3a Domenica di Pasqua

At 2,14.22-33; Sal 16; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Lo stupendo racconto dei pellegrini di Emmaus è una sorta di catechesi didattica sull’Eucaristia.

Nell’esperienza dei due discepoli possiamo scorgere molti aspetti che viviamo anche noi ogni volta che ci rechiamo in chiesa per partecipare alla Santa Eucaristia.

Nel bel mezzo della nostra quotidianità

Come per Clèopa e il suo compagno, anche per noi la celebrazione della Cena del Signore “si inserisce” in quello che è il nostro “cammino”, la nostra vita di tutti i giorni.

Anche noi arriviamo spesso alla Messa con tutti i nostri pensieri, i nostri racconti (e non di rado ci dimentichiamo di interromperli anche dopo essere entrati in chiesa).

Le nostre parole…

Pur dovendo fare lo sforzo di concentrarci e lasciar spazio nel cuore per l’incontro col Signore e i fratelli, quelli che sono «i problemi della nostra vita» non rimangono fuori, anzi…

Nelle prime battute dei riti di accoglienza e poi nell’atto penitenziale noi “raccontiamo” al Signore le nostre “magagne”, gli affidiamo i problemi e i dolori della nostra storia:

«Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni… e supplico… di pregare per me…»

…la Sua Parola

E anche noi – dopo aver “spiattellato” le nostre fatiche e i nostri dolori – ci mettiamo finalmente in ascolto:

«cominciando da Mosè e da tutti i profeti» (l’Antico Testamento), cerchiamo di capire «in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui» (il Nuovo Testamento, che rivela Gesù come il compimento delle promesse antiche di Dio).

È la Liturgia della Parola, che ci aiuta a mettere in relazione i racconti della nostra vita con la storia della Salvezza: il disegno che Dio ha sul mondo fin dall’eternità.

Ovviamente non basta leggere la Scrittura superficialmente, come fosse un qualsiasi altro libro: occorre entrare in rapporto intimo con la Parola fatta carne, con Gesù, che si rende presente, come per i due pellegrini di Emmaus.

Se si ascolta in profondità si realizza anche in noi l’esperienza dei due discepoli: passare da un cuore freddo, carico di delusione e tristezza, ad un cuore che arde.

Quando la Parola di Dio scende a toccare il cuore, non si smetterebbe mai di ascoltare.

Anche noi – capendo che la nostra vita non ha più senso senza di Lui – insisteremmo: «Resta con noi, perché si fa sera!»: cioè: «la nostra vita si spegne senza di Te!»

La Parola si fa pane

Se lasciamo che la Parola attecchisca nella nostra vita (come il seme nel terreno buono) allora essa diventa nutrimento per la nostra fede e per quella degli altri: pane spezzato sulla tavola dell’umanità.

La Liturgia Eucaristica (lo spezzare il pane) è la prosecuzione naturale di quella della Parola. Non a caso si usa spesso riassumere la Santa Messa nell’espressione «la mensa della Parola e del Pane».

Anche noi siamo soliti chiacchierare mentre siamo a tavola (nelle nostre case o al ristorante): ci nutriamo del cibo – certamente – ma anche della compagnia degli altri commensali.

Cosa c’è di più brutto del rimanere in totale silenzio a tavola? Se succedesse una cosa simile in casa nostra, sarebbe senz’altro per un lutto o per un motivo altrettanto grave…

L’incontro che cambia la vita e diventa Missione

Gesù, Parola fatta carne, ora si fa cibo, condivisione, ospitalità, offerta e dono totale di sé…

Davanti al gesto più semplice e quotidiano (ma allo stesso tempo sacro) dello stare a tavola e condividere, finalmente si aprono gli occhi dei due discepoli e riconoscono Gesù.

Da questo incontro (che dura solo un attimo, così come ogni simbolo nella Liturgia) scaturisce con forza il desiderio di uscire, di mettersi in cammino e annunciare il Vangelo.

È ciò che dovrebbe succedere alla fine di ogni celebrazione eucaristica.

Se abbiamo incontrato veramente Gesù, dovremmo sentire tutta la forza e la verità dell’invito del celebrante:

«Andate e portate a tutti la gioia del Signore risorto. Alleluia, alleluia».

Anche noi – uscendo dalla Messa – dovremmo correre per le nostre strade – completamente cambiati e rinnovati dentro – ad annunciare al mondo che abbiamo incontrato Cristo Risorto e vivo!


Per non sentirci “chiamati fuori”

Faccio alcune sottolineature per evitare di leggere questo racconto superficialmente, come “distante” da noi.

È per tutti

I due di Emmaus non erano della cerchia dei 12 apostoli, forse nemmeno dei 72 discepoli… eppure Gesù trova il tempo per cercarli, incontrarli, ascoltarli, istruirli, condividere con loro la Cena.

Significa che l’incontro con Cristo non è una cosa da “addetti ai lavori” o destinato ad una piccola cerchia di prescelti: è qualcosa che riguarda tutti, e che il Signore desidera vivere con tutti.

Dovremmo soffrire nel vedere che le chiese si svuotano e tanti cristiani non sentono più il desiderio di questo incontro.

Dovremmo smetterla di dire “pochi ma buoni”, perché l’Eucaristia (come ogni festa) sarà davvero compiuta solo quando tutti gli invitati saranno finalmente seduti a tavola con Gesù.

L’importanza della “Chiesa domestica”

Se i due di Emmaus non erano della ristretta cerchia dei 12, con tutta probabilità il gesto dello spezzare il pane a loro non poté richiamare alla mente l’Ultima Cena…

Di sicuro, però, ha richiamato qualcosa di molto quotidiano, che Gesù faceva frequentemente, per rendere concreto il suo Amore e quello del Padre.

Pensiamo alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, o ad uno dei tanti pranzi che Gesù condivideva con pubblicani e peccatori, per la rabbia di Scribi e farisei, che lo definivano «un mangione e un beone».

Questo per dire che se non capiamo il valore del gesto più quotidiano che compiamo nelle nostre case non saremo in grado di capire il senso profondo dell’Eucaristia.

In questo triste periodo di “digiuno eucaristico” che ci è stato imposto dalla pandemia, il Papa e i Vescovi ci hanno spesso invitati a valorizzare quelle “Chiese domestiche” che sono le nostre famiglie…

Lo stiamo facendo? Viviamo in modo rispettoso e “sacro” il nostro stare a tavola? Pregando e ringraziando per questa «eucaristia domestica» nella quale il Signore desidera rendersi presente?

Dobbiamo ricrederci

Anche noi spesso percepiamo Dio come lontano, assente, estraneo alla nostra vita, soprattutto in questi frangenti nei quali sembra non esserci una fine alla sofferenza e uno sbocco alla situazione che ci tiene prigionieri delle nostre fragilità.

Anche noi, come Clèopa e il suo compagno siamo pronti a dire a Dio:

«Solo tu sei forestiero! Non sai ciò che è accaduto in questi giorni?»

Credo che alla fine i due abbiano dovuto ricredersi, e ammettere che il «forestiero», l’estraneo, non era Gesù, ma loro stessi. Erano loro che stavano scappando da Gerusalemme e tornando sui loro passi.

Siamo noi a diventare così estranei e lontani da Dio da non saperLo riconoscere nella nostra vita, soprattutto quando essa è segnata dalla fatica, dal dolore e dalla sofferenza.

Ma Lui ci “insegue”, perché non vuole che ci perdiamo. Poi ci ammonisce e ci rimprovera, aiutandoci a rileggere la storia con i suoi occhi:

«Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?»

Il senso del sacrificio

«Bisognava» è un verbo duro da accettare: la sofferenza è una realtà, anzi, una “necessità” della vita.

Ma noi abbiamo fatto finta che non ci fosse, credendoci invincibili e onnipotenti.

Abbiamo voluto estirparla perfino dai nostri discorsi di fede, saltando a piè pari quelle pagine del Vangelo che ne parlano e tenendo solo quelle che ci fanno comodo.

Per questo non la sappiamo accettare come parte della nostra vita.

Per questo – quando essa si presenta in tutta la sua ineluttabilità (magari come un virus subdolo e invisibile) – urliamo a Dio: «dove sei?!»

Ma Lui è sempre là dove ha deciso di stare fin dall’inizio, sulla Croce: «bisognava che il Cristo patisse».

L’Eucaristia (oltre che ringraziamento) è pur sempre sacrificio, offerta totale di sé.

Il pane sulle nostre tavole (oltre che benedizione di Dio) è pur sempre frutto dei nostri sacrifici, delle nostre fatiche…

Ricordiamocelo oggi, quando ci siederemo a spezzarlo e condividerlo.