La si può solo amare. Santissima Trinità (C)

Dio lo si può solo amare
Commento alle letture di domenica 12 giugno 2022

Non si può capire Dio nel Suo mistero: lo si può soltanto amare. Non c’è teologia che non sia – anzitutto e prima di tutto – poesia d’amore.

Letture: Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15

Che Dio sia un mistero non c’è bisogno che venga a dirvelo io: lo sapete da soli.

Ma è sempre bene ricordarcelo a vicenda, contro tutte le “semplificazioni” di chi crede di poterlo descrivere o spiegare, di chi lo predica come se ne fosse esperto, quando addirittura non si atteggiasse ad esserne lui stesso l’artefice e l’inventore.

E magari, proprio noi preti siamo i primi “saputelli” a rischiare di cadere in questa tentazione.

Dio è (e rimarrà sempre) il “Totalmente Altro”, l’insondabile… e se qualcosa sappiamo di Lui è solo perché Lui stesso ci si è rivelato e fatto conoscere.

Piedi per terra e occhi al cielo

La festa solenne della Santissima Trinità è qui proprio per  riportarci “coi piedi per terra” – nel caso ce ne fosse bisogno – e ricordarci quanto siamo piccoli di fronte ad un mistero così insondabile. 

Però, come vi dicevo nella riflessione di tre anni fa, quello di Dio non è un mistero che spaventa o allontana, ma desidera attrarci, e renderci totalmente partecipi di Sé. 

Allora è bello fermarci ancora una volta a condividere assieme la contemplazione di questo mistero, come quando si esce sotto un cielo stellato per ammirare l’immensità dell’universo, come ha fatto l’autore del Salmo 8 che preghiamo nella Liturgia di oggi

Contemplazione e poesia

Di un mistero così si può parlare solo in modo stupito e meravigliato, usando un linguaggio poetico, non certo scientifico.

Vi immaginate se un ragazzo portasse la sua fidanzata sotto un cielo trapuntato di stelle e – invece di rimanere abbracciato a lei in silenzio contemplativo – si mettesse a parlarle di anni luce, buchi neri, materia e antimateria, particelle cosmiche etc., con aria da professore? 

Vale lo stesso davanti al mistero infinito di Dio: e credo che – soprattutto in occasioni come questa – si possa facilmente verificare se chi vi sta parlando è semplicemente uno studioso o un innamorato. 

Non studiare ma amare

Di Dio si può anche parlare in modo teorico, scrivendo migliaia di pagine di trattati filosofici e teologici, ma non Gli si farebbe un gran servizio…

In tutte le discipline scolastiche, i professori migliori sono quelli che amano a tal punto la loro materia, da non fartela temere, ma amare (ricordo perfettamente gli occhi gonfi di lacrime della mia ex professoressa di arte quando la incontrai il giorno dopo l’attentato che danneggiò pesantemente la Galleria degli Uffizi di Firenze, come se le opere d’arte rovinate o distrutte dall’esplosione fossero suoi figli).

Allo stesso modo, un vero teologo non può che essere anzitutto un vero “teofilo”, ovvero un innamorato di Dio. 

Non è un caso che il più grande teologo di tutti i tempi – san Tommaso d’Aquino – sia stato chiamato il Dottore Angelico, perché la sua Summa Theologiae e tutte le sue opere – per quando dense di argomentazioni filosoficamente e teoreticamente ineccepibili – erano anzitutto frutto di un amore infinito per Dio.

Alla scuola di chi ama di più

Perciò anche noi – se vogliamo entrare nel mistero di Dio – non abbiamo altra via che lasciarci introdurre e “istruire” dal “professore” che lo ama più di tutti, quel Maestro interiore di cui abbiamo parlato la scorsa settimana.

Ecco il senso delle parole ascoltate da Gesù nel vangelo di oggi:

«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità».

La Verità (intesa come Dio nella Sua essenza) non è una materia scolastica, non la si può studiare sui libri: per conoscerla ci si può solo far accompagnare ad Essa, tenendoci per mano con Colui che ne è parte integrante.

La conoscenza della fede

La «capacità di portarne il peso» di cui parla Gesù non allude certo alla mole dei volumi da leggere, quanto alla “robustezza” della nostra fede, necessaria a conoscere Dio nel Suo essere Amore infinito.

Lo Spirito Santo attinge alla ricchezza stessa di Dio e ce la annuncia («prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà»).

E – nel farlo – ci dona anche le “chiavi di lettura” necessarie a poterla comprendere: sono i doni che abbiamo invocato assieme all’effusione dello Spirito Santo il giorno di Pentecoste, e che in questo sabato e domenica il Vescovo invocherà sui Cresimandi delle nostre due comunità Parrocchiali.

Tre – in particolare – sono quelli di cui necessitiamo per accrescere la conoscenza della nostra fede:

La Sapienza

Sapienza viene dal latino sàpere, che significa “avere sapore”, essere saporiti.

La nostra vita senza lo Spirito Santo non sa di niente. Se invece accogliamo lo Spirito, essa porterà agli altri il buon «profumo di Cristo» (cfr 2Cor 2,15), per rendere buona anche la vita di tutti quelli che incontriamo.

L’Intelletto

Intelletto in latino significa “leggere dentro”, “andare in profondità”.

Questo dono rende il nostro sguardo capace di andare oltre la superficie, al di là dell’apparenza, per scoprire ciò che vale e che spesso rimane invisibile.

Lo Spirito ci aiuta ad andare in profondità nel nostro rapporto con Dio, per conoscerlo sempre di più.

La Scienza

Non quella degli scienziati: non è possedere tutto lo scibile umano, ma coltivare la capacità di conoscere il perché delle cose, ciò che ha valore e ciò che non ne ha.

È un capire non finalizzato a se stesso, ma ad accorgerci dei bisogni degli altri e soccorrerli, come Gesù, che sapeva leggere nel cuore delle persone, scrutando i loro sentimenti più profondi.

La vera scienza non può fare a meno del libro dei libri: il Vangelo. Infatti l’unica conoscenza che vale la pena avere è quella di Cristo, come diceva san Paolo:

«Io ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura» (Fil 3,8).

Le cose future

C’è un’ultima cosa da chiarire nella promessa ascoltata oggi da Gesù:

«lo Spirito della verità… vi annuncerà le cose future».

Non si tratta di diventare maghi, indovini o veggenti, ma profeti.

Qual è la differenza?

L’indovino cerca di prevedere il futuro per scacciare la paura che l’ignoto suscita nel cuore dell’uomo, ma spesso con l’effetto di aumentarla e tramutarla in angoscia.

Il profeta aiuta a leggere il futuro (che rimane comunque indisponibile all’uomo) come qualcosa che è nelle mani di Dio, e di cui – quindi – ci si può fidare senza paura.

In particolare, «le cose future» di cui parla Gesù non sono altro che la vita stessa in Dio, per l’eternità.

Amare il futuro invece di temerlo

In questo – a mio umile avviso – sta la “prova del nove” della nostra fede, per verificare se davvero abbiamo “capito” qualcosa di Dio e se siamo incamminati nella Sua conoscenza:

che rapporto abbiamo col pensiero della vita futura?

La temiamo o la desideriamo?

È qui che si gioca la verità del nostro rapporto con Dio.

Se al pensiero della vita eterna il nostro cuore si riempie di pensieri angosciosi, allora significa che siamo ancora lontani dal conoscere veramente Dio.

Se invece il pensiero dell’eternità ci attira e addolcisce il nostro cuore, è segno che lo Spirito Santo sta lavorando in noi, aiutandoci a «portare il peso delle cose future».

Una fede ben riposta

Non è una fiducia basata sul nulla, ma sulla Parola sincera di Gesù:

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,1-3).

«Preferisco il Paradiso»

Ecco perché l’apostolo Paolo parlava con tanto trasporto del suo desiderio del cielo:

«siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2Cor 5,8)

«Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,26).

Ciò non significa “squalificare” questa vita, o vivere con la testa tra le nuvole, ma in una continua tensione verso il cielo, che rende l’esistenza cristiana carica di speranze e frutti:

«Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a tutti voi per il progresso e la gioia della vostra fede» (Fil 1,23-25).

Per lo stesso motivo parlavano così i grandi santi; come pare abbia più volte detto il mio amatissimo beniamino San Filippo Neri: «preferisco il Paradiso».

Da parte mia, sento davvero questi identici sentimenti nel mio cuore…

Impariamo ad amare Dio

Giunto al termine di questa mia riflessione, non posso che rivelarvi il mio personale segreto: si impara ad Amare e conoscere Dio da chi l’ha conosciuto e amato profondamente.

Oltre alla Sacra Scrittura, abbiamo la vita dei Santi (e il mio preferito ve l’ho citato poco fa), ma se siete letterati e preferite farvi “sciogliere il cuore” dalla poesia, potete attingere a una sterminata produzione di poeti cristiani, e usare le loro parole stupende, come quelle del Divino Cantore:

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle
sì come rota ch’igualmente è mossa
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso XXXIII, 145)

(per una spiegazione di questa celeberrima terzina, potete leggere questo bell’articolo di Serena Di Battista).

Di te vorrei non tacere mai

Quando l’amore per Dio arriva a questi livelli, pur rimanendo la Sua essenza un mistero insondabile, non solo non si fa fatica a parlarne, ma non se ne vorrebbe più tacere…

Spero che il mio dilungarmi nelle omelie non sia logorroicità, ma rifletta già un po’ di questo amore che non vuol più tacere del suo Amato.

E per finire, vi faccio ascoltare un canto vecchissimo ma che amo molto perché dice proprio di questo non poter più tacere l’amore di Dio che invade il cuore:

(don Pierangelo Sequeri, Di Te vorrei)