I segni di chi crede. Ascensione del Signore (B)

I segni che accompagnano quelli che credono

Ci sono segni semplici e straordinari allo stesso tempo, che rendono presente il Maestro, perché è Lui a compierli attraverso le mani di chi crede|

At 1,1-11; Sal 47; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20

Scrivo queste righe di riflessione col cuore appesantito dalle angosciose notizie che arrivano da Gaza, e mi chiedo se quella terra dalla quale duemila anni fa si staccarono i piedi di Gesù sotto gli occhi dei suoi discepoli si possa ancora chiamare “Santa”…

Fino a quando?

Persino le frasi della prima lettura mi suonano sinistre, lugubri:

«ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa…»

«Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?»

«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?»

Signore, come si fa a rimanere in attesa, a desiderare il compimento del Tuo Regno, a guardare il cielo con speranza in mezzo a tutto questo orrore?

Fin dall’inizio, i tuoi discepoli si trovarono in mezzo alle persecuzioni, e oggi – dopo due millenni – siamo ancora inermi di fronte all’odio infinito di uomini che – a causa di una terra pretesa come propria – si uccidono a vicenda…

L’unica domanda che verrebbe spontanea al cuore è quella del Salmista:

«Fino a quando, Signore?» (cfr Sal 13,2)

Capita anche ad un cristiano, ad un uomo di fede, ad un prete (!) di pregare così – col lamento disperato – in queste situazioni.

La speranza sospesa…

Mi sono chiesto spesso come si saranno sentiti gli Undici un attimo dopo l’Ascensione e per tutti i dieci giorni che li hanno separati dalla Pentecoste.

Nonostante Luca ci dica che «tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Lc 24,52) non credo sia stata una festa solenne per loro la partenza di Gesù.

Nonostante Matteo ci attesti che le ultime parole del Maestro furono la promessa di restare con loro «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), credo che – umanamente – si saranno sentiti abbandonati, orfani…

«Non spetta a voi conoscere tempi o momenti»

Eppure, il Signore continua a chiederci di pazientare, di «attendere l’adempimento della promessa del Padre».

Ma fino a quando? Gridano così anche i giusti nell’Apocalisse (cfr Ap 6,10).

Il protrarsi dell’attesa rischia di farci dimenticare le promesse di Gesù, di far “volare via” la speranza. Noi vorremmo anche solo sapere quanto manca, ci basterebbe quello…

Ma non spetta a noi conoscere tempi o momenti in cui essa si realizzerà: Gesù ci invita a confidare in Lui e nel Padre (cfr Gv 14,1), certi che manterrà la Sua Parola.

Allora facciamo nostre le parole che furono già del profeta Abacuc:

«È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà»
(Ab 2,3).

Come si fa ad annunciare?

Come se non bastasse l’invito a conservare la fede e la speranza, prima di andarsene, Gesù lascia ai suoi un compito ancora più impegnativo:

«proclamate il Vangelo a ogni creatura».

Signore, un conto è cercare di rimanere fiduciosi: è qualcosa che – con fatica – uno potrebbe tentare di coltivare nel proprio intimo… ma come sostenere e spronare gli altri se siamo noi i primi a zoppicare?

Come si possono annunciare buone notizie in mezzo a tutta questa sofferenza?

Da parte mia, io so solo restare in silenzio, come le tante volte in cui – da prete – sono stato chiamato al capezzale di un povero moribondo e ho assaggiato l’amarezza del dolore che spegne la Pasqua nelle case di chi soffre…

Speranzosi come una partoriente

Sembra impossibile conservare la speranza, tantomeno annunciarla, eppure il Signore ci esorta a non lasciarci schiacciare dalla paura, perché riceveremo la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di noi.

Nell’attesa del Paraclito e della pienezza dei Suoi doni, il credente è chiamato a vivere una sorta di “gestazione”, secondo l’immagine suggestiva dell’apostolo Paolo:

«tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (cfr Rm 8,18-23).

In questa prospettiva, quello che attraversiamo – con tutte le sue angosce e contraddizioni – può davvero diventare un tempo di attesa, dolorosa sì, ma confidente e aperta alla speranza.

È così che i Dodici attesero la Pentecoste, ma – soprattutto – il ritorno definitivo di Cristo nella Sua gloria; e così siamo chiamati a fare anche noi.

Perché Lui si fida di noi

Con la Sua Ascensione, Gesù ha inaugurato il Tempo della Chiesa: ha affidato ai Suoi discepoli il compito di continuare il Suo annuncio di salvezza «fino ai confini della terra».

Ecco un altro motivo per non lasciar spegnere la fede e la speranza: questo mandato missionario contiene in sé tutta la fiducia immensa che Gesù ripone in noi!

«Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato»:

che responsabilità immensa! Egli ha messo tutto nelle nostre povere mani di discepoli incerti, dubbiosi e paurosi, come quel giorno a Pietro:

«A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).

E ancora:

«Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? …Pasci le mie pecore» (cfr Gv 21,15-19).

Proprio a questa Chiesa concreta, peccatrice, difettosa di speranza, Gesù ha affidato (e continua ad affidare) il compito di andare in tutto il mondo a proclamare il Vangelo a ogni creatura.

