Il poco e il molto

33ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto

Quel che ci è stato dato è molto. Quel che riusciamo a fare noi può sembrare poco. In ogni caso è nulla rispetto all’immenso patrimonio che Dio ci ha preparato.

Pr 31,10-13.19-20.30-31Sal 1281Ts 5,1-6Mt 25,14-30

Eccoci alla seconda delle ultime tre parabole con le quali Matteo chiude il discorso di Gesù sulla venuta del Figlio dell’uomo e del regno dei cieli.

Dopo l’ambientazione della festa di nozze (nella quale ci siamo immedesimati domenica scorsa), siamo invitati a prendere dimestichezza con il linguaggio economico-bancario: denaro, banchieri, regolamento di conti…

Non è “cosa nostra”

Usciamo subito dal nostro modo di pensare ai “talenti” secondo il linguaggio comune, ovvero delle particolari doti o attitudini di una persona. Nell’antica Grecia il talento era un’unità di misura e di peso, in particolare dei metalli preziosi (argento o oro), atti a costituire un patrimonio economico.

Non si sa bene quanto pesasse di preciso il talento utilizzato in Palestina all’epoca di Gesù: si stima tra i 30 e i 33kg (di argento o di oro). Fate i vostri calcoli di quanto possano valere 5 o 2 talenti (o anche solo uno)!

È evidente che i primi aspetti su cui la parabola vuole attirare la nostra attenzione – prima ancora dell’intraprendenza o meno dei tre servi – sono:

  1. la smisurata ricchezza del padrone;
  2. la sua altrettanto smisurata fiducia.

Figlio di un Dio generoso

Siamo carichi di talenti, sì: ma non è “roba nostra”. Tutto quello che siamo e quello che abbiamo è dono del Signore. Lo diciamo spesso, ma – purtroppo – come una frase fatta, una cantilena.

Se ne prendessimo coscienza per davvero, credo che la pianteremmo di dire continuamente e ossessivamente “mio”:

«la vita è mia e ne faccio quel che voglio»

«lascia stare le mie cose!»

«non voglio sprecare il mio tempo»

«ai miei figli ci penso io!»… etc.

Ricordiamocelo: siamo solo amministratori dell’immensa ricchezza che Dio ci ha affidato.

Servi di un padrone temerario

Detto questo: chi di noi si fiderebbe a mettere le proprie ricchezze nelle mani di qualcun altro, col rischio di perdere tutto? Non lo faremmo nemmeno col più grande esperto di finanza, probabilmente…

Ecco, questo padrone mette tutto nelle mani dei suoi servi! Robe da matti! Come se al giorno d’oggi si affidasse il proprio patrimonio alla donna delle pulizie, o alla baby-sitter (con tutto il rispetto dovuto a questi due mestieri)!

Noi non siamo degli scafati broker, stile The Wolf of Wall Street: siamo dei “poveri cristi”, che è già tanto se riescono a non rovinare tutto quello che gli capita per le mani, ammettiamolo!

E dunque, abbiamo un “padrone” davvero sconsiderato! Forse perché non è un padrone, ma un Padre. O no?

Che aspetti?

«Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli…»

È fulminante e sorprendente la prontezza con la quale i primi due servi si mettono all’opera: il padrone non fa a tempo a chiudersi la porta alla spalle che questi sono già a trafficare!

È la stessa prontezza scattante dei primi discepoli nel rispondere alla chiamata di Gesù (cfr Mt 4,18-22), e denota un fervore interiore al quale è impossibile resistere.

Ricordiamoci che questa parabola (assieme alla precedente) è la “rappresentazione plastica” dell’invito pressante a vegliare in attesa del Figlio dell’uomo (cfr la fine del capitolo precedente: Mt 24,42-51).

Perciò, la domanda che dovremmo farci è proprio questa: quante volte – invece – noi tentenniamo nella nostra vita? Soprattutto di fronte alle scelte importanti?

Quante occasioni abbiamo sprecato finora? Quante cose abbiamo lasciato per strada con i nostri «vedremo… magari domani… adesso non me la sento…»?

Ma la questione è vitale, la posta in gioco è altissima: dobbiamo rendercene conto!

Non è un caso che Gesù utilizzi il linguaggio economico, perché – allora come oggi – non c’era argomento più convincente per far capire l’urgenza della questione e la necessità di non perdere tempo: «il tempo è denaro»!

Invece…

Tanto è forte il «subito» dei primi due servi, tanto è drammatico l’«invece» che introduce la scelta del terzo servo.

Non so a voi, ma a me l’immagine dell’andare a fare una buca nel terreno ricorda immediatamente lo struzzo (che poi è un modo di dire, dato che gli struzzi non si nascondono realmente sotto la sabbia).

Nascondere un tesoro sotto terra era qualcosa che si faceva in tempi di guerra o di altre calamità… Potrebbe – dunque – sembrare una scelta saggia, di chi ha capito il valore enorme del patrimonio affidatogli, e lo vuole custodire.

Ma la parabola mira a mettere in contrapposizione una visione dinamica, “progressista” della responsabilità (quella dei primi due servi) con una “conservatrice”, che punta a mantenere lo status quo.

Non utilizzare il talento – in questo caso – è uno spreco, non una decisione saggia.

Come nella finanza?

È così anche oggi, no? Non solo nel mondo dell’alta finanza e della speculazione, ma anche nelle scelte di tutti i giorni.

Pensiamo alla normale gestione dell’economia domestica: quante volte alla TV sentiamo dire che – purtroppo – l’inflazione non cresce (e quindi il mercato non riparte) perché gli Italiani sono tendenzialmente dei risparmiatori?

Fare la formica invece della cicala sembrerebbe la cosa più saggia (soprattutto in tempi di crisi, come quelli che stiamo attraversando), ma – in una prospettiva più globale – potrebbe drammaticamente diventare sbagliato.

Qui poi – ricordiamocelo – non stiamo trattando di economia domestica e nemmeno di alta finanza: c’è in gioco il Regno dei cieli! Per le mani abbiamo le ricchezze di Dio, e il nasconderle sotto il materasso sedendocisi sopra, crea molti più danni di un capitale inutilmente “parcheggiato” sul nostro conto corrente o libretto postale!

Una fede operosa

Il brano è costituito in modo sapiente a livello lessicale e letterale, proprio per rimarcare in modo ancor più forte la distinzione:

«servo buono e fedele» | «servo malvagio e pigro»

La fedeltà lodata dal padrone, è la stessa raccomandata da Gesù nel capitolo precedente, una fedeltà che è operosità diligente:

«Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni» (Mt 24,45-47).

Il terzo servo invece è rimproverato proprio perché «pigro», inoperoso. Alla fine della parabola viene definito addirittura «inutile»!

Ciò che distingue i servi tra loro è proprio l’operosità o meno, la prontezza nel darsi da fare o il rimanere bloccati dalla paura.

Cantieri abbandonati o laboratori ferventi?

L’Italia è spesso un paese di cantieri iniziati e mai portati a termine, purtroppo. Ma – quando vogliamo – siamo capaci di ricostruire in quattro e quattr’otto il nuovo ponte sul Polcevera. Da cosa dipende?

Dal capire o no l’importanza e l’urgenza di quello che c’è in campo.

Ancora una volta: Gesù ci sta invitando a pensare a quel “cantiere” aperto che è il Regno di Dio, che è stato piantato in mezzo a noi e sta crescendo, inesorabilmente, ma ha bisogno della nostra collaborazione per crescere e svilupparsi.

Andate a rileggervi tutte le parabole del Regno che abbiamo meditato nelle domeniche estive… insomma: il granellino di senapa bisogna gettarlo nel terreno perché cresca (Mt 13,31s), il lievito bisogna buttarlo nella farina per farla fermentare (Mt 13,33).

E infine il tesoro… bisogna dissotterrarlo per possederlo (Mt 13,44)! Esattamente il contrario di quello che ha fatto il terzo servo della parabola di oggi.

Padrone o Padre?

Lo ripeto ancora una volta, a rischio di nausearvi: c’è in gioco l’immagine di Dio che portiamo nel cuore.

Ciò che blocca il terzo servo è la paura, non tanto di perdere il talento del suo padrone, quanto di non rispondere alle sue aspettative: egli lo vede come «un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso».

Noi che idea ci siamo fatti di Dio?

Di un Padre che – fiducioso – mette la sua azienda nelle mani del figlio seppur ancora giovane e inesperto, o di un vecchio imprenditore zitello che non si fida di nessuno e non cede la sua fabbrica, portandosela piuttosto con sé nella tomba?

L’importante è darsi da fare

C’è la pubblicità di un famoso prodotto di cosmesi femminile che ha come slogan: «io guardo il risultato»…

Il nostro Dio – invece – da noi non cerca risultati: non pretende “guadagni”, non tiene la contabilità di quanto facciamo. Egli desidera solo che condividiamo la Sua stessa passione per la vita, il Suo stesso donarsi totalmente con infinito Amore per gli uomini.

Anche perché – lo sappiamo – spesso ci diamo da fare come dei matti ma non otteniamo nulla, perché le cose non sempre vanno bene, e non sempre dipendono dal nostro impegno.

Pensiamo a quei poveri genitori che si son dannati per una vita intera a educare e crescere onestamente i loro figli e poi li vedono – purtroppo – rovinarsi in scelte sbagliate…

Alla fine della nostra vita Dio sarà felice anche se dovessimo presentarci da Lui a mani vuote, purché siano tutte sporche, coperte dei graffi e dei calli che il giocarci fino in fondo nella vita avrà lasciato!

Il poco e il molto

Il Regno di Dio non è questione di quantità, ma di qualità: non conterà quanto quanto saremo riusciti a far fruttare i doni che il Signore ci ha dato, ma il fatto che non li avremo sprecati lasciandoli marcire sottoterra.

Non c’è proporzione tra quanto riconsegnato dai primi due servi e quello che viene loro donato in cambio: come dice il padrone, sono stati «fedeli nel poco» e perciò avranno «potere su molto».

«Poco» e «molto» non sono due unità di misura definibili, e soprattutto sono relative: 150kg d’oro possono sembrare una ricchezza enorme… eppure cosa sono di fronte all’intero patrimonio del padrone?

Già, perché è quello il premio che i due servi fedeli hanno in cambio:

«prendi parte alla gioia del tuo padrone».

La nostra vita, tutto quello che siamo e che abbiamo, le cose e le persone a cui teniamo, gli sforzi che abbiamo fatto… possono sembrare un patrimonio enorme! E voglia il Cielo che ce ne rendiamo conto, almeno noi credenti, in un mondo in cui si è portati a disprezzare e sminuire tutto, persino la vita.

Ma cosa è tutto questo, se raffrontato alla vita eterna e alla comunione totale con Dio?