3a Domenica di Avvento

Is 35,1-6.8.10; Sal 146; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

La terza domenica di Avvento ci invita ad un pizzico di gioia (in latino, infatti, è indicata come la domenica gaudete – cioè “gioite”; così come la 4a di Quaresima è detta domenica laetare – cioè “siate lieti”). È un po’ come se – in un tempo forte, di preparazione, di attesa, di penitenza e conversione – ci fosse concesso una sorta di pit-stop per rifocillarci, riprendere le forze (spirituali) e riacquistare coraggio.

Così, infatti, ci anima il profeta Isaia nella prima lettura:

«Dite agli smarriti di cuore:
“Coraggio, non temete!
Ecco il vostro Dio,

giunge la vendetta,
la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi”».

Nel mezzo di un cammino impegnativo ci viene detto di non scoraggiarci se la mèta non sembra mai arrivare, perché le promesse del Signore stanno ormai per compiersi.

L’altra faccia della medaglia

E qui entra in campo il Battista, che nel brano proposto dalla Liturgia, ci si presenta in maniera inedita. Noi siamo abituati ad ascoltare Giovanni il battezzatore con toni tremendi e terribili… Non l’abbiamo sentito domenica scorsa perché abbiamo festeggiato l’Immacolata, ma il vangelo ce lo presentava così:

«Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione… Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco”» (Mt 3,7-10).

Oggi invece tutta quella sicurezza sembra svanita. Nel suo cuore albergano dubbi sconvolgenti:

«Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”».

Nel suo cuore ora abita tanta confusione: è in dubbio tutto quello per cui aveva vissuto fino ad allora.

Non è solo questione di idee diverse

Non dobbiamo fare lo sbaglio di liquidare questi dubbi semplicemente con delle divergenze nell’interpretazione sulla figura del Messia. Molti, a quel tempo, si immaginavano un Messia potente, forte, che avrebbe sconfitto il potere dei Romani e avrebbe restaurato il Regno di Dio con la violenza del “Signore degli eserciti” che tante volte compare nell’Antico Testamento.

Tanti erano rimasti delusi nel non trovare in Gesù un tipo di Messia così: gli Zeloti, ad esempio (e perfino Giuda Iscariota).

Il Battista, per quanto la sua predicazione avesse presentato un “messia-castigamatti”, non va in crisi perché il suo identikit viene ribaltato, ma forse – ancor di più – perché non tutte le cose tornano.

Ai discepoli mandati dal Battista Gesù risponde:

«Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo».

Le opere di Gesù, quindi, non sono altro che la realizzazione delle promesse fatte nei Profeti, come quelle ascoltate da Isaia nella prima lettura di oggi:

«Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo,

griderà di gioia la lingua del muto».

Quale migliore dimostrazione che Gesù è il Messia?

Non è il Messia anche per me?

C’è altro – però – che non torna a Giovanni Battista… Va bene: Gesù ha scelto di essere il Messia umile, secondo lo schema annunciato (sempre da Isaia) nei Canti del Servo di Yahweh:

«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio…
Non griderà né alzerà il tono,

non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,

non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta» (Is 42,1-3).

È un Messia che predilige la bontà e la misericordia, rispetto alla giustizia imposta con violenza. Va bene, ci può stare… ma qualche versetto più avanti, lo stesso canto preannuncia:

«Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia…
perché tu apra gli occhi ai ciechi

e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre»
(Is 42,6-7)

Ecco che cosa non torna a Giovanni: «se Gesù è il Messia, se è davvero il Servo obbediente di Yahweh, perché non mi fa uscire dal carcere? Cosa ci faccio qui, col rischio di morire?»

Siamo sulla stessa “barca” del Battista

Sono le stesse domande e gli stessi dubbi di fede che vengono a noi: «se Dio è buono e giusto, perché permette che io soffra così? Perché – in questo mondo – i giusti e i poveri subiscono sempre violenza e i malvagi prosperano?»

Che motivo potrei avere per gioire, per stare sereno, per credere nell’avvento del Regno di Dio?

La nostra fede – come quella del Battista – è messa duramente alla prova. Il Signore ci fa un sacco di promesse, e noi vorremmo credergli e fidarci… ma poi facciamo ogni giorno l’esperienza dell’ingiustizia, del non-senso, del dolore innocente, in noi e tutto attorno a noi.

Dove andiamo a prendere la gioia che ci viene raccomandata? Come possiamo rispondere attivamente alla richiesta di Isaia di avere coraggio? «Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare» diceva don Abbondio nel capitolo XXV de I promessi sposi

La gioia cristiana non è a basso costo

Appunto: il coraggio e la gioia non si comprano al mercato, non si fabbricano artificialmente.

Ma è giusto e bene che sia così, perché qui si tratta di gioia cristiana. Non stiamo parlando di semplice contentezza (che è una cosa effimera, come il fiammifero che si spegne pochi istanti dopo aver preso fuoco). La gioia cristiana non è una merce a basso costo: è “merce rara”, perché è dono del Signore.

Da dove viene questa gioia? Dalla fiducia incrollabile in Dio come Colui che mantiene le promesse, anche quando esse non si sono ancora compiute. Anche quando la mia vita e il mondo attorno a me sembrano dire l’esatto contrario!

Leggiamo bene la risposta di Gesù a Giovanni: l’ultima “dimostrazione” che Gesù dà ai discepoli del Battista per rassicurarlo che è proprio lui il Messia è «ai poveri è annunciato il Vangelo». Sembra una “stonatura” calante dopo un crescendo (i ciechi che riacquistano la vista, gli zoppi che camminano, i lebbrosi purificati, i sordi che odono, i morti che risuscitano!), tant’è che alcuni manoscritti avevano invertito l’ordine delle promesse realizzate, lasciando per ultimi i morti risuscitati…

Invece il vangelo annunciato ai poveri è proprio l’apice dei segni della presenza del Messia e del Regno di Dio, più che gli ammalati guariti, più dei morti resuscitati!

Il vero Vangelo

Dio ha scelto i poveri! Il Vangelo, la Buona Notizia è per loro! Le beatitudini sono tutte per loro (cfr Mt 5,1-12 e Lc 6,20-23), per coloro che dal mondo non hanno mai ricevuto non solo una buona notizia, ma nemmeno un’attenzione! Tra tutti, Dio ha scelto loro! E li ha scelti perché non hanno mai smesso di confidare in Lui! Hanno posto solo in Dio la loro fiducia.

La beatitudine che Gesù aggiunge come ultima chiosa ai discepoli di Giovanni («beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!») è la raccomandazione a non farsi scoraggiare dalle difficoltà, a non “inciampare” (questo è il significato di scandalo in greco) nel non vedere ancora del tutto realizzate le promesse di Dio.

La gioia è morire per rinascere

Il segreto della gioia cristiana è la pazienza. Il povero che ha riposto solo in Dio la sua fiducia, è invitato a non dubitare di Dio per il fatto che non faccia “tutto e subito” (è il mantra dei nostri giorni). Ce lo raccomanda anche l’apostolo Giacomo nella seconda lettura:

«Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina».

La pazienza non è solo sapere attendere (che è l’atteggiamento spirituale dell’Avvento), ma sopratutto “saper patire”. Come il seme – appunto – che stando mesi e mesi sotto terra e lasciandosi macerare dalle piogge di autunno e di primavera è disposto a morire e a portare frutto:

«se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Cosa ha fatto Giovanni il Battista dopo aver ascoltato la risposta di Gesù dai suoi discepoli? Quello che – appunto – ci raccontano i Vangeli: non ha chiesto a Gesù di liberarlo dalla prigionia e dalla morte imminente, ma si è lasciato sprofondare in quella “terra buona” che è la fiducia paziente e incrollabile in Dio, fino a dare la vita per quel Cristo a cui aveva preparato la strada. Proprio come farà Gesù stesso:

«nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,7-9).