Imparate… la tenerezza. 33ª Domenica del Tempo Ordinario (B)

Dal fico imparate la parabola

Davanti ad ogni segno, anche il più “catastrofico”, Cristo ci invita a non irrigidirci, ma ad imparare la tenerezza che fa germogliare la speranza e la fede|

Dn 12,1-3; Sal 16; Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32

Quante volte i cosiddetti «profeti di sventura» hanno impugnato questa pagina di vangelo e altre simili per far tremare il cuore alla gente?

Quante volte anche la Chiesa – purtroppo – ha usato (e usa) questi toni… A che scopo?

Siamo davvero convinti che Dio abbia voglia e bisogno di spaventarci?

È davvero l’ultima “arma” che gli è rimasta?! Povero Dio! Dev’esser proprio messo male…

In cosa crediamo?

Almeno noi cristiani dovremmo metterci un po’ più di impegno nel leggere queste pagine e – attraverso queste – imparare a capire la storia e il mondo, con un pizzico di fede e speranza in più.

Ci diciamo “credenti”… Ma davvero crediamo? E in cosa crediamo?

Quante volte mi è capitato di sentire cristiani praticanti dire «è il destino, non ci si può fare nulla!»

Questo senso di fatalismo e rassegnazione negativa hanno davvero poco a che fare con la fede.

Chi crede sa che nulla è lasciato al caso, al Fato: questo è un modo pagano di guardare il mondo!

Chi crede sa che tutto è nelle mani provvidenti di Dio!

In nome di chi?

Una volta, in nome della religione (o pseudo-religione), si annunciava l’imminente fine del mondo.

Altri, in epoche più recenti, hanno annunciato la fine della religione, in nome del mondo (dell’uomo, della scienza, della tecnica…). Scriveva Umberto Galimberti:

La religione morirà. Non è un auspicio, né tanto meno una profezia. È già un fatto che sta attendendo il suo compimento, […] perché l’ordine del mondo, che un tempo era cadenzato dai suoi comandamenti [di Dio], ora è regolato dalle ferree leggi della tecnica che a Dio più non si rifanno, perché di Dio hanno perso non solo il nome, ma anche il senso, l’origine e la traccia…
(Nessun Dio ci può salvare, MicroMega. Almanacco di filosofia, n. 2)

Oggi però non funziona più… anche perché le varie “profezie” (di Nostradamus, dei Maya, etc…) sono state sistematicamente smentite, ogni volta.

Troppo smemorati per imparare

Annunciare la fine di qualcosa in nome di qualcos’altro è una deriva del pensiero, che scaturisce da una evidente mancanza di memoria e riflessione.

Quante volte questo atteggiamento disfattista è stato smentito e ri-aggiornato nel passato?

Ciò che Galimberti affermava della tecnica lo si diceva già del Progresso (durante la rivoluzione industriale), lo diceva Marx quando teorizzava la lotta di classe… e invece…

È evidente che dalla storia non impariamo proprio nulla.

Buoni e cattivi maestri

Chi crede di poter insegnare la fine di questo o di quello in nome di qualcos’altro non è altro che un cattivo maestro.

Noi cristiani – però – abbiamo un solo Maestro, il Cristo (cfr Mt 23,10).

Gesù non è semplicemente un insegnante, e non adopera libri (anzi: non ne ha nemmeno mai scritti, come invece fanno i nostri “giornalisti” e saggisti odierni, che pubblicano un libro ogni tre per due).

Egli ci ha spalancato davanti agli occhi un unico “libro”: quello dell’opera di Dio, che si dispiega davanti a noi nel Creato.

Molte delle Sue parabole sono desunte dall’osservazione della Creazione, e ci aiutano a capire la bontà di Dio:

«Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?» (Mt 6,26).

Non è certo la visione di un Dio “arrabbiato”, ma – anzi – misericordioso e paziente verso l’umanità:

«non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità»
(Is 42,3).


«Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò» (Ger 29,11-12).

Facciamoci impressionare dalle parole giuste

Del vangelo (e della prima lettura) di oggi ci rimangono in mente le frasi più “catastrofiche”, i termini più preoccupanti, come angoscia, tribolazione… è il nostro difetto: farci impressionare solo dal male, dall’orribile e dal macabro.

È proprio vero che «fa più rumore un albero che cade che non un’intera foresta che cresce».

Ma la Parola di oggi annuncia anche (e anzitutto) che

in quel tempo sarà salvato il tuo popolo… Molti (letteralmente, “la moltitudine”) di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno… I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; …risplenderanno come le stelle per sempre (cfr Prima Lettura).


«Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo» (cfr Vangelo).

Imparate la parabola

Il nostro Maestro ci dice chiaramente dove guardare e cosa dobbiamo imparare:

«Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte».

Non è certo un’immagine catastrofica questa, anzi: è molto tenera e dolce.

Che cosa vuol dire se non: «guardate a quanto di più quotidiano caratterizza la vostra vita… il nascere, crescere e morire di ogni cosa nella natura»?

Sono questi (letti con semplicità e sapienza) i segni della presenza continua e amorevole di Dio, che non attende altro che portare a compimento i sogni e i desideri più grandi del cuore di ogni uomo:

«egli è vicino, è alle porte».

Di fronte ai segni della venuta del Signore siamo invitati ad imparare dalla natura a non irrigidirci, ma – anzi – a «lasciarci andare», per accogliere il nostro Sposo tanto atteso, come facevano i primi cristiani, che ripetevano continuamente «Maranatha!» («vieni, Signore Gesù!»).

Siamo invitati ad imparare la tenerezza del ramo di fico, che – all’arrivo del caldo – lascia spuntare germogli di speranza (è l’ultimo albero a mettere le foglie, appena prima dell’estate), la sua dolcezza (che nella Sacra Scrittura rappresenta la Parola di Dio, dolce al palato).

Tutto il resto non serve

In questa prospettiva (che è la speranza di ogni cristiano) si capiscono anche le affermazioni iniziali di Gesù, fatte – come in uso a quel tempo – con un linguaggio tipicamente “apocalittico” (ovvero “rivelatore”) ed “escatologico” (cioè «che parla delle cose ultime»):

«il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte»
.

Ovvero: tutte quelle cose che tanti “falsi profeti” hanno elevato a divinità nelle varie epoche della storia cadranno, finiranno! Non si allude solo agli astri del cielo (divinizzati dalle religioni naturaliste o panteiste), ma anche alla superstizione che si fida degli oroscopi, allo scientismo che pretende di dominare lo spazio e misurare l’universo!

Tutte queste pretese e false convinzioni si dissolveranno come nubi di fronte all’avvento del Signore; davanti a Lui, colmati della Sua presenza, non avremo bisogno di null’altro.

Che senso di leggerezza e liberazione mi salgono dal cuore nel pensare che un giorno tanta gente che – angosciata – non sa iniziare la giornata senza leggere l’Oroscopo (per vedere cosa gli riserva il futuro), vedrà cadere tutte queste stelle fasulle per lasciar finalmente brillare l’unico vero Sole che sorge ad illuminare e scaldare il cuore dell’uomo! (cfr Lc 1,78)