Ministri della Parola. 3ª Domenica del Tempo Ordinario (C)

Ministri della Parola di Dio

Siamo chiamati ad essere “servitori” della Parola di Dio, e per farlo dobbiamo anzitutto ascoltarla col cuore e obbedirle, per poi renderla viva nell’oggi|

Ne 8,2-4.5-6.8-10; Sal 18 (19); 1Cor 12,12-31; Lc 1,1-4. 4,14-21

In questa terza domenica del Tempo Ordinario celebriamo la “Domenica della Parola di Dio”, voluta e istituita da Papa Francesco con la lettera apostolica Aperuit illis tre anni fa.

A differenza delle letture del Ciclo B e del Ciclo A, quelle di quest’anno sembrano “confezionate” apposta per questa ricorrenza: al centro della scena è – infatti – la Parola di Dio, riscoperta, accolta, pregata, attualizzata.

La Parola è per tutti

Anzitutto, nella prima lettura, ascoltiamo il bellissimo brano del libro di Neemia, che narra di come – dopo la terribile esperienza dell’esilio babilonese – finalmente un gruppo di esuli ritorna in patria, e – dopo aver ricostruito il tempio di Gerusalemme – riscopre la bellezza e la ricchezza della Parola di Dio.

Quella che viene letta alla presenza di tutto il popolo è – con tutta probabilità – la Torah (il Pentateuco, ovvero i primi cinque libri della Sacra Scrittura), la cui redazione fu iniziata proprio durante l’esilio e portata a termine durante la dominazione persiana.

La bellezza di questo brano è data dalla solennità con la quale il libro della Legge viene messo al centro, «più in alto di tutti», e proclamato. Destinatario della lettura è tutto il popolo:

l’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere.

In greco “assemblea” è ἐκκλησία, cioè «la Chiesa»: siamo noi, radunati anche oggi attorno alla mensa della Parola e del Pane.

La Bibbia non è un testo per pochi “adepti” o gruppi di prescelti: è il libro del popolo del Signore. Nessuno è escluso da questo incontro, perché – oggi come allora – abbiamo la grazia di qualcuno che ce la spieghi:

I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura.

Certo: perché la Scrittura sia disponibile per tutti, è fondamentale che i sacerdoti – primi ministri della Parola – si dedichino con cura alla sua spiegazione e attualizzazione durante l’omelia (che ormai è rimasta una delle poche occasioni – se non l’unica – per cogliere la bellezza della Parola di Dio e vederla riferita alla vita quotidiana).

Riscoprire il tesoro della Scrittura

È altresì fondamentale che tutti i cristiani riscoprano l’importanza della Sacra Scrittura, che vi si appassionino, e che alcuni di essi si formino specificamente per aiutare i fratelli nell’approfondimento, nella comprensione e nell’attualizzazione della Parola nella vita di tutti i giorni.

Il Concilio Vaticano II, ha dato un grande impulso alla riscoperta della Parola di Dio (con la Costituzione dogmatica Dei Verbum), e Benedetto XVI ha convocato il Sinodo nel 2008 sul tema La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa e ha scritto l’Esortazione Apostolica Verbum Domini (documento che approfondisce il carattere formativo della Parola di Dio, soprattutto nell’azione liturgica, in cui emerge il suo carattere propriamente sacramentale).

Anche nelle nostre Comunità si propongono diversi momenti specifici di ascolto, preghiera e approfondimento della Parola di Dio, come la Lectio Divina nei Tempi Forti e la catechesi (sia agli adulti che ai ragazzi)… ma spesso – ahimè – sono occasioni disertate…

Pregare la Parola

Anche il Salmo Responsoriale di oggi è specificamente legato a questo tema, a partire dal ritornello:

Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.

Questa è proprio la funzione specifica del Salmo all’interno della Liturgia della Parola: quanto è stato proclamato dal lettore durante la prima lettura deve essere accolto, interiorizzato, lodato, fatto risuonare e cantato da tutta l’assemblea guidata da un salmista (che dovrebbe propriamente alzarsi dal mezzo dell’assemblea stessa e salire all’ambone per guidare questa risposta corale di tutto il popolo).

Quante volte – purtroppo – i nostri Salmi sono bistrattati, magari letti dalla stessa persona che ha proclamato la prima lettura, con un ritornello biascicato da pochissimi e quasi mai cantato…

Dovremmo davvero riscoprire il senso e la solennità di questo momento, per dire – ogni volta – la gioia di ricevere questo “cibo per l’anima” che ci viene imbandito prima ancora che venga apparecchiata la mensa del Pane Celeste.

Non è un libro di favole

Forse è proprio la sciatteria con la quale viviamo la Liturgia della Parola durante la celebrazione eucaristica che ci fa perdere di vista la ricchezza e l’importanza della Sacra Scrittura, e ce la fa trattare come se fosse un libricino di favolette…

L’inizio del vangelo di Luca (proposto come prima parte del brano di oggi) sta proprio a ricordarci che quanto ascoltiamo ogni domenica non è un insieme di racconti per bambini, ma il resoconto ordinato di fatti storici realmente accaduti, frutto di ricerche accurate:

in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

È il nostro conoscere pochissimo le Scritture che ci porta ad avere con esse un rapporto troppo superficiale, quasi aneddotico.

Quante volte mi si è accapponata la pelle davanti a “citazioni” sommarie o improbabili di “brani evangelici” da parte di sedicenti “cristiani”, a giustificazione dei propri atteggiamenti o delle proprie scelte morali discutibili!

Non possiamo più fermarci ai ricordi del catechismo fatto da bambini… Dobbiamo prendere sul serio il Vangelo, e tutta la Bibbia, ricordando il severo monito di San Girolamo:

L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo!

Imparare da Gesù

Gesù stesso – Lui, Parola fatta carne – ha preso sul serio la Sacra Scrittura, come ci testimonia la seconda parte del brano evangelico (che salta al capitolo 4 di Luca):

secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere.

Questa annotazione ci testimonia la frequentazione abituale e assidua di Gesù con la Parola di Dio, il Suo leggerla, meditarla, ascoltarla, pregarla: in famiglia e in sinagoga, assieme alla Sua comunità.

Tutti i Suoi discorsi e i Suoi insegnamenti scaturiscono dalla lettura e dall’ascolto attento delle Scritture, prese come guida e punto di riferimento sicuro, come possiamo constatare fin da prima dell’inizio del Suo ministero pubblico, quando – tentato da Satana – replica ogni volta con un brano della Torah (cfr Lc 4,1-13).

Potrei trascorrere ore ad elencare le reminiscenze scritturistiche nei discorsi di Gesù, ma non è questo il luogo adatto.

Ciò che ci deve guidare per capire il rapporto di Gesù con la Parola di Dio è la Sua affermazione:

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).

È ciò che afferma anche nel brano di oggi, quando – dopo aver letto un passo del profeta Isaia – dice ai suoi compaesani:

«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

L’oggi della Parola

Quella di Gesù nella sinagoga di Nazareth è senz’altro l’omelia più breve della storia: solo Lui poteva farne una così breve.

Se – infatti – l’omelia è la spiegazione e l’attualizzazione della Parola di Dio nella vita quotidiana di ogni credente, solo Gesù poteva riassumere in queste poche parole il senso di tutta la Scrittura.

È in Lui, infatti, – e solo in Lui – che si rende presente e si compiono tutte le promesse di Dio annunziate attraverso i profeti fin dai tempi antichi!

È Lui è quel Verbo primordiale che si è fatto carne (Gv 1,14), la Parola Vivente, attuale.

È Lui l’Unto, il consacrato, il Messia del Signore, che Dio ha mandato

«a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore»
.

Lettera morta o Parola viva?

Abbiamo detto (citando le Sue stesse parole) che Cristo non è venuto ad abolire, ad “archiviare” la Legge e i Profeti… ma è interessante notare un particolare del brano di oggi:

Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette.

Non è un dettaglio da poco.

Gesù mette da parte il testo che ha appena letto: non si ferma alla semplice lettura o alla spiegazione ripetitiva (come facevano i rabbini dell’epoca); nemmeno assolutizza le parole che ha proclamato e non le “divinizza”.

Sono parole di Dio, certamente: ma sono fatte per essere consegnate agli uomini, e rese vive, attuali:

«Oggi si è compiuta questa Scrittura».

Non siamo chiamati ad ascoltare la Scrittura per impararla a memoria, come una qualsiasi altra materia di studio; non siamo qui ad imparare delle “rispostine preconfezionate”, adatte a tutte le occasioni.

Siamo qui per nutrirci di Parole di Vita eterna.

Il cristianesimo non è una “religione del libro” come lo è – ad esempio – l’Islam, dove il Corano è così sacro da non poter essere interpretato, attualizzato, e nemmeno tradotto in altre lingue!

Per noi la Bibbia non è un oggetto da adorare e venerare (anche se sarebbe già qualcosa, visto che per molti è solo un volume lasciato ad ammuffire negli scaffali), ma un libro vivo, Parola vivente: è la lettera d’Amore di Dio agli uomini.

Diventare lettere viventi

Cristo è la Parola vivente, la lettera d’Amore che Dio ci ha inviato!

Ma ogni volta che ci abbeveriamo e saziamo a questa mensa dobbiamo diventare lettera vivente a nostra volta, come dice l’apostolo Paolo:

voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani (2Cor 3,3).

Non possiamo più fare il “disco rotto”, la “macchinetta” che ripete a memoria le formulette del catechismo. Non possiamo accontentarci delle formule liturgiche, rifugiarci nei lunghi discorsi e nelle “belle parole”.

No: anche noi, possiamo e dobbiamo ripetere quell’«oggi» che Gesù fece risuonare tra i suoi concittadini.

Perché ciò sia possibile, dobbiamo anzitutto ascoltare e accogliere la Parola di Dio con la stessa disponibilità del popolo d’Israele al tempo di Esdra e Neemia, facendoci davvero trafiggere il cuore da essa, al punto da scioglierci in lacrime, ma anche da ricordarci che «la gioia del Signore è la nostra forza».

I miracoli possibili

Con questa forza dobbiamo “dare corpo” a quanto abbiamo ascoltato e accolto in noi: dobbiamo – a nostra volta – diventare “Verbo fatto carne”.

La profezia di Isaia non ci invita a fare i miracoli di guarigione operati da Gesù (non ne siamo capaci), ma a rendere possibile a Dio e al Suo Figlio, di compiere oggi il Giubileo, «l’anno di grazia del Signore».

Come?

  • Proclamando il vangelo ai poveri della terra, dimostrando loro fattivamente di essere i destinatari della buona notizia che Dio li predilige;
  • Liberando i prigionieri, ovvero lottando perché vengano sciolte le catene inique (cfr Is 58,6) e abbattute le ingiustizie che si perpetrano sulla faccia di tutta la terra, a partire dal nostro piccolo;
  • Ridando la vista ai ciechi: se io prendo per mano un cieco e lo guido con tenerezza nel mondo, facendo dei miei occhi i suoi, non gli ho forse ridato la vista?

Se il nostro ascolto (audire) diventa obbedienza (ob-audire), allora la Parola che Dio semina nel nostro cuore si realizza per davvero… Oggi!

Questo obbedire ci permette di diventare «ministri (cioè “servitori”) della Parola», come quelli ricordati da Luca all’inizio del vangelo di oggi.