Gridare al Signore

Gridare e piangere

Gridare verso il Signore può essere segno di affidamento, ma anche lamento inutile e sintomo di poca fiducia in Lui. Noi quando gridiamo al Signore?

Commento alle letture di lunedì 24 luglio 2023

Letture: Es 14,5-18; Es 15,1-6; Mt 12,38-42

Il bergamasco è un dialetto vario e complesso, che cambia i suoi vocaboli in modo piuttosto radicale da zona a zona della bergamasca.

Cosa c’entra il dialetto?

Vi chiederete cosa c’entri questa apertura di “cultura dialettale” nel commento alle letture di oggi.

Ve lo spiego subito: c’è un’espressione nella prima lettura che mi ha fatto pensare ai miei dieci anni di ministero a Laxolo (dove ero Parroco prima di venire qui a Sotto il Monte) e allo “strano” bergamasco che ho dovuto imparare là.

L’espressione in questione è:

gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore.

Ebbene, a Laxolo, tra le tante parole per me “strane” rispetto alle varianti incontrate girando la Diocesi (e che più mi avevano colpito), c’era il verbo “piangere”.

Piangere o gridare?

Dalle mie parti, “piangere” in bergamasco si dice löcià, che è già un’eccezione rispetto al bergamasco “piano” della città (che è piàns, come si può constatare a pagina 28 dal vocabolario online del Ducato di Piazza Pontida).

Invece, a Laxolo (e credo in altre zone limitrofe, tipo la Valle Imagna), piangere si dice cridà, che generalmente, in bergamasca, significa “gridare”.

Ebbene: incuriosito da questa reminiscenza, sono andato a vedere il testo greco del versetto appena citato, e il verbo utilizzato significa anche “piangere” e “lamentarsi” (l’ebraico non lo so, e perciò dovrei chiedere conferma a un biblista).

Dalle stelle alle stalle

L’atteggiamento del popolo passa in un batter di ciglio dall’esaltazione al terrore, dal riso al pianto. All’inizio del brano, infatti, il testo ci dice che

gli Israeliti uscivano a mano alzata.

Ma poco dopo, alzando gli occhi e vedendo che gli Egiziani marciavano dietro di loro, si dice che

ebbero grande paura e gridarono al Signore.

È facile immedesimarsi in questa situazione: quante volte anche a noi è capitato di passare dall’euforia alla disperazione in pochi attimi? E – tanto più era grande l’esaltazione iniziale – tanto più forte è stato il tonfo del ripiombare nella realtà.

Inizia la lamentela

Se la paura, lo spavento, il terrore e la prostrazione sono perfettamente comprensibili, quello su cui meditare è il seguito della reazione del popolo.

Per la prima volta si presenta qui una lamentela che diventerà un ritornello costante lungo tutto il cammino dell’Esodo:

…gli Israeliti… dissero a Mosè: «È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto? Che cosa ci hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: “Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto”?»

È umanamente comprensibile che il popolo si lamenti con Mosè (e, indirettamente, con Dio), dicendo: «ci hai fatti cadere dalla padella alla brace!», ma il senso della lamentela è molto più grave (e per questo è motivo di riflessione).

Si stava meglio quando…

Sostanzialmente significa «si stava meglio quando si stava peggio», «era meglio rimanere per sempre schiavi, piuttosto che rischiare la vita per trovare la libertà».

Anche questo, purtroppo, è un atteggiamento che si sviluppa spesso e volentieri in noi: lo scoraggiamento e la sfiducia di fronte alle (prime) difficoltà, che ci porta addirittura a rimpiangere la situazione precedentemente detestata e che tanto ci aveva fatto soffrire.

Quante volte iniziamo un cammino faticoso di conversione, di cambiamento, di maturazione, convinti che sia per il nostro bene, ma poi – di fronte alle prime fatiche – non solo ci lasciamo andare, ma rimpiangiamo la situazione di partenza?

È pericolosissimo!

Questo è profondamente negativo, perché inietta in noi un atteggiamento di totale immobilismo, di sfiducia in Dio e in noi stessi.

È la torbida abitudine di crogiolarci nei nostri dolori e nelle nostre sofferenze che rischia di condannarci a rimanere per sempre schiavi dei nostri limiti, delle nostre paure, senza fare più nulla per uscirne.

L’importanza di una guida

Quando ci troviamo in questa situazione, è importante avere vicino a noi un vero profeta, una guida spirituale che si faccia “megafono” del Signore, ci scuota e ci dica, come Mosè:

«Non abbiate paura! Siate forti»;

un “condottiero” che a nome del Signore ci ordini di riprendere il cammino.

Di fronte alle prove della vita abbiamo la tentazione (e l’abitudine) di rintanarci nel nostro dolore, e invece quelli sono i momenti in cui dobbiamo chiedere aiuto al Signore, facendo che il nostro lamento non sia un piangerci addosso, ma trovi espressione in una sincera invocazione di fede.

La preghiera di intercessione

Oltre a farsi “megafono di Dio”, Mosè si fa anche “megafono del popolo”, portavoce e intercessore di Israele: lo si capisce dal fatto che Dio gli chiede

«Perché gridi verso di me?»

Proprio grazie a Mosè, che si fa voce di tutti, il lamento del popolo (anche se sbagliato e rivolto nostalgicamente alla schiavitù) diventa preghiera che sale a Dio e incontra la Sua infinita misericordia.

Popolo in cammino

Oltre all’importanza di una guida spirituale, vorrei sottolineare quanto sia fondamentale non perdere mai memoria del fatto che non siamo soli nel nostro cammino di fede, ma siamo Chiesa, popolo di Dio in cammino.

Nella sofferenza possiamo stringerci gli uni agli altri e farci una voce sola, fosse anche per gridare, piangere e lamentarci, e chiedere al Signore che metta davanti a noi un “Mosè” a dividere le acque del mare e incoraggiarci a camminare senza paura, guardando più alla Sua potenza che ai nostri nemici.