I Santi? Dei figli “copioni”

Solennità di Tutti i Santi

Santi: figli copioni

Ap 7,2-4.9-14; Sal 24; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12

Oggi è la festa di tutti i Santi: quelli canonizzati dalla Chiesa, quelli scritti sui calendari e anche quelli “non ufficialmente riconosciuti”.

È la festa di tutti coloro che – con l’aiuto di Dio – hanno «preso in mano la loro vita e ne hanno fatto un capolavoro» (come diceva il caro san Giovanni Paolo II).

La nostra festa

Oggi – però – è anche la nostra festa, perché anche noi siamo santi, fin dall’eternità.

Potremmo dire che siamo «nati con la camicia», siamo dei “predestinati”, perché Dio ci ha già preparato tutto quello che serve, come “canta” gioiosamente san Paolo all’inizio della sua lettera agli Efesini:

«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d’amore della sua volontà» (Ef 1,3-5)

Ecco perché lo stesso Apostolo iniziava le sue lettere così:

«Paolo, servo di Cristo Gesù… a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata» (Rom 1,1.7);

«…a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata» (1Cor 1,2; cfr anche 2Cor 1,1; Ef 1,1; Fil 1,1; Col 1,1-2).

Coscienti di ciò che siamo

È come quando si nasce figli primogeniti di un Re: si è automaticamente principi, e destinati – un giorno – a regnare.

Dovremmo prendere coscienza di questa cosa, non solo intellettualmente, a livello di concetto, ma nel cuore, come Maria. Ella – cantando il suo stupendo Magnificat – attribuì a sé l’appellativo di «beata» senza montare in superbia o vanagloria, ma semplicemente riconoscendo le meraviglie operate da Dio in lei:

«il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome» (Lc 1,47-49).

Nell’Antico Testamento “Santo” era un appellativo riferito quasi unicamente a Jawhé (e a ciò che Lo riguardava), ma fin dall’esperienza dell’Esodo Dio aveva voluto partecipare la Sua santità ai Suoi figli:

«Sarete santi per me, poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separato dagli altri popoli, perché siate miei» (Lv 20,26).

La fatica di vivere da figli

Dio ci vuole santi e ha già preparato tutto quel che ci serve per esserlo: ci ha fatti suoi figli (come dice anche san Giovanni nella seconda lettura di oggi). Sembrerebbe “cosa fatta” ormai…

Ma a noi sembra comunque troppo difficile «fare i santi». Quante volte – per giustificarci – esclamiamo: «non sono mica un santo, eh?!»

Ci sembra impossibile vivere da figli di Dio. Lo dicevo già nella riflessione dell’anno scorso:

«Non è facile vivere da figli di Dio, perché poi occorre veramente comportarsi come tali. A noi sembra più facile vivere nella mediocrità, senza dover rendere conto a nessuno, a costo di perdere qualsiasi diritto e privilegio…
Vivere da figlio di Dio, da principe, ci sembra troppo impegnativo, se non impossibile, e quindi preferiamo essere “figli di nessuno”».

In effetti, per essere figli di qualcuno non basta portarne il cognome, avere gli stessi tratti fisiognomici, ma far di tutto per assomigliare ai propri genitori. Proprio come i bambini, che ripetono spesso: «da grande voglio diventare come il mio papà!»

Qui copiare è una virtù

I bambini piccoli fanno di tutto per assomigliare ai propri genitori: ne copiano le mosse, ne imitano la voce, provano ad indossare di nascosto i loro vestiti… tant’è che da grandi – anche se poi prendono strade diverse – rimane impresso e facilmente riconoscibile in loro qualcosa delle movenze dei loro genitori.

Che bello se – nei confronti di Dio, nostro Padre celeste – fossimo anche noi come i bambini coi loro genitori!

I Santi sono stati così: dei fanciulli desiderosi di imparare tutto dal loro Papà.

Quanti Santi hanno fatto del “copiare” Dio la loro “scorciatoia” per crescere nella fede, nella speranza e nella carità!

