Famiglia come Dio comanda

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (B)

Una famiglia come Dio comanda

Gen 15,1-6;21,1-3; Sal 104; Eb 11,8.11-12.17-19; Lc 2,22-40

Quando la Liturgia ci mette davanti un santo da imitare faccio sempre la raccomandazione di “toglierlo dalla sua nicchia e farlo scendere dal suo piedistallo” per avvicinarlo il più possibile a noi, se no è totalmente inutile, perché guardiamo a delle figure irraggiungibili e ci scoraggiamo prima ancora di iniziare.

Se questo vale per un santo, è ancor più necessario nei confronti della Santa Famiglia di Nazareth.

Un modello proponibile

Gesù, Maria e Giuseppe non sono da guardare come la “famiglia del Mulino Bianco”, tanto bella quanto finta.

Come dicevo già l’anno scorso, quella di Nazareth è una famiglia vera e concreta, alle prese con i problemi di tutte le famiglie, di tutti i luoghi e tutti i tempi della storia.

Possiamo quindi guardarla con speranza e prenderla come esempio e modello per trovare buoni consigli per le nostre famiglie, così come ci raccomandiamo nell’orazione iniziale:

«O Dio, che nella santa Famiglia
ci hai dato un vero modello di vita,
fa’ che nelle nostre famiglie fioriscano
le stesse virtù e lo stesso amore,
perché, riuniti insieme nella tua casa,
possiamo godere la gioia senza fine».

Ad armi pari

Lo so, adesso comincerete ad obiettare che da loro è arrivato diverse volte l’arcangelo Gabriele a dire cosa e come fare, che la loro casa era abitata da Dio…

Ma io rilancio e chiedo: forse che alle nostre famiglie il Signore non dice cosa bisogna fare per seguire la Sua volontà?

Non abbiamo gli insegnamenti della nostra fede cristiana? Non abbiamo forse la Sua Parola a guidarci giorno per giorno? Non abbiamo la vita sacramentale?

Forse che le nostre case non sono abitate da Dio?

Saremmo davvero ingiusti a pensarlo! E se Dio non è presente nelle nostre case, l’unico motivo è perché abbiamo deciso noi di cacciarlo fuori.

Io sono convinto che le nostre famiglie se la giocano “ad armi pari” con quella di Nazareth.

E anche la scusa che uno dei membri di quella famiglia fosse il Figlio di Dio in persona non regge: per effetto del Battesimo – infatti – ciascuno di noi è figlio di Dio, e Dio è presente in ognuno di noi.

Tutti noi siamo famiglia

È bello che la Liturgia ci faccia prolungare la contemplazione del mistero del Natale per otto giorni, e che ci dia la possibilità di scrutarne tutte le angolature.

Oggi ci viene detto che quando Dio ha scelto di incarnarsi e diventare “uno di noi”, l’ha fatto fino in fondo, accettando tutte le faticose tappe del crescere come essere umano, in una famiglia del tutto ordinaria.

Possiamo specchiarci in questa casa di Nazareth e trovare qualcosa per ciascuno di noi, qualunque sia la nostra posizione e il nostro ruolo nella famiglia.

Anzitutto ognuno di noi è figlio, perciò si può riconoscere in Gesù, che ha vissuto – come ogni figlio del mondo – tutte le fasi del diventare uomo.

Nessuno di noi «si è fatto da solo»: siamo tutti un dono e un frutto dell’amore di altre persone, che ci hanno desiderati, attesi, accuditi e accompagnati mano per mano, introdotti al grande mistero della vita.

Così anche il Figlio di Dio ha voluto essere anzitutto «Figlio dell’uomo».

Le stesse fatiche e sfide educative

Dobbiamo toglierci dalla testa le credenze assurde (che si trovano in qualche vangelo apocrifo) secondo cui Gesù avrebbe già parlato fin dai primi istanti di vita e compiuto miracoli fin dalla sua prima infanzia!

Maria e Giuseppe hanno dovuto insegnare al Figlio di Dio a parlare, a vestirsi, a sistemare le sue cose, a pregare, a confidare in Dio! E la sua crescita è stata graduale, come ci attesta anche il brano evangelico che abbiamo ascoltato oggi:

«Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui»

e – ancora più specificamente – dopo l’episodio dello smarrimento a Gerusalemme, all’età di 12 anni:

«…venne a Nàzaret e stava loro sottomesso… E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,51a.52).

I piedi per terra e lo sguardo al cielo

Quella che ci viene presentata dai vangeli è una famiglia dove sentimenti umanissimi (come la paura e la preoccupazione) si mescolano in modo mirabile a una fede salda.

Ne troviamo una traccia quando Matteo ci descrive il tentennamento di Giuseppe al momento di tornare dall’Egitto

«Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: “Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele”… Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea» (Mt 2,19-23 passim).

La Santa Famiglia ci insegna che la fede – se è tale – permea ogni ambito della vita: Maria e Giuseppe sono genitori con i piedi ben piantati per terra, ma lo sguardo (e il cuore) sempre rivolto a Dio e alla Sua volontà.

In questo sono davvero discendenti di Abramo nella fede, quel padre di cui ci parlano in modo mirabile la prima e la seconda lettura:

«Poi [Dio] lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia».

Anche i genitori di Gesù – di fronte all’ignoto e alle loro paure – come Abramo si sono lasciati prendere per mano da Dio e hanno rivolto il loro sguardo al cielo.

Compartimenti stagni

Uno degli sbagli enormi che facciamo noi, invece, sta proprio distinguere – se non contrapporre – la praticità delle cose domestiche dall’ambito della fede, i doveri quotidiani dai “doveri da cristiani”.

Quante volte diciamo: «i preti non devono dirmi cosa fare in casa mia! Loro non hanno neanche una famiglia! Cosa ne sanno di queste cose?»

La fede è ridotta ad una sorta di “cassetto” che si apre solo la domenica (nella migliore delle ipotesi).

Quante volte si parla di Dio o di fede nelle nostre case?

Famiglia o semplice convivenza?

Le famiglie “di una volta” si potevano dire davvero “cristiane”, perché la fede era un argomento ricorrente e frequente, e riguardava tutti gli ambiti della vita. Erano case dove la povertà di mezzi era inversamente proporzionale alla fiducia nella Provvidenza.

Molte delle nostre famiglie – invece – oggi hanno in comune solo lo stesso tetto dove tornare a dormire e a mangiare (e poche volte tutti assieme). Le nostre case sembrano degli ostelli, dei Bed & breakfast dove ci si incrocia di corsa senza quasi nemmeno salutarsi.

Figuriamoci se si può parlare di fede o pregare! Quante mamme mi confidano che – per quieto vivere – non dicono più niente ai loro mariti e ai loro figli riguardo all’andare a Messa o a confessarsi…

Per quieto vivere?!

Siamo proprio sicuri che l’effetto di questo “mutismo” della fede sia la quiete? O non piuttosto i continui litigi, un clima avvelenato nei rapporti e un profondo pessimismo nei confronti della vita?

Cristiani di nome, ma non di fatto

Certo, non è un argomento facile, soprattutto quando si tratta di ragionare tra adulti… ma sempre più spesso si abdica a tale compito fin dal nascere del nucleo famigliare.

Sposi novelli che non hanno mai provato a pregare assieme… Ma allora perché si sono voluti sposare in chiesa?

Genitori che non insegnano le preghiere ai loro bambini in età pre-scolare, convinti che «ci penserà la catechista quando sarà il momento»… Ma allora perché li hanno voluti far battezzare?

Non sono cose trascendentali quelle che ci sono richieste per assomigliare ai tre di Nazareth: solo vivere ricordandoci chi siamo e da dove abbiamo preso origine, e non solo come singoli individui, ma anche come famiglia.

Quanto sarebbe bello se – salutandosi al mattino mentre si esce di casa (ciascuno per il suo compito) – ci si raccomandasse a vicenda a Dio, con un «che il Signore ti accompagni. E comportati da buon cristiano».

Quanto sarebbe bello se i genitori tracciassero sulla fronte dei loro bambini un segno di croce, come il giorno del Battesimo…

Un’immagine distorta

A volte anche noi cristiani abbiamo un’immagine del tutto distorta di famiglia… Mi viene in mente (e non so se ridere o piangere dalla disperazione) a quante volte mi è capitato di entrare in una casa per la benedizione, e sentir parlare del cane o del gatto come di “un membro della famiglia”.

Ora, con tutto il rispetto che ho per gli animali (in quanto creature di Dio e spesso una valida compagnia per tanti anziani lasciati soli), credo che questa sia proprio un’aberrazione, non solo a livello di fede, ma prima di tutto a livello umano!

Noi credenti dovremmo ricordarci che – se deve esserci un membro speciale nelle nostre famiglie – questo non è sicuramente l’animale domestico, ma il Signore!

Quanti di noi si ricordano che è Dio ad abitare nelle nostre famiglie? Il posto in più a tavola è il Suo!

È inutile che chiamiamo il sacerdote a benedire la casa, se poi lì dentro il Signore non trova posto quotidianamente.

I figli sono «Sacri al Signore»

Un’ultima riflessione, a partire dal vangelo di oggi.

La Presentazione di Gesù al Tempio ricorda il rito ebraico del riscatto (e della purificazione rituale della madre): ogni genitore sapeva che il figlio (in particolare il primogenito) era Sacro a Dio, ovvero “proprietà” di Dio, e andava riscattato.

Maria e Giuseppe (indipendentemente dal fatto che sapessero dell’origine divina di Gesù) ci insegnano quel compito sempre più difficoltosamente capito e accettato dai genitori di oggi: “liberare” i loro figli, ricordandosi che essi non sono una loro proprietà, ma li hanno ricevuti in affido da Dio, che un giorno tornerà a chiederli per sé, per realizzare il Suo disegno di Amore su di loro.

Quali tragedie al giorno d’oggi quando un figlio decide di uscire di casa, e non solo per scelte vocazionali particolari (come il sacerdozio o la vita consacrata, che vengono viste come maledizioni), ma anche per la più comune via del matrimonio, o per una vita che inizia a rendersi indipendente (in un percorso di studio o lavoro all’estero, ad esempio).

C’è una sorta di “cordone ombelicale” invisibile che non si vorrebbe mai recidere, e così molti figli invecchiano nelle case dei loro genitori senza mai poter “spiccare” il volo per la vita che il Signore ha pensato per loro.

La casa di Nazareth è stata un trampolino di lancio per Gesù, non un un “nido d’amore”. E se crediamo che per Maria (e Giuseppe) tale distacco sia stato facile, forse non è male che riascoltiamo e meditiamo questo bel canto di don Pierangelo Sequeri: