Incredibile, ma vero!3ª Domenica di Pasqua (B)

Incredibile, ma vero!

Il cristiano è l’uomo della speranza, che fa spazio a Dio, sapendo che Lui sa rendere credibile l’incredibile|

At 3, 13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5; Lc 24,35-48

Il Gesù che appare più e più volte a Pasqua e nei giorni successivi non è più lo stesso di prima: è irriconoscibile.

La Maddalena l’aveva scambiato per il custode del giardino (cfr Gv 20,15), i due di Emmaus per un semplice viandante (cfr Lc 25,15-16).

Come mai non lo riconoscono? È proprio così diverso da prima, oppure sono i loro occhi ad essere annebbiati?

Tutte e due le cose, come si capisce dai racconti.

Ripiegati su di sé

Anzitutto è lo stato di dolore e prostrazione interiore dei discepoli ad ostacolare in loro ogni nuova esperienza di vita.

Sappiamo bene di che si tratta, perché anche noi – chi più, chi meno – siamo stati visitati e segnati più volte dall’ineluttabile esperienza del dolore e della morte.

In quei frangenti ci chiudiamo in noi stessi e ci impediamo di abbozzare anche solo un sorriso, quasi come se fosse segno di poco rispetto verso il dolore, nostro e degli altri.

La sofferenza copre ogni cosa, come quando – in una giornata estiva – pesanti e minacciosi nuvoloni arrivano ad oscurare il sole, tutto cambia colore, e un’aria gelida ci fa accapponare la pelle.

La Maddalena è chinata verso il sepolcro (luogo di morte), guarda verso il basso, e di Gesù vede solo i piedi; gli occhi dei due di Emmaus sono rivolti su se stessi, ripiegati nella propria delusione e amarezza.

Molto bella l’illustrazione di Arcabas nella chiesa della Resurrezione al Pitturello, e il commento a corredo del quadro in questione, che ripropongo qui:

Occhi incapaci di riconoscerlo

Un discepolo ha la mano sul capo: è il segno della fatica dei suoi ragionamenti. Si chiede il motivo della sconfitta del Maestro, ma non riesce a darsi delle risposte. L’altro ha le mani sul cuore: l’amore per Gesù non è morto con lui, ma sembra vacillare, non avere più un Tu a cui donarsi. Sono prigionieri del passato, di false attese, recitano a turno la litania del disinganno, sfogano il loro smarrimento. Nessuno dei due guarda Gesù: uno guarda per terra, mentre l’altro il compagno di viaggio; sono distratti da molti pensieri e quindi Gesù per loro è celato da una maschera, il suo corpo sembra quasi non avere forma.

Una vita nuova

Ma – soprattutto – non Lo riconoscono perché il Risorto ha qualcosa di totalmente nuovo.

Quello che appare ai discepoli non è una sorta di zombie uscito dalla tomba; di Lui non è semplicemente “rimasto indietro qualcosa” dopo la morte: Gesù non è una “reliquia”, non è una mummia imbalsamata da portare in giro in processione!

E non è nemmeno solo un ricordo fatto di nostalgia e sogni illusori, un’immaginazione collettiva: non è un fantasma!

Gesù è vivo. È Il Vivente! Il Suo corpo ora è nuovo, glorioso: Dio ha fatto di Lui una Creatura Nuova.

I discepoli faticano a riconoscerlo perché si trovano di fronte al progetto compiuto di Dio: la Vita Vivente, la fonte della Vita!

Il rischio di sostituire Dio col destino

Pochi giorni prima avevano dovuto accettare e interiorizzare l’idea di un Messia Crocifisso (cosa inconcepibile per la religione ebraica)… ora non hanno le forze per rialzarsi e aprirsi alla speranza.

Avevano vissuto la Passione e la morte del loro Maestro come una terribile disgrazia, un inaspettato “incidente di percorso”, non come volontà del Padre. E quindi ora sono convinti che tutto sia finito, che non ci sia più alcuna possibilità.

L’evangelista l’ha descritto molto bene pochi versetti sopra, proprio nella vicenda dei due di Emmaus:

«Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» (Lc 24,21).

Per scalzare questo senso di fatalismo rassegnato, Gesù deve entrare “a gamba tesa”:

«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,25-26)

«bisognava»: è un verbo che Gesù ripete per ben tre volte in questo capitolo (cfr Lc 24,7; 24,26; 24,44) per cercare di spiegare ai discepoli (e a noi oggi) che tutto era scritto nel Progetto misterioso di Dio, così come tre volte – prima della Sua Passione – li aveva avvertiti di quale fosse il suo destino (cfr Lc 9,22; Lc 9,44-45; Lc 18,31-33).

La sofferenza, il dolore e la morte sono esperienze che segnano profondamente il cammino di ogni essere umano, ma il credente è chiamato a viverle tenendo salda la speranza in Dio, altrimenti il rischio è veramente quello di perdere la fede, e il senso dell’esistenza.

Se nella prova smettiamo di guardare a Dio con fiducia, le possibilità sono solo due: convincerci che Dio non esista o che – se esiste – non si interessi affatto della nostra storia.

Così si sfilaccia il legame col Padre, e si rimane orfani.

«Non vi lascio orfani»

Per questo Gesù torna più e più volte dai suoi, insiste, li invita a rileggere la storia con fede, compresi i giorni della sofferenza e del dolore: anche quelli sono necessari nel misterioso disegno di Dio, preannunciato da secoli «nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».

Gesù apre la mente dei suoi per comprendere le Scritture e si presenta non solo come il Vivente, ma come il Crocifisso-Risorto (da notare il continuo mostrare le mani e i piedi, con le ferite della crocifissione).

Egli vede tutto lo smarrimento e la paura che la sua partenza ha gettato nel loro (e nel nostro) cuore, e vuole ripristinare la fede in Lui e il legame filiale col Padre Suo:

«Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,18-20).

Un fatto inaspettato e incredibile

A forza di “estromettere” Dio da molti ambiti della nostra vita, anche noi – come i discepoli – non riusciamo a credere, a capire come Egli possa davvero sconfiggere la morte, sovvertire le regole ferree della nostra razionalità.

E di fronte alla fatica di capire è la paura a fare da padrona, una paura che paralizza e rende increduli, perfino nei momenti di gioia:

«Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma… per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore».

Siamo anche noi sulla loro stessa barca, ammettiamolo: non siamo più disposti ad aprirci alla meraviglia.

Come quando qualcuno ci telefona a casa per darci una bella notizia: lo scetticismo ci porta immediatamente a pensare di trovarci vittime dell’ennesima burla…

Ma va bene così, perché la Risurrezione non è un fatto che fa parte delle nostre capacità intellettive razionali, e una fede che non fosse attraversata e messa alla prova dai dubbi, sarebbe non solo infantile, ma addirittura disonesta, e pericolosa.

È un cammino impegnativo quello che ci chiede di fare Gesù: non solo fidarci di Lui, ma credere a ciò che per noi è incredibile, lasciare spazio nel nostro cuore per ciò che la nostra mente non riesce a misurare.

Aprirsi alla buona notizia

Immersi come siamo nel grigiore di questo mondo siamo ormai abituati a credere subito e solo alle notizie di tragedia e catastrofe (spesso ingigantite a dismisura). Allo stesso tempo – invece – non siamo assolutamente più avvezzi né disposti a credere a notizie buone, che pur ci sono nel nostro quotidiano.

«Troppo bello per essere vero», ci viene da dire – sconsolati, e non crediamo più, a niente e a nessuno: quante belle esperienze di gioia ci precludiamo da soli, semplicemente per la paura di rimanere delusi!

Ma il cristiano non può vivere così, “col freno a mano tirato”, mettendo avanti sempre le “precauzioni” necessarie per evitare di prendere una cantonata.

Il cristiano deve essere l’uomo della speranza, aperto alla Buona Novella!

Fratelli, il mondo ha un senso e una direzione ben precisi! Dio ha un progetto di salvezza su ciascuno di noi:

«noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28).

Un cammino che non si può fare da soli

Dove e come possiamo fare spazio all’incredibile di Dio?

Nella Comunità: in mezzo a coloro – cioè – che hanno già fatto l’incontro del Risorto e cercano anche solo di “balbettarlo”.

Infatti, nel vangelo di oggi, è proprio mentre i due di Emmaus stanno snocciolando il loro racconto farfugliato e confuso dell’incontro col misterioso viandante, che Gesù in persona si rende presente in mezzo a loro.

Proprio là dove si cerca di dire il proprio incontro con Gesù Risorto, Egli stesso si rende presente.

Ed è vero, è proprio così: da duemila anni a questa parte, Cristo non si è servito di altro che dei racconti insicuri e segnati dal subbio e dalla paura dei Suoi discepoli, per diffondere la notizia della Sua Risurrezione.

Incredibile no? Ma vero! Così vero che migliaia e migliaia di persone ci hanno scommesso la loro stessa vita!

Per questo l’annuncio della Risurrezione non è solo credibile, ma degno di fede.

Ciò che rende credibile l’incredibile

«Di questo voi siete testimoni»

Così termina il brano evangelico: noi cristiani, in questo “tempo di mezzo” fra la Risurrezione e il ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi, siamo chiamati a testimoniare e realizzare la Sua presenza.

Noi che ora Lo intravediamo solamente, pieni dei nostri dubbi e delle nostre fatiche a credere, siamo chiamati a renderlo presente corporalmente, visibile, “toccabile”.

Come?

Di nuovo: facendo comunità, come ci dicono i vangeli di queste domeniche del Tempo Pasquale, perché «dove sono due o tre riuniti nel suo nome, lì è Lui, in mezzo a loro» (cfr Mt 18,20).

Dall’Eucaristia domestica…

Cerchiamo di rendere presente e visibile il Risorto anzitutto nelle nostre famiglie, facendo sì che la domenica sia davvero giorno a Lui dedicato, in cui si parla di Lui senza vergogna, Lo si lascia sedere a tavola con noi, si raccontano a Lui i nostri problemi e le nostre fatiche, come hanno fatto i due di Emmaus.

E apriamo il Vangelo, lasciamo che Lui ci parli e apra la nostra mente per comprendere le Scritture, come ha fatto allora e continua a fare coi suoi discepoli.

…all’Eucaristia liturgica

E dall’Eucaristia domestica andiamo con gioia all’Eucaristia vissuta in Comunità: facciamola bella, gioiosa, rispondendo con convinzione alle formule della Liturgia, cantando, muovendo le membra del nostro corpo, ricordandoci sempre che Cristo ormai non ha altro che le nostre mani, i nostri piedi, i nostri corpi per rendersi presente, vivo, visibile, “toccabile” ai nostri giorni.

Non lamentiamoci con nessun altro che con noi stessi se le nostre Messe sono “spente” e tristi… tocca a noi renderle vibranti e “abitate” dal Risorto.

Allora, anche altri discepoli si affacceranno ed entreranno nel nostro Cenacolo, e avranno voglia di raccontare il loro personale incontro col Risorto e condividerlo con noi.

Così è nata ed è cresciuta la Chiesa nei secoli. Così e solo così potrà continuare a vivere, nell’attesa del Suo ritorno.