Gioia e dolore del parto

Gioia e dolore del parto

Se accogliamo l’invito di Gesù a portare il “giogo” assieme a Lui la nostra vita sarà un partorire nella gioia, altrimenti sarà solo «partorire vento» e dolore.

Omelia per giovedì 14 luglio 2022

Letture: Is 26,7-9.12.16-19; Sal 101 (102); Mt 11,28-30

Il brano della Prima Lettura di oggi è un Salmo carico di speranza, un inno stupendo. I versetti che lo precedono (e che non leggiamo) sono un ringraziamento a Dio per aver edificato Gerusalemme come città fortificata che serve da rifugio ai giusti:

In quel giorno si canterà questo canto nella terra di Giuda:
«Abbiamo una città forte;
mura e bastioni egli ha posto a salvezza.
Aprite le porte:
entri una nazione giusta,
che si mantiene fedele.
La sua volontà è salda;
tu le assicurerai la pace,
pace perché in te confida.
Confidate nel Signore sempre,
perché il Signore è una roccia eterna…» (Is 26,1-4).

Gerusalemme vs Babilonia

Gerusalemme è opposta alla «città del nulla» che Dio distruggerà (cfr Is 24,10):

«…perché egli ha abbattuto
coloro che abitavano in alto,
ha rovesciato la città eccelsa,
l’ha rovesciata fino a terra,
l’ha rasa al suolo.
I piedi la calpestano:
sono i piedi degli oppressi,
i passi dei poveri» (Is 26,5-6).

Il riferimento è a una città pagana, probabilmente Babilonia, distrutta da Serse I nel 485 a.C., oppure Tiro, distrutta da Alessandro nel 332 a.C. (cfr Is 24 e 25).

Il tema del brano che leggiamo oggi (che è un po’ “tagliuzzato”, perché sarebbe troppo lungo) è il giudizio di Jaweh, che si compie secondo giustizia (cfr Is 26,7-10), e assicura liberazione e gloria al Suo popolo (cfr Is 26,11-15); le prove attuali preparano la rinascita (cfr Is 26,16-19).

Partorire vento

L’immagine più suggestiva – e sulla quale anche io fermo la mia attenzione – è quella dei dolori del parto, che la tradizione cristiana ha letto come prefigurazione delle tribolazioni che dovevano precedere la venuta del Messia:

Come una donna incinta che sta per partorire
si contorce e grida nei dolori,
così siamo stati noi di fronte a te, Signore.

Abbiamo concepito,
abbiamo sentito i dolori
quasi dovessimo partorire:
era solo vento;
non abbiamo portato salvezza alla terra
e non sono nati abitanti nel mondo.

Nell’immagine drammatica – non solo della donna che «si contorce e grida nei dolori», ma soprattutto del partorire vento – sta racchiusa tutta la disperazione dell’umanità che «ce la mette tutta» per aderire alla volontà di Dio ma scopre tutta la propria fragilità e finitudine.

Il dolore cede il posto alla gioia

La rilettura evangelica di questa immagine – invece – è carica di speranza:

«La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (cfr Gv 16,20-22).

Qui la partoriente è – sì – nel dolore, ma il suo dolore si cambia in gioia, perché non partorisce più vento, ma un uomo: è evidente il contrasto tra il testo di Isaia («non sono nati abitanti nel mondo») e quello di Giovanni («è venuto al mondo un uomo»).

È Dio che dà vita

In realtà, anche la finale del testo profetico si apre alla speranza:

Ma di nuovo vivranno i tuoi morti.

I miei cadaveri risorgeranno!

Svegliatevi ed esultate
voi che giacete nella polvere.

Sì, la tua rugiada è rugiada luminosa,
la terra darà alla luce le ombre.

Mi pare evidente che al centro di questa “trasformazione” (che sia un parto riuscito, come nel vangelo di Giovanni o una resurrezione come in Isaia) ci sia Dio: il Signore della vita.

In Isaia è l’avvento di Jaweh a far risorgere i cadaveri, la Sua rugiada a trasformare in luce le ombre della terra; in Giovanni è il ritorno del Risorto («vi vedrò di nuovo») che farà “partorire” ai discepoli una gioia che nessuno potrà mai più togliere.

Sotto il giogo assieme al Signore

Non è un caso che l’invito del vangelo di oggi sia stato scelto come uno dei testi che si usano durante il rito delle Esequie:

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro».

Se siamo nella fatica, nel dolore, nella delusione… se ci sembra di essere morti, di non “tirare assieme nulla” nella nostra vita, torniamo al Signore, e lasciamoci abbracciare da Lui; ma – soprattutto – mettiamoci volentieri sotto il Suo giogo, portandolo assieme a Lui:

«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Il giogo (che nella Scrittura rappresenta la Legge di Dio) può diventare un peso insopportabile se si crede e pretende di portarlo da soli, ma diventa dolcezza di condivisione se portato assieme al Signore.