L’intero universo ha bisogno di Vangelo

È interessante la scelta del vocabolo “creatura”, perché non solo gli uomini, ma l’intero universo creato – che geme e soffre le doglie del parto – ha bisogno di buone notizie, anche e soprattutto chi sembra avere smarrito l’umanità, come le “bestie” che si stanno uccidendo a vicenda, in Medio Oriente e in tanti altri posti del mondo.

Quanto abbiamo bisogno di “buone notizie”, specialmente in questo tempo!

Noi cristiani, dobbiamo essere uomini di fede e di speranza, anche quando tocca sperare contro ogni speranza, come Abramo (cfr Rm 4,18).

Siamo chiamati ad essere Vangelo vivo, perché abbiamo il compito di rendere presente e visibile il Signore.

Il Signore ci affida il Vangelo come un tesoro che custodiamo nei fragili vasi di creta dei nostri cuori, smarriti, pieni di paure e contraddizioni (cfr 2Cor 4,7).

I segni che accompagnano chi crede

«Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono…»

All’elenco che segue, ci verrebbe ancora una volta la tentazione di lasciar perdere l’avventura missionaria, perché sappiamo bene che nessuno di noi sa compiere miracoli; ma – appunto – qui non si parla di miracoli, bensì di “segni”.

È qualcosa che va oltre il semplice gesto straordinario, ed è qualcosa che il Signore stesso compie mentre i Suoi discepoli annunciano il vangelo:

«il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano».

Cerchiamo di comprendere e attualizzare questi segni nella nostra vita quotidiana:

«Nel mio nome scacceranno demòni»

Il diavolo è colui che divide, che cerca di separarci da Dio e dagli altri: il credente, invece, è uomo di comunione, un essere che tenta sempre la riconciliazione, che cerca a tutti i costi di allontanare i motivi di divisione, che aiuta le creature divise in se stesse a ritrovare la pace in Cristo.

«Parleranno lingue nuove»

Il credente è colui che in mezzo a tanta violenza e terrore non parla con le stesse parole disfattiste e di tragedia dei profeti di sventura, dei mass media assetati di cronaca nera; usa invece un linguaggio nuovo, fatto a volte di silenzi e altre volte di parole che vanno in controtendenza, che non sottolineano solo il male, ma indicano il bene.

«Prenderanno in mano serpenti»

Il credente è colui che non ha paura di avere a che fare con nessuno, nemmeno coi terroristi: non si tira indietro – indifferente – quando c’è da alzare la voce nei confronti dei malvagi (viene in mente il duro anatema di Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993).

E – d’altro canto – non vede nemici solo attorno a sé, perché sa che spesso i veri “serpenti” sono dentro di sé (il sospetto, il rancore, l’odio, la vendetta…): li sa chiamare col loro vero nome, e sa schiacciare loro la testa.

«Se berranno qualche veleno, non recherà loro danno»

Il credente riesce a conservare la pace e la tranquillità del cuore anche quando tutto e tutti attorno a lui cercano di fargli trangugiare veleni e amarezze.

«Imporranno le mani ai malati e questi guariranno»

Le malattie del nostro tempo, più che quelle del corpo, sono quelle dell’anima e dello spirito, quelle interiori: la depressione, lo stress, lo scoraggiamento… guarire i malati oggi, per il credente, significa portare sollievo e conforto, vicinanza e affetto a chi è prostrato dalla solitudine a causa dell’ingiustizia, dell’emarginazione e delle diseguaglianze o delle indifferenze sociali.

Di questo siamo capaci e dobbiamo farci portatori con la grazia dello Spirito Santo.

Rendere presente il Maestro

Forse oggi è molto più facile percepire l’assenza del Maestro piuttosto che la Sua presenza, proprio perché il nostro essere cristiani si riduce a tante quisquiglie esteriori, discussioni inutili, litigi sterili, gelosie aride… e non lasciamo spazio ai segni inequivocabili della Sua presenza.

Come mai il mondo di oggi va in cerca dei “preti di strada”? Di nuove “Madre Teresa”? Perché è lì – nei segni del Suo Amore – che si rende presente il Risorto, e brilla la luce del Vangelo.

Ma non c’è bisogno di andare nei sobborghi di Calcutta o tra le “Vele” di Scampìa…

Cristo asceso al cielo è ancora presente e resta con noi fino alla fine del mondo nella pazienza di un catechista coi suoi ragazzi scalmanati, nella mitezza di un Parroco che rinuncia a far valere la sua posizione con arroganza, nel servizio nascosto di un volontario che dona il suo tempo e la sua compagnia in una RSA…

Diceva Sant’Ignazio di Antiochia:

«È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo».

Se vogliamo far percepire alla gente di oggi che Gesù non è “scappato” nei cieli, distaccato dal mondo e dagli uomini, ma è vivo in mezzo a noi, dobbiamo accogliere il Vangelo trasformandolo in vita, in gesti concreti che Lo rendano presente.

In questi giorni che ci separano dalla solennità di Pentecoste invochiamo lo Spirito Santo, che ci insegni ad essere “prolungamento” di Cristo in terra.

Per continuare la meditazione…

Vi lascio anche stavolta un piccolo video-commento musicale per continuare a riflettere: