Il silenzio del cuore. 18 dicembre – Novena di Natale 2

Il silenzio del cuore

Ger 23,5-8; Sal 72; Mt 1,18-24

Il silenzio di Giuseppe non è solo tacere con la bocca; è prima di tutto condizione del cuore. È lo spazio dove la Parola di Dio può trovare casa e accoglienza.

L’anno scorso iniziavo la riflessione di questo secondo giorno della Novena di Natale inventando uno slogan per descrivere san Giuseppe: «zero parole, tanti fatti».

Facevo leva sul fatto che gli evangelisti non abbiano “virgolettato” una sola sillaba dello sposo di Maria, descrivendo – invece – la sua docilità nel lasciarsi guidare dal Signore.

Il silenzio non è una bocca chiusa

In realtà – pur non trovando una frase di Giuseppe nei Vangeli – non possiamo pensare che fosse muto, o che si sia limitato a dire «signorsì», sempre e comunque.

Possiamo immaginare i suoi discorsi… nella bottega di falegname, per contrattare coi clienti, in casa per dare istruzioni, come ogni buon padre di famiglia.

Possiamo intuire le brevi, succinte e agitate spiegazioni per comunicare alla sua sposa le indicazioni ricevute in sogno dal Signore, fin dai primi anni di vita del loro bambino (cfr Mt 2,13-14 e Mt 2,19-23).

Delle sue parole – a volte – si fa portavoce Maria:

«Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2,48).

Il silenzio che fa rumore

E anche il brano che ascoltiamo oggi ci descrive un Giuseppe che – seppur silenzioso con la bocca – ha un gran “frastuono” nella testa e nel cuore:

«…poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto…
…Mentre però stava considerando queste cose…»

Conosciamo bene anche noi quale “giungla” di pensieri si agiti nella testa e nell’animo quando siamo preoccupati per qualcosa che ci affligge.

Basta considerare lo stato in cui questa pandemia e le conseguenti lunghe solitudini ci hanno prostrato diverse volte in questi mesi…

Il silenzio del cuore

Quello che siamo invitati a scorgere in Giuseppe, non è tanto il silenzio esteriore, quanto quello interiore, che anche lui ha dovuto conquistare a fatica.

Di solito è nel sonno che si crea questa condizione: momento nel quale siamo totalmente indifesi, incapaci di ragionare e calcolare.

Ma è interessante notare che l’evangelista non dice che Giuseppe sogna perché si è addormentato: sogna «mentre stava considerando…»

Cos’è? Un sogno ad occhi aperti?

Io credo che Matteo voglia suggerirci che Giuseppe aveva lasciato volontariamente spazio dentro di sé perché – oltre ai suoi ragionamenti – potessero entrare anche quelli inaspettati di Dio.

Il silenzio è uno spazio lasciato libero

È dentro questo spazio lasciato volontariamente “vuoto” e libero, che l’angelo di Dio può apparire e «prendere il controllo della situazione», fino a dare istruzioni precise su cosa fare.

Da questo spazio libero in poi Giuseppe si abbandona totalmente alla volontà di Dio, fino a cadere nel sonno, quel torpore così evocativo che nell’Antico Testamento descrive sempre lo spazio dell’agire misterioso di Dio (cfr Gen 2,21; Gen 15,12).

Ma è un addormentarsi volontario, una resa incondizionata, che parte proprio dal silenzio interiore: uno spazio creato appositamente per Dio.

Facciamo silenzio

Questo è l’atteggiamento che ci insegna oggi Giuseppe per metterci in attesa della venuta del Signore.

Noi che viviamo nell’era del «parlarci l’uno sopra l’altro», del non sapere mai restare zitti più di un minuto (se non allo stadio quando vogliamo commemorare qualcosa, e con fatica pure lì), dobbiamo imparare il silenzio interiore.

Oltre a chiudere la bocca, abbiamo bisogno di imparare ad aprire la mente e il cuore, per lasciarvi quello spazio, quella “pausa” di cui il Signore ha bisogno per intonare la Sua Sinfonia.