2a Domenica dopo Natale

Sir 24,1-2.8-12; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

Immagino che molti – in questi ultimi giorni di feste natalizie – comincino ad “accusare il colpo”, a sentire cioè quel misto di disorientamento, nostalgia e amarezza.

Disorientamento perché (per chi ha vissuto le funzioni liturgiche), ogni tre per due si era chiamati ad andare in chiesa a celebrare qualcosa, tanto da non raccapezzarsi più sul giorno corrente della settimana.

Nostalgia perché si vede avvicinarsi a grandi passi la solennità dell’Epifania, che “tutte le feste porta via”.

Amarezza per ciò che magari – proprio nel clima gioioso del Natale – ci ha fatto soffrire (la mancanza di una persona cara, un’incomprensione famigliare insanabile, una malattia…).

Fare e disfare

Sono i sentimenti che bagnano gli occhi quando si smontano il presepe e l’albero natalizio; “gocce di memoria” che ci riportano a quando eravamo bambini e tutto sembrava più colorato, luminoso, magico e… irrimediabilmente perduto.

Proprio in questa fase ci viene incontro la Liturgia a ricordarci che forse – anche quest’anno – stavamo sbagliando tutto: cercavamo il senso del Natale dentro un affettato clima di finta “coccolosità”…

“Spogliare” il Natale

L’avevo già accennato commentando il vangelo della notte di Natale: dobbiamo dimenticare il clima fiabesco che ci ha accompagnato da bambini, fatto di stelline e fiocchi di neve. Quando Dio è sceso su questa terra, quando ha preso carne per entrare nella nostra storia, ha fatto sul serio: si è calato nella tragicità del nostro mondo.

A partire da quel «per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7).

Ci sono tanti altri aspetti e circostanze tragiche nella nascita di Cristo e dei suoi primi mesi di vita terrena, ma il versetto che ho appena citato mi pare riassuntivo del significato dell’Incarnazione, e ben richiamato nelle pagine bibliche che ascoltiamo oggi.

Come i beduini del deserto

C’è un’espressione che torna – volutamente – due volte nei brani biblici di questa domenica (anche se – per scovare la seconda – occorre leggere il testo originale greco del vangelo): «fissare la tenda».

La troviamo nella prima lettura, tratta dal libro del Siracide (a cui l’evangelista Giovanni si è ispirato per l’inizio del suo Vangelo):

«Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele”»
(Sir 24,8).

E la ritroviamo nel passaggio centrale del Prologo del Vangelo di Giovanni:

«E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi»
(Gv 1,14)

Quel «venne ad abitare» (in greco “eskénosen”) letteralmente si traduce con «fissò la sua tenda».

Era qualcosa di piuttosto famigliare la tenda per gli ebrei, nati come popolo di beduini nomadi (Abramo) e col cuore sempre carico del ricordo dell’Esodo: quarant’anni vissuti a montare e smontare le tende per lasciarsi guidare da Dio verso le Terra Promessa.

Esperienza così significativa da far nascere una delle festività più importanti della religione ebraica, quella di Sukkot, o Festa delle Capanne.

Tende nobili e tuguri

È vero, nella cultura religiosa ebraica la tenda ha un significato spiccatamente teologico: ricorda la Tenda del Convegno (cfr Es 26 e 27), costruita secondo le indicazioni stesse di Jahvè per ospitare l’Arca dell’Alleanza nel lungo Esodo.

È il luogo che fu conservato nella parte più sacra del Tempio di Gerusalemme (il Santo dei Santi) che – da Salomone in poi – sostituì la Tenda con una costruzione fatta di solide mura.

È tutt’ora presente in tutte le nostre chiese (!), dato che il Tabernacolo (l’edicola che contiene la Santa Eucaristia) è il vocabolo che in latino vuol dire “tenda”.

Ma io (che sono Scout e ho dormito diverse volte all’addiaccio, in accampamento) ho un’idea della tenda molto meno sacrale… un po’ più “fangosa” diciamo.

Casa di proprietà, in affitto o ostello?

In una società come la nostra (dove il mattone è ancora il primo investimento e la casa è il luogo simbolico di sicurezza e protezione) la tenda è il sinonimo della provvisorietà, della precarietà.

Ci stiamo a prendere in affitto un appartamento per una settimana di ferie o a dormire per una notte in ostello se stiamo facendo un cammino, ma non più di così.

Chi di noi abiterebbe stabilmente in una tenda? Possiamo solo immaginare (per quanto siano ben organizzate le tendopoli della Protezione Civile) il disagio di vivere anche solo per alcuni mesi in una tenda in caso di terremoto o altre situazioni di emergenza.

Provvisorio per scelta

Quando ha realizzato la sua Incarnazione, il nostro Dio non si è costruito un castello. Non ha distribuito biglietti da visita con scritto «Gesù Cristo, via della Salvezza n° 3, Nazareth, Galilea».

Fin dall’inizio della sua vita ha vissuto da profugo (scappando in Egitto) e poi, nei trent’anni di vita nascosta a Nazareth, ha abitato in una delle povere case di quel villaggio (costituite perlopiù da grotte naturali con davanti una piccola tettoia per gli animali).

Dall’inizio del suo ministero pubblico ha ricominciato ad essere nomade e senza fissa dimora («Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo», Mt 8,20).

Il Natale comincia dopo aver smontato il presepe

C’è una cosa che l’espressione «fissò la sua tenda in mezzo a noi» ci vuole far capire: Dio ha scelto la nostra provvisorietà come condizione stabile. Il nostro è un Dio che «ci viene dietro», condivide la provvisorietà e la precarietà del nostro essere uomini.

Ed è proprio quando viviamo la fatica dei cambiamenti, dei “traslochi” (fisici o spirituali), delle conversioni radicali (il cambio di lavoro, di stato di vita…) che il Signore è più vicino a noi.

Proprio quando stiamo per smontare il presepe (con quella vecchia nostalgia da bambini cresciuti, pensando «la festa è già finita») il nostro Dio “fa il fagotto” e si rimette in viaggio con noi.

Lasciare la tenda per trovare la vera dimora

Questa provvisorietà (che il Figlio di Dio ha scelto di condividere) deve rimanere sempre chiara davanti ai nostri occhi, per ricordarci che noi – come Lui – «non siamo di questo mondo» (cfr Gv 17,16), e che Gesù ci ha detto:

«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,2-3)

Ce l’eravamo detti all’inizio dell’Avvento: non siamo in attesa della nascita di Gesù, ma della Sua venuta definitiva e della nostra nascita al cielo, in quella che sarà la nostra patria definitiva, la Gerusalemme celeste.