Battesimo del Signore

Is 42,1-4.6-7; Sal 29; At 10,34-38; Mt 3,13-17

La festa del Battesimo di Gesù chiude il Tempo di Natale e apre il Tempo Ordinario. Ed è – secondo il comune sentire dei Padri della Chiesa – una “seconda Epifania”, nel senso di “manifestazione” di Gesù come Figlio di Dio (la terza sarà il primo miracolo di Gesù alle nozze di Cana).

Se già con l’Epifania lo stato d’animo è quello della smobilitazione generale e della nostalgia delle feste ormai al termine, credo che – anche i cristiani più ferventi – il giorno del Battesimo di Gesù si siano già – purtroppo – dimenticati del Natale.

Bisogna stupirsi, ancora una volta, e ogni giorno

E invece la Liturgia ci intima – per l’ennesima volta -: «Fermati ancora un attimo! Non andare via subito. È già finito il tuo stupore?»

Lo fa con la domanda scioccata del Battista di fronte al Figlio di Dio che si è messo in fila con i peccatori: «Tu vieni da me?»

Ecco: credo che, per accogliere il significato liturgico e spirituale di questa ultima festa del tempo natalizio, dobbiamo far diventare nostra quella domanda. Dobbiamo fare dello stupore attonito del Battista il nostro stato permanente.

Contro-senso

Nelle religioni (di tutti i luoghi e di tutti i tempi) è l’uomo che deve inventarsi gli sforzi più impossibili per andare verso Dio (ed è una cosa piuttosto difficile, direi). Nella nostra – invece – è Dio che viene incontro all’uomo. La nostra è una “religione inversa”, che va “in senso vietato”.

La cosa stupisce, no?

Si sono stupiti i Magi, nel trovare un bambino indifeso invece di un Sovrano coperto di vesti sontuose e pietre preziose.

Si stupisce il Battista (e si stupirà sempre di più – come abbiamo sentito nella terza domenica di Avvento), pur essendo stato capace di intuire più volte la presenza del Figlio di Dio davanti a sé, fin dal grembo materno.

Tutti si stupiscono perché ancora credono in un Dio che bisogna conquistarsi a fatica, e che forse non si riuscirà mai a trovare, a raggiungere.

Ma il nostro Dio che si è incarnato non è lontano… è qui, è l’Emmanuele: è il «Dio con noi».

E lo è fino in fondo.

Full immersion

La parola “battesimo” in greco significa “immersione” (nei primi secoli anche i cristiani si immergevano totalmente nell’acqua durante il rito battesimale, e gli Ortodossi lo celebrano tuttora così).

E Gesù ha voluto immergersi, totalmente, fin sopra i capelli.

Non ha semplicemente sfiorato l’acqua con la punta dell’alluce (come si fa quando si va al mare per capire se la temperatura è affrontabile): ci si è calato fino in fondo.

Anche noi – come Giovanni Battista – dovremmo rimanere allibiti, e non riuscire a capire come il Dio di Israele si possa abbassare a tal punto da farsi letteralmente sommergere, non solo dall’acqua del Giordano, ma da tutto ciò che essa porta simbolicamente con sé.

In quell’acqua, “a bagno assieme al Figlio santissimo di Dio” c’era tutta l’umanità, tutta la miseria e la cattiveria umana (quanti saranno andati dal Battista semplicemente per scaramanzia, o in cerca di un facile lasciapassare per la salvezza eterna?).

Gesù, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo si è messo in fila coi peccatori.

L’incarnazione di Dio non è stato e non è un gioco. Dio non è venuto nel mondo da “turista da crociera”, stile mordi e fuggi

Non è sceso sulla terra da spettatore, ma si è calato totalmente nella nostra umanità, assumendone tutto il peso, la fatica, il dolore, la precarietà, la povertà…

Se Lui si è immerso in noi…

Ma – come dicevo in occasione della Solennità dell’Epifania – questo avvicinamento di Dio a noi, alla nostra umanità, si ferma ad un soffio dal nostro cuore: rimane sulla soglia della nostra libertà e attende un assenso esplicito.

Deve essere un avvicinamento reciproco, per quanto la distanza più grande l’abbia già colmata Lui.

Se Dio si è rivestito della nostra umanità, ora tocca a noi rivestirci della Sua divinità.

Oggi, festa del Battesimo di Gesù siamo chiamati a rinnovare la grazia del nostro Battesimo. Dobbiamo – cioè – prendere coscienza di quello che il Battesimo ha operato in noi e vivere di conseguenza, raccogliendo l’invito dell’apostolo Paolo:

«non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rom 6,3-4).

«vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato» Col 3,9b-10)

«Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne» (Rom 13,14)

Cristo si è spogliato della sua divinità per vestire la nostra povera umanità.

Noi dobbiamo spogliarci della nostra miseria e rivestirci di Cristo, per tornare ad essere ad immagine di Dio, come il giorno in cui ci aveva creati (cfr Gen 1,26).

Solo allora il progetto di Dio sarà completo: l’Incarnazione di Dio si completerà solo con la divinizzazione dell’uomo.

«Dio si è fatto come noi per farci come Lui».