Il vero volto. 2ª Domenica di Quaresima (B)

Il vero volto di Dio

Continuando il nostro cammino di Quaresima, siamo invitati – attraverso l’ascolto di Cristo, Parola incarnata del Padre – a riscoprire il vero volto di Dio.

Gen 22,1-2.9.10-13.15-18; Sal 116; Rm 8,31-34; Mc 9,2-10

Nella seconda domenica di Quaresima siamo attesi sul Monte Tabor.

Settimana scorsa, contemplando Gesù «spinto» dallo Spirito nel deserto, abbiamo cercato di capire il senso di questi quaranta giorni che la Liturgia ci propone ogni anno: la fatica e – al tempo stesso – la bellezza del deserto, sono l’esperienza necessaria per entrare in intimità con Dio e scoprire il nostro essere figli Suoi.

Oggi è Gesù a prenderci per mano, a condurci in disparte per vivere una confidenza ancora più grande col Padre:

«li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli».

Sempre più in alto

Fin dall’antichità – in tutte le culture religiose – i monti sono stati identificati come il luogo di abitazione delle divinità (o – quantomeno – di “contatto” con il divino), e l’ebraismo non fa eccezione.

È lecito – pertanto – supporre che Pietro, Giacomo e Giovanni si siano resi conto abbastanza presto che quella nella quale Gesù li aveva coinvolti non fosse una semplice scampagnata.

Ma – si sa – a volte anche le cose più evidenti non si percepiscono automaticamente, specie se la testa e il cuore sono altrove: ed era il caso del nostro povero Pietro (che – non dobbiamo mai dimenticarlo – è l’ispiratore del vangelo di Marco).

Col cuore in subbuglio

Cerchiamo di ricostruire la situazione.

Purtroppo, anche stavolta l’introduzione liturgica della lettura («In quel tempo») non ci aiuta per niente a contestualizzare; il brano originale inizia con una precisa annotazione temporale: «Sei giorni dopo».

Cos’era successo sei giorni prima?

Pietro aveva vissuto un’esperienza indimenticabile, nei pressi di Cesarea di Filippo; di fronte alla domanda di Gesù riguardo alle opinioni della gente su di Lui, in modo inaspettato e inspiegabile gli era uscita dalla bocca una professione di fede, precisa e tagliente, come una lama: «Tu sei il Cristo».

Nella versione di Marco non c’è nessuna lode o beatitudine a Simon Pietro, né alcun affidamento delle chiavi (come invece riporta Matteo), ma solo l’ordine severo di tacere la vera identità di Gesù (cfr Mc 8,30).

Ciò che invece troviamo anche in Marco è quel terribile

«Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»

E non solo… Gesù aveva poi preso un “megafono” per amplificare il rimprovero, rivolgendosi a tutta la folla:

«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua…
Chi si vergognerà di me e delle mie parole… anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi»
(Mc 8,34.38).

Tutto da rifare

Ora sì che possiamo capire lo stato d’animo del povero Pietro in quei sei giorni, cosa avrà rimuginato più e più volte, con l’amaro in bocca e un peso sul cuore: Gesù gli aveva appena detto che non stava facendo il discepolo, perché – invece di andare dietro a Lui – pretendeva di stargli davanti, di insegnargli come si fa a fare il Messia.

Si era «vergognato di Gesù e delle sue parole» quando il Maestro aveva iniziato a parlare di Passione e morte (cfr Mc 8,31-32).

Pensava di aver capito tutto di Gesù, e invece non era quello che si immaginava. Il suo cammino di discepolo e pescatore di uomini doveva ricominciare da capo, da zero.

Fatta questa composizione di luogo, possiamo raccogliere il primo invito alla riflessione in questa seconda tappa del cammino quaresimale:

  • a che punto è il mio cammino di discepolo e credente?
  • Sto camminando dietro a Cristo sulla via della Croce o pretendo di insegnargli io dove si deve andare?

Un volto inaspettato

Sarà per il cuore così in subbuglio e la testa altrove, ma Pietro e i suoi compagni si sono trovati davanti a qualcosa che li ha stravolti:

«Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati».

Moltissime delle Teofanie narrate nell’Antico Testamento hanno la paura come tratto caratteristico di chi si trova a tu per tu con Dio: si potrebbe chiedere a Mosè ed Elia, che non a caso appaiono a Gesù (cfr Es 3,6 e 1Re 19,13).

Ma qui – proprio per il contesto che ho descritto sopra – la sottolineatura è unica e particolare: Pietro e gli altri non si erano ancora resi conto di chi fosse veramente Gesù, e l’incontro col vero volto del Maestro li lascia esterrefatti.

Da Lui avevano ascoltato bei discorsi, visto miracoli strabilianti, ma ancora non avevano capito di avere a che fare col Figlio di Dio. Ecco allora la necessità (ribadita da Dio stesso) di sintonizzarsi sulla giusta frequenza:

«Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” ».

Ascoltare Lui

Il secondo invito alla riflessione che ci viene da questa pagina è proprio quell’imperativo: «ascoltatelo!»

La fede nasce dall’ascolto, paziente, umile, disponibile. Quando smettiamo di ascoltare la Parola di Dio che ci è donata in Gesù – la Parola incarnata che è Gesù – la nostra vita perde l’orientamento, e siamo sempre più sfiduciati.

Parimenti, la nostra conoscenza di Dio non solo non cresce, ma si distorce sempre più.

Quante cose ascoltiamo, quante voci, quante opinioni… «Ascoltatelo» però significa «Ascoltate Lui»!

Viviamo immersi in un mondo che ha perso la fede ed è continuamente alla ricerca di surrogati del sacro: visioni private, sette segrete, maghi e fattucchieri, oroscopi… Ma se siamo credenti, se siamo discepoli, è Lui e solo Lui che dobbiamo ascoltare!

La nostra guida è Cristo, che ci parla con la Sua Parola ascoltata ogni domenica, che – se ci lasciamo illuminare dallo Spirito Santo – cerca di parlare dentro di noi, attraverso la nostra coscienza, insegnandoci ciò che è bene per noi secondo Dio.

Quante cose spacciamo per “vangelo” nella nostra vita e invece non hanno nulla a che fare con la Sua Parola! Abbiamo la coscienza intorbidata da false verità, proprio per il fatto che non dedichiamo tempo all’ascolto della Verità di Cristo che la Chiesa ci consegna da sempre.

Chiediamoci allora:

  • quanto tempo dedico all’ascolto umile e paziente della Parola di Dio?
  • Quanto sono disposto a lasciarmi mettere in crisi dal confronto con la Parola?

Alla ricerca del vero volto di Dio

Come introduzione alla pagina della Trasfigurazione, la Liturgia della Parola ci regala nella Prima Lettura la vicenda di Abramo: anche lui è chiamato a “purificare” l’immagine di Dio che porta in sé e a scoprirne il vero volto.

La storia di Abramo si colloca circa 1800 anni prima di Gesù, in un contesto preciso, segnato da forme di religiosità pagana: i popoli della terra di Canaan in cui sta per insediarsi praticavano sacrifici umani (è un fatto largamente attestato).

Abramo – dunque – è chiamato a scoprire che il suo Dio è totalmente diverso dalle divinità dei Cananei.

Gli dèi di Canaan chiedevano in sacrificio i figli ai loro sudditi: la cosa ci fa orrore, e ci scandalizza il fatto che il nostro Patriarca possa aver anche solo “sfiorato” quella possibilità.

Se ci pensiamo bene – però – questa idea (seppur con le dovute trasposizioni metaforiche) è ancora latente in una religiosità idolatrica che è arrivata fino a noi: quante persone “sacrificano” la possibilità di fare famiglia e avere figli (oppure rifiutano con l’aborto quelli che potrebbero nascere) per dedicarsi ai loro “idoli”?

Questo atteggiamento finisce inevitabilmente per distorcere in noi anche l’immagine e il volto di Dio, perché attribuiamo al nostro Padre Celeste responsabilità che invece sono solo nostre, e del nostro essere andati dietro a falsi dèi, vendendoci l’anima.

Dio non chiede nulla: solo dà

Anche Abramo – come i discepoli – sale al monte convito di aver capito chi è Dio, ma scende a valle con una nuova conoscenza, una fede purificata.

Era salito al monte convinto che Dio pretendesse qualcosa da lui, e invece ne discende con un dono, una promessa… non più solo un figlio, ma un’intera discendenza:

«io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare».

Dio non chiede nulla: non è un dispettoso che ti fa un dono (il figlio nato miracolosamente in vecchiaia) per poi richiedertelo indietro.

Dio non fa come noi, applicando il do ut des: Dio dona gratuitamente, e dona se stesso.

E – se proprio c’è da sacrificare un figlio – non chiede il tuo, ma sacrifica il Suo, come abbiamo ascoltato dall’apostolo Paolo nella seconda lettura:

«Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?»

Dio è per noi

In questa Quaresima – attraverso l’ascolto della Parola che è Cristo – siamo invitati a riscoprire il vero volto di Dio: Egli è il «Dio per noi»: non l’avversario, il contendente geloso (come il diavolo da sempre cerca di presentarcelo), ma il nostro alleato, il nostro avvocato:

«Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?…
Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!»

Abbiamo un’unica strada per conoscere il volto di Dio: contemplare il volto di Cristo, che oggi si trasfigura anche per noi, perché – come ci ha assicurato Lui stesso:

«chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,45).

«Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).

Ed è un contemplare che passa – ancora una volta – attraverso l’ascolto del Figlio: quell’«ascoltatelo» che Dio ci ha comandato.

Siamo chiamati a contemplare non solo con gli occhi, ma anche con le orecchie, quelle del cuore:

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).