6a Domenica di Pasqua

At 15,1-2.22-29; Sal 66; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

Mi ha sempre colpito questa espressione contenuta nella lettera che la Chiesa di Gerusalemme invia a quella di Antiochia per le mani di Giuda, Sila, Barnaba e Paolo come riassunto del primo “Concilio” della storia: «È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi…».

Il libro degli Atti è permeato dalla presenza dello Spirito Santo (una breve ricerca testuale mi conferma che l’espressione “Spirito Santo” ricorre ben 40 volte) e – dal capitolo 13 in avanti – comincia a non essere più solo “oggetto” donato da Gesù e dal Padre, ma “soggetto” attivo della Missione della Chiesa.

Troviamo infatti espressioni come «lo Spirito Santo disse: “Riservate per me Bàrnaba e Saulo”…» (At 13,4), «lo Spirito Santo aveva impedito loro di…» (At 16,6) .

Lo Spirito è comunione di Amore

Nell’omelia alla Casa Pontificia della Prima Domenica di Avvento del 2016, Padre Raniero Cantalamessa, affermava così:

Lo Spirito Santo non è un parente povero nella Trinità, tantomeno un semplice “modo di agire di Dio” o, come pensavano gli stoici, “una energia o un fluido che pervade l’universo”. Non è neppure la “terza persona singolare” della Trinità, quanto piuttosto “la prima persona plurale”; l’amore, come diceva Sant’Agostino, che tiene uniti “il Padre che ama” e “il Figlio l’amato”.

Mi piace sentirmi dire che la Chiesa è questo: una comunione di Amore tra noi e la Trinità, tenuta viva da questa “prima persona plurale” (lo Spirito Santo) che è la comunione tra il Padre che ama e il Figlio, l’Amato.

Una comunione che Gesù ha invocato, desiderato e pregato intensamente nella sua grande preghiera sacerdotale (cfr il capitolo 17 del Vangelo di Giovanni):

«perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv 17,21-23).

Una preghiera che diventa promessa, nel brano di vangelo di oggi:

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23)

Una promessa compiuta

«lo Spirito Santo e noi»… Ecco, credo che non esista conferma più forte e chiara che la promessa di Gesù si sia davvero compiuta, e possa continuare a compiersi anche nella Chiesa di oggi, come in quella dell’epoca di Paolo, Barnaba, Giuda e Sila, e tutta la grande Assemblea degli apostoli e anziani di Gerusalemme.

Anche allora ci si trovava davanti ad un forte momento di crisi: il libro degli Atti ci attesta che – di fronte al problema di quali condizioni porre ai pagani per accedere alla Chiesa – la discussione fu animata e accesa (cfr At 15,2a e At 15,7a).

Eppure, nonostante la “spinosità” dell’argomento e le tante opinioni da comporre, la Chiesa riesce a trovare un accordo, che non è semplice compromesso. È una concordia che nasce proprio dal ricordo della Parola ascoltata da Gesù, e dalla rilettura del proprio cammino di fede (cfr i versetti 7-11, non inclusi nel brano della liturgia di oggi).

Concordia, non compromesso

La concordia nella Chiesa non è compromesso: è frutto della pace donata da Gesù, una pace che non ha nulla a vedere con la pace “del mondo”:

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27)

Noi pensiamo di saper costruire la pace eliminando le ragioni del conflitto o – peggio – eliminando gli attori del conflitto. Nel migliore dei casi, infatti, si fa un compromesso: ognuno rinuncia ad un pezzo delle proprie idee.

Nel peggiore dei casi, invece, il più forte (quello che ha vinto la guerra) impone le sue idee su tutti gli altri, che le devono accettare in silenzio e con rassegnazione.

Solo a Gesù riesce di “mettere assieme tutti”, senza escludere nessuno, Lui che è misericordioso come il Padre, che è «una cosa sola con Lui» (Gv 10,30), e quindi «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). La pace di Cristo è inclusiva, non esclusiva: non taglia fuori nessuno.

La pace è il primo dono del Risorto ai discepoli impauriti (cfr Gv 20,19). Loro che pensavano di essere la delusione del loro Maestro (per averlo rinnegato, tradito, abbandonato) si scoprono invece ancora cercati e amati da Lui.

La pace vera

Questa è la ragione della pace: Dio mi ama anche quando non la penso come Lui, anche quando mi oppongo a Lui, anzi, forse proprio di più in quel preciso momento nel quale Lo rinnego e Lo abbandono!

Ecco perché questa pace è profonda, salda, irremovibile. Nessuno ce la può togliere (se non noi stessi), perché non viene da noi.

È la pace del cuore, dono di Cristo e del suo Spirito Paràclito che ci abita, fiamma da alimentare continuamente alla fiamma del Risorto. Questa pace ci aiuta ad affrontare le nostre paure, a «non avere il cuore turbato», perché ormai sicuro che «nulla ci potrà mai separare dall’Amore di Cristo» (cfr Rom 8,31-37).

È questo il dono che voglio augurare di cuore ai 37 ragazzi della nostra Unità Pastorale che domani riceveranno in abbondanza il dono di questo «Ospite dolce dell’anima» nel Sacramento della Confermazione.

Un dono per la vita concreta

È questo che voglio augurare anche a tutti i cristiani per domani, nell’importante appuntamento di partecipazione civica che sono le Elezioni Europee (e, per noi Valbrembillesi, anche amministrative).

Credo che nessun Vescovo (nemmeno il Papa) debba suggerire ai fedeli cosa votare… ma di sicuro, che prima di recarsi alle urne si mettano nello stesso atteggiamento della Chiesa di Gerusalemme, e invochino dentro di sé lo Spirito Santo, che ci spinge a cercare non la divisione e il litigio, ma l’unità e un profondo amore per tutti gli uomini, anche quelli che ci ostiniamo a chiamare “nemici” (ma che Dio si ostina ad amare).