La luce splende nelle tenebre. Natale del Signore 2021

Luce nelle tenebre

La luce che buca le tenebre del nostro cuore è la notizia gioiosa che Dio si è fatto uomo e nostro figlio, per farci tornare nuovamente ad essere Suoi figli|

Is 52,7-10; Sal 98; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18 (Messa del giorno)

Quante tragedie ho ascoltato in questi primi tre mesi a Sotto il Monte nelle tante ore trascorse in Confessionale! Quanti drammi, personali e famigliari!

Genitori ripudiati dai propri figli, madri disperate per aver perso tragicamente un figlio, persone “spezzate a metà” da chi aveva promesso di amarle per tutta la vita e – invece – le ha abbandonate e spogliate di ogni bene materiale e della loro dignità…

Quante volte mi sono sentito ripetere:

«mi sento prendere dallo sconforto, e non sento più la forza di credere, di lottare, di sperare…»

E ho toccato con mano come tutte queste sofferenze siano rese ancora più pesanti dall’essere vissute in una realtà che è profondamente superficiale, sterile ed egoista.

Un mondo di tenebre

Ascoltare un qualsiasi notiziario in questi giorni fa calare le tenebre nel cuore di ogni uomo: mamme che gettano i loro bimbi appena partoriti in un cassonetto, “uomini” che uccidono le loro compagne o “ex”, continue e tragiche morti sul lavoro, profughi annegati in mare, vittime di catastrofi naturali, di guerre…

Non da ultimo questa maledetta pandemia, che dopo quasi due anni che ci stiamo dicendo «presto ne saremo fuori», ci sta – invece – schiacciando nuovamente a suon di numeri spaventosi.

Le tenebre c’erano anche 2000 anni fa

Non era poi così diverso il mondo duemila anni fa: mancavano solo Internet e la TV a fare da enorme “cassa di risonanza”, ad informare in tempo reale delle continue tragedie personali e famigliari che anche allora segnavano l’umanità.

I Vangeli stessi (che dovrebbero essere “Buona Notizia”) ne sono testimoni, fin dalle prime pagine: la strage di bimbi innocenti operata da Erode (cfr Mt 2,16-18), le frequenti lapidazioni di presunte adultere per adempiere una legge iniqua (cfr Gv 8,3-5), l’eliminazione dei personaggi scomodi adducendo le scuse più assurde, come nel caso del Battista (cfr Mt 14,1-12) e – infine – di Gesù, l’odioso Rabbì di Galilea sobillatore dei poveri (cfr Mc 14,55-59).

È in un mondo così che Dio non ha avuto paura di venire ad abitare, di «farsi carne».

È in questo nostro mondo che ancor oggi non esita ad incarnarsi.

Parole, parole… e La Parola

Quante parole leggiamo e ascoltiamo ogni giorno… E quanto è difficile tra tutte queste parole riconoscere e intravedere La Parola: quella Parola, quel «Verbo», che è fin da principio.

L’evangelista Giovanni inizia il suo vangelo esattamente con le stesse due parole che aprono il Libro della Genesi e l’intera Bibbia: «In principio…»

Vuole chiaramente richiamare i giorni della Creazione, e farceli rileggere alla luce di Cristo:

Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste
.

Il «Verbo» è la Parola che uscì dalla bocca di Dio all’inizio dei tempi, quando – nella Sua immensa Bontà – Egli decise di creare ogni cosa.

È la Parola proferita – giorno dopo giorno – in quel «Dio disse…» (cfr Gen 1,3.6.9.11.14.20.24.26.28.29 e Gen 2,18) che diede inizio a tutto l’universo, creando in modo meraviglioso.

Una Parola potente, efficace:

Dio disse… e così avvenne (cfr Gen 1,7.9.11.15.24.30).

Sempre così, in modo mirabile e lineare.

La parola “fatale”

Sempre… fino alla sera di quel sesto giorno; fino a quel “fatale”

Dio disse: «Facciamo l’uomo…» (Gen 1,26).

Che creatura stupenda, l’uomo: così simile a Dio, così somigliante, perché così Dio l’aveva voluto, in tutto e per tutto uguale a sé (cfr Gen 1,26).

Quell’uomo – però – purtroppo fu così pieno di sé da interrompere – per la prima volta – la potente sequenza tra la Parola di Dio e la Creazione.

Da quel momento di pura e folle gelosia nei confronti del suo Creatore (cfr Gen 3,1-6) la Parola di Dio fa fatica a trovare spazio: da allora non è più

Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu (Gen 1,3)

ma:

la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1,5 – traduz. CEI 1974).

La ricerca angosciosa

Da quel giorno di profondo dolore in cui l’uomo si nascose nella sua povertà (cfr Gen 3,7-8), Dio continua a ripetere con angoscia:

«Adamo, dove sei?» (Gen 3,9).

Nei Salmi leggiamo di questo stato d’animo di Dio:

Il Signore dal cielo si china sugli uomini
per vedere se esista un saggio:
se c’è uno che cerchi Dio (Sal 14,2; cfr Sal 52,3).

Quante volte deve aver riprovato a lanciare questo grido disperato di Padre che chiama il figlio lontano di casa! (pensiamo a quanto questa immagine ricordi la parabola del figliol prodigo di Lc 15,11-32).

Stavolta le tenebre non hanno vinto

Ma nella notte del Natale si è aperto uno spiraglio di luce.

La nuova traduzione CEI 2008 (che usiamo nell’attuale Lezionario) ha rivisitato anche il versetto 5 del primo capitolo di Giovanni, riscrivendolo in modo più fedele al testo originale greco:

la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta
.

Quante volte (soprattutto in questi mesi di pandemia) ripetiamo «sembra di intravedere la luce in fondo al tunnel»?

Ebbene: per chi crede – da quella notte di Natale – la «luce vera, quella che illumina ogni uomo» si vede chiaramente! E nessuno la può più far regredire!

La ricerca è terminata

Finalmente la ricerca è terminata! Dio ha chiesto: «Ho bisogno di una madre per nascere al mondo» e ha trovato Maria, a rispondergli prontamente:

«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».

Dio ha chiesto: «Ho bisogno di un uomo buono e giusto che mi faccia da padre e mi protegga» e ha trovato Giuseppe, pronto e obbediente, ad accoglierlo nella sua casa, con annessa bottega da falegname (cfr Mt 1,24).

Dopo secoli e secoli di ricerche, finalmente una porta aperta! Dopo tanto vagare, finalmente una casa dove abitare!

E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi.

Dio ha ritrovato Suo Figlio

La forza inesauribile della Parola creatrice di Dio ha nuovamente trovato “materia” docile da plasmare. Come un vasaio sapiente fa con l’argilla (cfr Ger 18,1-6), Dio ha nuovamente trovato anime docili alla Sua Parola.

Alla creta indurita e recalcitrante di Adamo, si è sostituita la tenerezza del grembo di Maria, e così Dio ha trovato di nuovo la possibilità di diventare carne, come nei giorni della Creazione.

Non solo: Dio ha finalmente ritrovato Adamo, il Suo figlio che si era perduto:

un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.

Così cantava Isaia – pieno di speranza – centinaia di anni prima (Is 9,5: è il brano che abbiamo ascoltato nella prima lettura questa notte).

Questo figlio ora non si chiama più Adamo (“terra”), ma si chiama «Emmanuele»: il «Dio con noi» (cfr Mt 1,23).

Dio si è fatto nostro figlio

Poiché il primo uomo aveva rifiutato di essere “figlio di Dio”, Dio si è fatto «Figlio dell’Uomo».

Poiché noi non avevamo capito di essere già come Lui, «a sua immagine e somiglianza» (e credevamo di poter essere “più di Lui”, impadronendoci della conoscenza del bene e del male), Dio si è fatto come noi.

E l’ha fatto pur sapendo che questo Gli sarebbe costato caro, molto caro, fin dall’inizio. Nel vangelo della Messa della notte di Natale – infatti – l’evangelista Luca ci testimonia che:

[Maria] diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

E così oggi Giovanni – in modo molto più teologico – gli fa eco:

Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
…eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.

Dio non stanca di noi

Ma il nostro è un Dio che non si spaventa della cattiveria, delle nostre grettezze, delle nostre porte chiuse. Non ha paura di essere rifiutato, di venir addirittura perseguitato a morte dai suoi, proprio per il suo essersi fatto «Figlio di Dio» (cfr Gv 10,31-36) e «Figlio dell’uomo».

Per questo Dio non si stanca di nascere e rinascere nella nostra storia. Scriveva – infatti – il poeta indiano Tagore:

Ogni bambino che nasce ci ricorda che Dio non è ancora stanco degli uomini.

Fin da quell’«In principio», Dio non si dà per vinto, e continua ad emettere il Suo «Verbo», la Sua Parola. È una parola che chiama, come la voce degli angeli ai pastori, invitati ad andare verso la mangiatoia di Betlemme.

Fin dal primo «Adamo, dove sei?» il nostro Dio non fa altro che chiamare l’uomo e cercare accoglienza, passando di porta in porta, come fecero Maria e Giuseppe quella notte:

Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20).

Tornare ad essere figli di Dio

Quella del Signore che bussa alla porta è un’immagine stupenda dell’Apocalisse, scritta dallo stesso evangelista Giovanni, che oggi – nel Prologo del suo vangelo – ci dice:

a quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio.

Questa è la buona notizia (il Vangelo) del Natale: qualcuno ha aperto la porta a Dio, l’ha accolto, e Dio è nato, facendosi uomo!

E la seconda bella notizia è che – anche oggi – a chi lo accoglie, Dio dà la grazia di tornare ad essere figlio Suo, di ricostruire quell’«immagine e somiglianza» a Dio che in Adamo si era perduta!

Non vi sarà più notte

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Oggi siamo invitati a contemplare questo mistero, questa “gloria”, questa luce che buca le tenebre del nostro mondo.

Anche noi possiamo gioire oggi, e in ogni nostra “notte”… perché, come canta Giovanni nell’Apocalisse:

Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli» (Ap 22,5).