Solennità di Pentecoste

Gen 11,1-9; Salmo 33; Rom 8,22-27; Gv 7,37-39 (Messa della vigilia)
At 2,1-11; Salmo 104; Rom 8,8-17; Gv 20,19-23 (Messa del giorno)

Uno dei “titoli” più famosi dello Spirito Santo è Paràclito. Il significato di questo termine, preso in prestito dal linguaggio giuridico è molto denso. E credo che uno dei testi che più esprime questa densità sia proprio la seconda lettura della vigilia di questa solennità. È un brano al quale sono molto affezionato, perché dice tanto dei sentimenti che spesso albergano nel mio intimo:

«Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati… Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio».

Chi più, chi meno, l’uomo porta dentro di sé una grande tensione irrisolvibile, un senso di vuoto che mai riesce a colmare. Bellissima è la sintesi di questo stato d’animo permanente che ne ha fatto Sant’Agostino all’inizio della sua autobiografia:

«Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te». (S.Agostino, Confessioni 1,1)

L’origine di questo positivo perenne “stato d’ansia” che abita il cuore dell’uomo è la tensione tra un “già” e un “non ancora”: lo sperimentare chiaramente la presenza viva di Dio nel mondo e dentro di sé, già ora, ma la coscienza di non possederlo ancora pienamente, a causa del peccato – suo e del mondo – che prolunga l’attesa della piena realizzazione del disegno di Dio e della venuta definitiva del Suo Regno.

In preda a questa debolezza che lo sfinisce, l’uomo rischia di perdersi, di scoraggiarsi irrimediabilmente, perché si rende conto di non essere nemmeno capace di pregare, di non saper nemmeno cosa sia conveniente chiedere a Dio, o – peggio – di non essere nemmeno più degno di rivolgersi al Padre come figlio, a causa del proprio peccato. Quante volte ho ascoltato questa confidenza durante il mio ministero in confessionale… e quante volte io stesso mi sento così! È per questo che Gesù e il Padre hanno deciso di farci dono dello Spirito Santo. Quando i discepoli erano scoraggiati per i loro fallimenti o erano presi dalle preoccupazioni del mondo, avevano vicino il primo grande Paràclito: Gesù stesso! Lui che non solo li istruiva, li ammoniva, li rimproverava… ma sapeva anche rincuorarli con parole dolcissime («Non temere, piccolo gregge…»). Ma – tornandosene il al Padre – Gesù sapeva bene che l’uomo si sarebbe di nuovo abbattuto nell’esperienza della sua miseria, perciò si è rivolto ai suoi con queste rassicurazioni:

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me… e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,1.16)

Ecco, la solennità di oggi sta a ricordarci che Gesù ha mantenuto e continua a mantenere la sua promessa («non vi lascerò orfani»): manda lo Spirito Santo in nostro aiuto, perché soccorra la nostra debolezza. Il nostro compito allora, avendo ricevuto in dono «le primizie dello Spirito», è di lasciare che Questi possa esprimersi in noi con i suoi «gemiti inesprimibili».

Quante volte, nella nostra società individualista ci si consiglia a vicenda con le parole «ascolta il tuo cuore!», e si intende semplicemente e beceramente «ascolta solo te stesso!». Ma a forza di ascoltare solo noi stessi l’unico esito possibile è sprofondare nel proprio ombelico e morire di asfissìa! Per questo l’uomo si sente sempre più solo. E se anche il cristiano segue questo consiglio egoistico, la sua preghiera non sarà più un dialogo col Padre, ma un monologo sterile, come quello del fariseo davanti all’altare (cfr Lc 18,9-14).

Se vogliamo che le nostre ansie e paure si trasformino nella positiva tensione verso la pienezza della Comunione con Dio dobbiamo imparare a lasciar pregare lo Spirito Santo in noi, e ad ascoltarlo quando prega, per cercare di intuire e decifrare quei «gemiti inesprimibili» con i quali Egli intercede per noi. Recuperiamo il valore e la dimensione della preghiera silenziosa, della contemplazione. Troviamo momenti di “deserto” nella nostra vita, per stare soli, non con noi stessi, ma con Dio, abitàti dal Suo Spirito.

Coltivando questa famigliarità con lo Spirito Santo, lo sentiremo come nostro avvocato difensore quando siamo attaccati da ogni parte (dall’esterno nel momento della prova e della persecuzione; dall’interno quando ci scoraggia e ci affligge la coscienza del nostro peccato).

Infine, se lo lasceremo parlare sempre, ci renderemo conto, che Egli è anche l’avvocato difensore di Gesù, in quell’aula di tribunale che è il nostro intimo. Lo Spirito Santo difende Gesù Cristo in noi contro i nostri accomodamenti, le nostre deformazioni, perché non ci costruiamo un Gesù Cristo a nostra misura e piacimento. Difende Gesù Cristo in noi e da noi, dalla nostra “sapienza”, che non è sempre quella della Croce di Gesù. Lo Spirito Santo è colui che porta la vita di Gesù in noi, che ci permette di vivere secondo il Vangelo.