Dormici su! 4ª Domenica di Avvento (A)

Dormici su!

Il dormire di Giuseppe non è indolenza o passività, ma completo abbandono in Dio, di cui ha assoluta fiducia e in cui si abbandona, tranquillo e sereno.

Omelia per domenica 18 dicembre 2022

Letture: Is 7,10-14; Sal 23 (24); Rm 1,1-7; Mt 1,18-24

Ho commentato più volte lo stupendo brano di vangelo che ci è offerto dalla Liturgia di oggi (potete trovare il rimando alle diverse riflessioni degli anni scorsi in fondo a questa pagina).

Quest’anno vorrei soffermarmi sul confronto che sembra essere suggerito in filigrana tra la figura del re Acaz (che compare nella prima lettura) e quella di Giuseppe, lo sposo di Maria (nel vangelo).

Il collegamento

Quasi sempre, nelle domeniche e nelle feste, la prima lettura prepara o anticipa il tema del vangelo, e così avviene anche in questa quarta domenica di Avvento.

Questa volta, però, non siamo semplicemente davanti a una situazione simile o a un richiamo generico: il brano di Matteo rimanda esplicitamente al testo di Isaia e ne cita alcuni versetti, affermando che quella profezia si è avverata nel fatto narrato nel suo vangelo.

In realtà, nel testo di Isaia non si parla di “vergine” che partorisce, ma di una “giovane donna”: è la traduzione greca detta dei Settanta ad aver sostituito il termine originale ebraico con παρθένος (parthénos), che significa – appunto – “vergine”.

Isaia voleva probabilmente limitarsi a usare un’immagine evocativa e carica di attese (come quella della nascita di un bambino) per spingere Acaz, re di Giuda, a guardare al futuro con speranza.

Un finto timor di Dio

La situazione era drammatica: Gerusalemme era sotto assedio da parte degli Aramei e del re d’Israele (cfr Is 7,1-2) e Acaz era terrorizzato. Il Signore mandò Isaia a rincuorarlo (cfr Is 7,3-9), e a proporgli di chiedere un segno dal cielo come prova della Sua affidabilità.

Acaz, però, rifiuta di chiedere un segno, non per timor di Dio (come appare da una lettura superficiale), ma perché aveva tutt’altro intento: chiedere aiuto agli Assiri (cfr 2Re 16,5-7).

Isaia perde la pazienza e gli annuncia che il Signore gli darà comunque un segno, ma la profezia vera e propria è completata nei versetti seguenti al nostro brano:

…Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonata la terra di cui temi i due re (cfr Is 7,14-16).

Una profezia avveratasi due volte

Così avvenne realmente, perché gli Assiri sconfissero i re di Aram e di Israele, e Gerusalemme – seppur ammaccata e ferita – rimase salva.

Col passare dei secoli, quanto annunciato da Isaia non venne dimenticato, ma rimase come paradigma poetico e profetico delle promesse sempre mantenute da Dio, visibili nel segno della nascita di una vita nuova. Pian piano, il segno perse il legame col fatto storico contingente e assunse valenze e significati diversi, fino a rivestire attese di qualcosa di miracoloso, come il parto di una vergine.

Il parto verginale di Maria – però – non è un’invenzione “ad arte” di Matteo e della tradizione cristiana per “far quadrare le Scritture”, anzi: è proprio il fatto miracoloso e inspiegabile (ma storico) della nascita di Gesù da Maria vergine ad aver chiarito e compiuto l’antico segno annunziato dal profeta Isaia.

Giuseppe comprende che proprio a lui il Signore stava proponendo di collaborare per realizzare definitivamente quella profezia.

Progetti umani e progetti divini

Ecco il grande confronto che volevo analizzare, come vi ho annunciato fin dall’inizio: quello tra Acaz e Giuseppe.

Entrambi sono invitati da Dio a non temere:

«…sta’ tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta…» (cfr Is 7,3-7).