Invece uno dei nostri maggiori ostacoli nel diventare santi è proprio il non voler assomigliare a nessuno: che tragedia quando un figlio disconosce i propri genitori e ne parla con disprezzo, quasi a volerne marcare la distanza!

Peggio ancora: oggi per essere “originali”, in realtà non facciamo altro che scimmiottare e copiare i modelli proposti dalla società (gli influencer), per adeguarci alle tendenze (la moda), nascondendo con vergogna le nostre vere origini.

Il nostro Maestro non è geloso

Che bello – invece – quando si trova ancora un figlio che è orgoglioso di aver portato avanti l’attività di suo padre!

La via della santità passa necessariamente attraverso questo processo di gioioso riconoscimento della propria origine e desiderio di emulazione, voglia di imparare.

Mi piace usare come esempio un modo di dire del dialetto bergamasco per indicare l’apprendista scaltro nell’osservare il suo padrone: «Al màia žo ‘l mestér» (letteralmente «gli strappa a morsi il mestiere», ovvero «gli ruba il mestiere»).

Ma – mentre un artigiano è sempre geloso della sua abilità, dei suoi trucchi (e cerca di non farli scoprire al suo garzone) – un genitore non desidera altro che il figlio impari tutto da lui. Anzi, è fiero che suo figlio lo superi e diventi ancor più bravo.

Così fa con noi Dio, il nostro Padre celeste.

L’arte del copiare

Gesù, come Figlio, è stato un vero maestro nel “copiare” Suo Padre, tanto da non distinguere più la copia dall’originale, tanto da poter dire: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30):

«In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati» (Gv 5,19-20).

Insomma, anche copiare è un’arte, come quella degli amanuensi, i copisti del Medioevo. Ma anche loro hanno avuto bisogno di avere sotto gli occhi l’originale per produrre quei manoscritti che sono delle vere opere d’arte.

Per questo la Liturgia di oggi non ci propone di copiare i Santi, ma di apprendere la loro “arte” di assomigliare a Dio. Ispirarci al tal Santo o al tal altro, non significa copiarlo, ma imitare a nostra volta l’Originale: il Padre; come hanno fatto loro, come ha fatto Gesù, il Figlio Unigenito.

Siamo invitati a diventare non delle “fotocopiatrici” che replicano malamente la copia della copia della copia, sbiadendo irrimediabilmente, ma a rimetterci ogni volta direttamente di fronte all’Originale, come ci chiede Gesù:

«siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).

Trasparenza di Dio

Come e con i Santi, siamo chiamati a rimetterci ogni giorno davanti alla luce stessa di Dio, per riscoprirci fatti a Sua immagine e somiglianza (cfr Gen 1,26).

Ma – l’abbiamo detto fin dall’inizio – per essere figli di Dio, non basta assomigliarGli nei lineamenti: occorre farLo vivere dentro di noi e attraverso di noi, lasciando intravedere in noi la Santità di Lui che è il «tre volte Santo» (cfr Is 6,3 e Ap 4,8), il «totalmente Altro».

Santi: trasparenza di Dio

Occorre lasciar trasparire nella nostra vita la Sua presenza e la Sua essenza: dobbiamo essere come un vetro terso, più che una tenda pesante di velluto.

Era questo il significato anche della bella immagine che citavo qualche anno fa, di quel bambino che – interrogato dal suo Parroco su chi fossero i Santi – guardando le splendide vetrate colorate della chiesa, rispose: «Sono quelli che lasciano passare la luce di Dio!»

I Santi: delle “vetrate” così trasparenti, una “copia” così fedele all’Originale da farti incontrare direttamente Dio!

Così sia anche per noi: la luce e la vita stessa di Dio risplenderanno attraverso di noi se vivremo consapevolmente e orgogliosamente da veri figli Suoi; se ogni uomo – incontrandoci – potrà dire: «tutto suo Padre!»