomo che – chiamato a gestire il grande dono della libertà che Dio gli ha fatto fin dall’inizio (e di fronte al quale Dio ha scelto di rimanere con le mani legate) – decide di fare da solo.

Siamo noi che ci malediciamo nel momento in cui pensiamo di poter fare affidamento solo su noi stessi, di sapercela cavare da soli, mettendoci al posto di Dio, proprio come Adamo ed Eva:

…il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3,4-5).

Siamo noi che ci auto-malediciamo, quando pensiamo che sia meglio contare su noi stessi che su Dio, come ci metteva in guardia il profeta Geremia nella prima lettura. Il risultato lo sappiamo qual è:

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi (Gen 3,7).

Il grande peccato, la grande maledizione dell’uomo è credersi autosufficiente, onnipotente, e dire «mi sono fatto da solo»:

Può forse vantarsi la scure contro chi se ne serve per tagliare
o la sega insuperbirsi contro chi la maneggia?
Come se un bastone volesse brandire chi lo impugna
e una verga sollevare ciò che non è di legno! (Is 10,15).

Il «guai» di chi ci vuole bene

È in quei «guai» (che noi interpretiamo sempre come delle limitazioni o delle minacce) che si rivela tutto l’Amore di Dio di per noi.

Proprio come quando – da piccoli – ci facevano arrabbiare i «no!» dei nostri genitori man mano che ci vedevano avvicinarci ai pericoli (la presa della corrente, la pentola sul fuoco, un coltello affilato, una scala senza ringhiera di protezione…).

I «no!» e i «guai!» di Dio sono solo il segno della Sua preoccupazione per noi, della Sua disperazione nel vederci cacciare sempre nei pasticci.

Non è altro che il senso dei Dieci Comandamenti, che a noi suonano tanto limitativi della nostra libertà, e invece sono come le controindicazioni sul foglietto dei medicinali: ci mettono in guardia da ciò che è letale per noi.

Il “foglietto illustrativo” della nostra vita

Rimanendo nel linguaggio delle medicine, le beatitudini non sono altro che il “bugiardino”, il foglietto illustrativo che Dio ci mette in mano all’inizio della nostra vita.

Sono i “consigli per l’uso”, il “libretto di istruzioni” per la felicità: «se vuoi essere felice, fai così…»

Certo, a noi risulta incomprensibile e scandaloso il linguaggio delle beatitudini: chi mai si è sentito beato perché piangeva? A chi verrebbe mai in mente di invidiare un affamato o un povero in canna?

Ma è perché guardiamo dalla parte sbagliata che non riusciamo a comprendere queste affermazioni di Gesù: Egli non ci indica la povertà, la fame, la tristezza, l’odio degli altri come “luogo” della felicità, ma come il percorso.

Ancora una volta: le beatitudini (come i cartelli stradali) sono un’indicazione di direzione, non la mèta del nostro cammino.

Non dobbiamo puntare ad essere tristi, infelici, poveri in canna (ci pensa già la vita a farci incontrare queste situazioni)… ma a saper vivere queste condizioni come la strada sulla quale camminare mano nella mano con il Signore.

La dieta non è il fine, ma il mezzo per tornare in forma; i sacrifici (alimentari o comportamentali) non sono l’orizzonte, ma la condizione necessaria per raggiungerlo: non si raggiungerà la vetta se non faticando per un sentiero irto.

Non camminiamo da soli

Ma è un cammino – per quanto difficile – che non dobbiamo assolutamente percorrere da soli.

Quello che dovremmo capire dai «guai» di Gesù è proprio che l’inizio della fine è il nostro ostinarci a credere di essere soli nel cammino, anzi: a voler a tutti costi rimanere soli.

In tal senso, è bella l’immagine allegorica del profeta Geremia per descrivere l’uomo che confida in se stesso anziché in Dio:

Sarà come un tamarisco nella steppa;
non vedrà venire il bene,
dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.

Isolarci e continuare a dire «mi arrangio da solo, basto a me stesso» è la nostra rovina. Dobbiamo stare davvero attenti a questo atteggiamento, che è stato acuito molto dall’isolamento obbligatorio che ci ha imposto la pandemia.

Che senso ha essere le persone più ricche del mondo se in questa ricchezza non possiamo fare altro che nuotare come Paperon de’ Paperoni nel suo deposito? Se non diventa altro che una fonte di ansia e timore di perderla?

Che senso ha avere cibo in abbondanza se dobbiamo mangiarlo in solitudine (e magari gettarne una gran quantità perché va a male)? Meglio una fetta di pane divisa in due mentre si ride e si scherza!

Confidare in Dio è la via della felicità

La vera bella notizia (cioè “vangelo”), è che Dio non ti lascia solo nella prova, che – anzi – Lui sta dalla parte di chi si trova nella sofferenza: questo è il motivo della beatitudine:

«La bella notizia è che Dio ha un debole per i deboli» (Padre Ermes Ronchi).

Di questo dobbiamo fidarci, in questo dobbiamo confidare!

Anche qui, le immagini (della prima lettura e del Salmo Responsoriale) per descrivere l’uomo che confida nel Signore sono veramente evocative:

È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti».

Noi rimaniamo subito colpiti dalle foglie rigogliose, dalla solidità del fusto… eppure ciò che “fa” l’albero sono le sue radici, che gli danno solidità e permettono al nutrimento di diffondersi in tutta la pianta.

L’uomo che confida nel Signore è – appunto – colui che «verso la corrente stende le radici», ovvero:

il Signore è la sua fiducia (Ger 17,7);

nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte
(Sal 1,2).

Questa è la povertà “lodata” da Gesù e indicata come condizione per trovare la felicità: povero è colui che riconosce di esserlo e lo dice con umiltà a Dio:

io sono povero e bisognoso:
Dio, affréttati verso di me.
Tu sei mio aiuto e mio liberatore:
Signore, non tardare
(Sal 70,6).

Mettere nelle mani di Dio la nostra povertà

Occorre mettere la nostra povertà nelle Sue mani, e Lui saprà farla diventare ricchezza.

Come commento di questo pensiero vi condivido una storiella che mi hanno girato via mail tempo fa ed è molto bella e consolante:

Un’anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all’estremità di un palo che lei portava sulle spalle. Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro era perfetto, ed era sempre pieno d’acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto.

Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d’acqua.

Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto.

Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il cammino: «Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa».

La vecchia sorrise: «Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? È perché io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi. Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa».

Questo è quello che fa Dio con noi, ogni giorno, nel momento in cui riconosciamo e gli dichiariamo la nostra povertà, affidandoci solamente a Lui.

E allora: «dimmi in chi confidi… e ti dirò se sei felice!»