«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20b).

Entrambi sono chiamati ad accogliere la nascita miracolosa e inaspettata di un figlio… ma mentre Giuseppe si fa accogliente di un figlio non suo, Acaz lo rifiuta, lui che – da quanto ci dicono le Scritture – aveva addirittura “scartato” il suo figlio naturale, sacrificandolo a divinità straniere (cfr 2Re 16,2-4)!

Invece di affidarsi alla bontà del Dio di Israele, si era affidato agli dèi sanguinari e assetati di sangue come Baal e le altre divinità cananee!

Acaz si fida solo di se stesso e degli uomini, Giuseppe confida solo in Dio. Sono due scelte totalmente diverse, e con esiti diametralmente opposti, come ci raffigura benissimo il profeta Geremia:

«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
e pone nella carne il suo sostegno,
allontanando il suo cuore dal Signore.
Sarà come un tamerisco nella steppa
Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
È come un albero piantato lungo un corso d’acqua…» (cfr Ger 17,5-8).

Se dormi non pigli pesci

È umano cercare di affrontare i problemi che ci si parano davanti, ed è nostro dovere provare a risolverli… Chi di noi non lo fa? Quando ci troviamo di fronte a un evento imprevisto ci mettiamo a rimuginare… a volte la questione è così arrovellata che siamo sulle spine e non sappiamo cosa fare, tanto da non riuscire a chiudere occhio la notte.

Ma è diabolico credere di essere onnipotenti, di poter sempre risolvere tutto da soli, pensare di poter manipolare la realtà sempre e comunque e piegarla al nostro volere, costi quel che costi.

Anche Giuseppe aveva cercato “vie umane” per affrontare e “risolvere” la situazione ingarbugliata nella quale si era trovato improvvisamente, ma in modo diametralmente opposto a quello di Acaz; non con la forza e la prepotenza che la legge gli avrebbe consentito, ma con amore, delicatezza e pagando di persona:

…poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.

Dormirci su

Probabilmente anche Giuseppe si è “portato a letto” tutto quel trambusto e tormento interiore, se – come scrive Matteo – l’angelo gli appare «in sogno»… ma, ad un certo punto, ha deciso di “dormirci su”.

Fior fior di studi oggi sembrerebbero dimostrare che «dormirci su» aiuta a risolvere i problemi, ma quello di Giuseppe non è un semplice cedere alla stanchezza, un dirsi «dormi, ci penserai domani, a mente riposata», e nemmeno un arrendersi passivamente, ma un abbandonarsi fiducioso tra le braccia amorevoli di Dio.

Mi piace pensare che Giuseppe – come e più di ogni altra sera – si sia abbandonato al sonno con le parole dei Salmi:

Solo in Dio riposa l’anima mia:
da lui la mia salvezza
(cfr Sal 62).


In pace mi corico e subito mi addormento,
perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare
(cfr Sal 4,9).


Io resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre
(cfr Sal 131,2).

Dormire o vegliare?

Siamo ormai agli sgoccioli di questo tempo di Avvento che – come ogni anno – ci invita a vegliare, eppure il vangelo di oggi ci ha messi di fronte a Giuseppe che si abbandona fiducioso al sonno.

Come la mettiamo? Vegliare o dormire?

È evidente che le due cose non sono contrarie e opposte: dormire e vegliare in Giuseppe si fondono in un unico atteggiamento di grande fiducia in Dio, proprio come quella che l’evangelista Marco ci consegna nella sua più bella parabola:

«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa…» (cfr Mc 4,26-29).

Sia così la nostra attesa del Signore: un abbandonarci fiduciosi in Lui, come quando la mamma dice al suo bambino: «dormi, ci sono qui io».


Le riflessioni degli anni scorsi

Come vi ho promesso all’inizio, vi lascio qui sotto i rimandi alle riflessioni scritte negli anni passati in diverse occasioni sul brano evangelico odierno: