L’ascolto è la porta dell’Amore. 31ª Domenica del Tempo Ordinario (B)

L'ascolto è la porta dell'Amore

Il primo comandamento non è l’amore, ma l’ascolto: questa è la “porta” per far entrare Dio e gli altri dentro di noi, la condizione fondamentale per amarli |

Dt 6,2-6; Sal 17; Eb 7,23-28.18; Mc 12,28-34

Mi sono sempre chiesto cosa avesse trovato Gesù di così “saggio” nella risposta dello scriba che l’aveva interrogato… in fondo non aveva fatto altro che ripetere pari pari la risposta del Maestro alla sua stessa domanda!

Eppure, oggi mi viene da pensare che già il non contraddire Dio è una gran cosa.

Anzi: l’essere d’accordo con Dio è qualcosa di sempre più raro!

Credete che esageri? Continuate a leggermi.

Non contraddire Dio è già una gran cosa

Nelle ore passate in confessionale, oltre alle tante belle anime che sono in sincera ricerca di Dio, mi si presentano diversi saccenti “maestri”, che hanno la pretesa di saperla più lunga del Signore.

Gente che inizia col solito ritornello «io peccati non ne ho: rubare non ho rubato, uccidere non ho ucciso…», e che – davanti ad alcune frasi del Vangelo che provo a ricordare loro per aiutarli a riflettere – ribattono subito con obiezioni del tipo «ma il vangelo va letto in modo moderno… va interpretato, mica preso alla lettera!»

Anche e soprattutto quando cerco di guidare chi inizia col solito e laconico «padre, mi aiuti lei, perché io non so cosa dire», proprio partendo dalla pagina di vangelo di oggi.

Molti si chiudono all’ascolto, in un atteggiamento di totale rifiuto e ostinazione.

Molti – addirittura – azzardano “insegnamenti” sul fatto che anche Gesù – dopo tutto – fosse un uomo, e quindi interpretasse le cose come la gente del Suo tempo, ma oggi direbbe senz’altro cose diverse.

Gente che si prende la libertà di dire che tutti gli indemoniati guariti da Gesù non erano altro che malati psichici… che allora (come fino a non molti anni fa) si vedeva il male ovunque, anche dove non c’era.

Gente che mi dice «ma, in fondo in fondo, il Diavolo non esiste: è solo un’idea che ci facciamo noi per giustificare le nostre cattiverie».

Il “vangelo secondo me”

Addirittura, in questi giorni, ho avuto un’accesa discussione su facebook con una persona che affermava che

Gesù usasse delle metafore per farsi comprendere… è tipico della sua predicazione così come è un’espediente letterario che si incontra spessissimo nelle sacre scritture. Direi però che Gesù faccia un’esperienza interiore del male, da solo, nel deserto che anch’esso è ovviamente una metafora, metafora della solitudine, vista come condizione di debolezza rispetto alle umane tentazioni. Non c’è alcun diavolo fuori da noi. Non c’è perché ce n’è alcun bisogno, riusciamo infatti benissimo da soli ad essere cattivi, crudeli, egoisti… però dare la colpa al diavolo è estremamente comodo da mille punti di vista.

Capite che avere le proprie opinioni è legittimo, ma leggere e interpretare il Vangelo a proprio piacimento è davvero troppo! Dire che Gesù si è “immaginato” il Diavolo, quando invece ne ha parlato in lungo e in largo e ne ha messo seriamente in guardia (cfr Gv 8,44), mi pare qualcosa che non sta in cielo né in terra! Almeno per chi si dice “credente”.

Viviamo in una società relativista, individualista, in cui nessuno (fosse anche un dio) può permettersi di venire ad insegnarti cosa è giusto e cosa non lo è.

Ognuno ha “in tasca” la sua propria verità; ognuno è “vangelo” a se stesso!

La difficoltà di mettersi in ascolto

Tutta questa saccenteria nasce dall’incapacità di ascoltare, di mettersi in ascolto e accoglienza di quello che l’altro ha da dirmi: non solo Dio, ma anche i fratelli.

Quante volte si discute animatamente, si alza la voce (a volte si arriva alle mani), solo perché si resta fermi e irremovibili sulle proprie posizioni e idee, senza nemmeno fare lo sforzo di ascoltare quelle degli altri?

Così avviene – sempre più spesso – nelle nostre famiglie, che ormai hanno come modello di espressione i talk show televisivi, dove è impossibile sentire alcunché se non le urla del tal o tal altro personaggio (politici soprattutto).

Se non sappiamo metterci in ascolto di Dio è perché nemmeno sappiamo ascoltarci gli uni gli altri.

E forse – questa è la ragione ancora più profonda e recondita – non siamo disposti ad ascoltare nemmeno noi stessi: quella parte intima e profonda del nostro essere che cerca di farci riflettere e guardarci dentro.

Si urla per non sentire la voce interiore dell0 Spirito che cerca di parlarci e suggerirci dove sta la Verità.

La tentazione di “inscatolare” Dio

Lo scriba che si avvicina a porre la domanda a Gesù non è un “attaccabrighe”, venuto per metterlo alla prova (come invece appare nel vangelo di Matteo – cfr Mt 22,34-35), ma un sincero ricercatore della verità, che è disposto a mettersi in ascolto di Gesù, perché già lo stava ascoltando mentre parlava con i Sadducei (cfr Mc 12,18-27):

Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

È uno che vuole capire, mettersi in confronto, che non si accontenta di quello che sa già, di ciò che ha studiato per anni, delle sterili discussioni che da sempre i dottori della Legge facevano tra loro per definire e stilare una “classifica ufficiale” dei Comandamenti di Dio (che poi non erano le Dieci Grandi Parole ricevute da Mosè sul Sinai, ma ben 613 regole, regoline e regolette inventate ad arte per essere sicuri di “essere a posto con Dio”).

È un uomo che non si accontenta di un “Dio preconfezionato”, “inscatolato” in una o più definizioni precise e inappellabili, ma uno che desidera incontrare Dio per quello che è veramente: Libertà Infinita e Assoluta, Amore immenso e sconfinato.

La porta dell’Amore è l’ascolto

Gesù non si “inventa” delle risposte nuove, infatti, come ha più volte ripetuto:

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).

La risposta di Gesù era lo «Shemà Israel», la preghiera che ogni pio israelita (e quindi anche Lui e i Suoi discepoli) ripeteva tre volte al giorno, e che abbiamo ascoltato nella prima lettura:

«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore».

Se ci facciamo caso, in questo testo, l’unico verbo all’imperativo è «Ascolta»: è quindi questo il primo comandamento (invece la richiesta dell’amore è al futuro: «amerai»).

È impossibile amare qualcuno se non lo si conosce, ed è impossibile conoscere qualcuno se non ci si è messi in paziente ascolto di quella persona.

Quante volte – di una persona che dovrebbe amarci (la moglie, il marito, i figli…) – diciamo, disperati, «non mi ascolta!»

Lo diciamo con amarezza perché sentiamo venire meno l’amore, che è “figlio” e conseguenza dell’ascolto.

Le nostre orecchie (assieme agli occhi) sono “la porta” del nostro cuore: a seconda di quello che ascoltiamo, noi facciamo entrare nel cuore quello che poi lo spinge, ad amare o ad odiare.

Se ascoltiamo parole buone ci disponiamo alla bontà; se ascoltiamo cose cattive, false, faziose… ci orientiamo alla malvagità.

Ascolto di che?

Cos’è che dobbiamo ascoltare? Quello che Dio è per noi. Quello che Egli ha fatto e continua a fare per noi, ogni giorno.

Come dicevo già in un’omelia mesi fa, i Dieci Comandamenti non iniziano immediatamente con un «fai questo, non fare quest’altro…», ma col racconto di tutto quello che Dio ha già fatto per noi:

«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile…» (Es 20,1).

Dio è Colui che ti ama a tal punto da averti salvato, prima ancora che tu potessi far qualcosa per Lui, o darGli qualche cosa in cambio!

Solo se ci rendiamo conto di questo Amore infinito e immeritato, che ci ha preceduto e ci precede da sempre, possiamo capire la ragione (e la richiesta) di un Amore così totale e incondizionato verso di Lui.

Per questo invito tutti (non solo i bambini) ad iniziare la Confessione con il ringraziamento (invitando a trovare almeno un motivo per dire “Grazie!” al Signore per qualcosa che è successa dall’ultima Confessione): se non abbiamo capito che Dio ci Ama da sempre, non possiamo capire che il peccato è un “non ascolto”, una “non presa di coscienza” del Suo Amore.

Come si fa ad amare Dio e il prossimo assieme?

L’aggiunta di Gesù al primo comandamento (quello riguardante l’amore verso il prossimo) sembra una contraddizione.

Verrebbe – infatti – da chiedersi: come si possono amare anche le altre persone, se l’amore dovuto a Dio deve essere «con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza»?

Cos’altro ti resta per amare? Non rimane più nulla!

Anche «amerai il tuo prossimo come te stesso» non sono parole “nuove”, inventate da Gesù, ma erano presenti già all’inizio della Sacra Scrittura, nel libro del Levitico (cfr Lv 19,18).

Ciò che è nuovo nell’insegnamento di Gesù è la maniera unica di far coincidere i due comandamenti, così che non siano più due – in contrapposizione l’uno con l’altro – ma l’uno la realizzazione dell’altro, come dirà san Giovanni nella sua prima lettera:

«Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).

Gesù insegna che Dio abita dentro ciascuno di noi, e amarci gli uni gli altri è Amare Lui:

il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Non è forse vero – anche solo da un punto di vista umano – che i figli rendono felici (e fanno sentire amati) i loro genitori quando si vogliono bene tra di loro e – viceversa – li amareggiano quando litigano?

Amore di Dio e amore per il prossimo sono inseparabili, sono le “due facce della stessa medaglia”.

L’ascolto che avvicina

Lo sforzo di comprensione dello scriba che ha interrogato Gesù non è affatto piccolo (e non solo rispetto agli altri scribi e dottori faziosi): lui ha ascoltato veramente il Maestro, a tal punto da sentirsi dire:

«Non sei lontano dal regno di Dio».

Ma perché è ancora (e solo) «non lontano dal regno di Dio?»

Cosa gli manca per avvicinarsi ancora di più ed entrare del tutto nel Regno?

Per entrare nel Regno occorre riconoscere Gesù come Dio, e per fare questo “salto” occorre una disposizione del cuore tutta particolare, caratterizzata da un ascolto paziente e fattivo. San Giacomo ci direbbe:

Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi (Gc 1,22).

Occorre riconoscere che quelle di Gesù non sono soltanto “belle parole”, affascinanti, che ammaliano…

Occorre riconoscere che la Parola è Gesù, che Egli stesso è l’oggetto dell’ascolto (e quindi dell’Amore).

L’ascolto paziente e obbediente della Parola fa sì che si riconosca Gesù come il Verbo incarnato (cfr Gv 1,14).

È appunto l’atteggiamento diametralmente opposto a quello che citavo in apertura alla mia riflessione, riguardo a chi si permette di “interpretare” non solo il vangelo, ma le parole stesse di Gesù (e Gesù stesso nel Suo essere).

Un ascolto obbediente

Per Amare Dio e il prossimo ci è richiesto un ascolto della Parola che diventa fattivo, obbediente.

“Obbedire” (in latino ob-audire) ha una forte attinenza con l’ascolto, significa mettersi al servizio di ciò che si è sentito:

«Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21).

Il primo passo verso l’amore vero è l’ascolto: quante volte diciamo (non solo a Dio, ma anche agli altri, ai nostri cari) «Stai zitto, tanto lo so già cosa vuoi dire!»?

Solo quando impariamo ad ascoltare sappiamo accogliere l’altro nel nostro cuore, nel nostro mondo. Come potremo amare chi non abbiamo mai fatto entrare nella “casa” del nostro cuore?

Chiediamo al Signore il dono del saper ascoltare con pazienza e disponibilità la Sua Parola, a sentirla come nutrimento per la nostra vita, per giungere a dare in totalità la nostra esistenza a Dio attraverso l’amore concreto per i fratelli.