Moltiplicare o dividere?17ª Domenica del Tempo Ordinario (B)

Moltiplicare o dividere?

Perché tutti abbiano il necessario non si può solo chiedere a Dio di moltiplicare le sostanze: occorre prima che noi siamo disposti a condividere quanto abbiamo|

2Re 4,42-44; Sal 145; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Domenica scorsa abbiamo lasciato i nostri cari Dodici amici con una “vacanza” interrotta sul nascere: Gesù li aveva invitati a ritirarsi in disparte per riposarsi ma la folla li aveva preceduti e letteralmente “assaliti”.

Il Maestro non si era arrabbiato né indispettito, anzi: si era commosso per quelle persone, sbandate e disorientate «come pecore che non hanno pastore».

I discepoli, invece?

Cambio di prospettiva

Ci sarebbe piaciuto entrare nella loro testa e nel loro cuore per vederne la reazione, ma la Liturgia a questo punto preferisce cambiare le carte in tavola e sostituire Evangelista per un po’ di domeniche.

La ragione è che non si vuole limitare a raccontarci il miracolo della moltiplicazione dei pani, ma farci anche meditare sul tema eucaristico di Gesù Pane di vita (l’intero capitolo 6° del Quarto Vangelo).

Ma io che sono “carogna” vi riporto comunque come andava avanti il racconto del nostro caro Marco, perché – unito a quello di Giovanni che ascoltiamo oggi – ci aiuta ad avere un quadro più completo.

La versione di Marco

Proseguendo la lettura del brano di domenica scorsa, leggiamo:

Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare» (Mc 6,35-36).

Visto? Come sospettavamo, i nostri “compari” ne hanno così piena l’anima di avere gente intorno che – dopo le lunghe prediche di Gesù – si spazientiscono al punto da ordinare al Maestro «mandali via!»

Per “indorare la pillola” adducono il tema della fame… errore madornale, perché Gesù ributta la palla a loro:

egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37).

Insomma, troviamo rappresentata in modo spietato l’abissale distanza tra il cuore compassionevole di Gesù e il fastidio dei discepoli davanti ai bisogni della gente.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è riportato da tutti gli evangelisti (Marco e Matteo lo raccontano addirittura due volte ciascuno): segno che rimase davvero impresso nella memoria dei discepoli, sia per la sua grandiosità, sia per l’evidente richiamo all’Eucaristia.

Giovanni – che scrive per ultimo, dopo diversi anni – ce lo propone come un “segno” (come sempre fa, quando si tratta di miracoli), e ce lo fa rileggere alla luce della Pasqua:

Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

Chiamati ad alzare lo sguardo

Anche il quarto evangelista parte sottolineando lo sguardo attento di Gesù, uno sguardo che va al di là della Sua piccola cerchia di “prescelti”:

Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli…
alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».

Il primo richiamo che ci viene fatto da questa Parola (assieme alla compassione, su cui abbiamo meditato domenica scorsa) è l’invito a smetterla di rinchiuderci nei nostri “orticelli”, nelle nostre sacrestie profumate d’incenso: come cristiani siamo chiamati ad «alzare lo sguardo» sul mondo.

Spesso – di fronte alle tante povertà (non solo materiali) del nostro tempo – mettiamo le mani davanti agli occhi e facciamo finta di non vedere i bisogni dell’umanità; invece di sentire il vangelo come una spinta fortissima ad entrare nel mondo, usiamo la nostra religione come un “rifugio”, come una chiesetta sperduta di montagna dove rifugiarci al fresco, al riparo dalla calura e dal frastuono della valle.

Non è questo lo scopo del discepolato, dello stare seduti attorno a Gesù, ma l’imparare ad avere il Suo stesso sguardo, attento ai bisogni e alla fame del mondo.

E infatti Gesù chiama in causa ogni Suo discepolo «per metterlo alla prova».

Le nostre scuse

Gesù chiama, e noi che facciamo? Accampiamo subito scuse:

Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?».

Non è difficile sentirci uguali a Filippo e ad Andrea: davanti all’umanità sofferente, prima la buttiamo sull’economico («Duecento denari di pane non sono sufficienti») e poi sulla nostra insignificanza («ma che cos’è questo per tanta gente?»).

Sono le stesse scuse che si pone la Chiesa oggi: «non possiamo arrivare dappertutto, non abbiamo mezzi a sufficienza…».

Oppure – peggio ancora – si cade nell’ostentazione compiaciuta del bene che si fa: «se non ci fosse la Caritas, chi sfamerebbe tutti ‘sti barboni?»

Una “carità pelosa” che si trasforma spesso in gesto interessato verso l’opinione pubblica e le Istituzioni, per ottenere riconoscimenti o tornaconti.

L’uomo di Dio non accampa scuse

In realtà questi sono gli atteggiamenti dei “mestieranti” del cristianesimo, non di tutti i cristiani: io ho la grazia di conoscere tanti uomini di Dio che anche oggi credono profondamente nella Provvidenza e non si spaventano davanti al crescere continuo della folla dei poveri.

Uno di questi è Fra Riccardo Corti, responsabile della Mensa dei Poveri “Padre Alberto Beretta” presso il Convento dei Frati Cappuccini in Bergamo (P.S. se andate a sbirciare il suo profilo Facebook non ditegli che ve l’ho “spoilerato” io, se no mi picchia!).

Mentalità da ragionieri

La risposta di Andrea (come quella di Filippo) è molto pratica: «dare una briciola ciascuno sarebbe una presa in giro, e non risolverebbe il problema della fame, anzi! A ‘sto punto è meglio non dividere, così chi si è portato da mangiare almeno mangia come si deve».

La tentazione di tenere per sé il poco che si ha è sempre latente. È la stessa situazione descritta nella prima lettura, in cui il profeta Eliseo invita il suo servitore a condividere con tutti ciò che era stato donato solo a lui, e per tutta risposta si sente obiettare:

«Come posso mettere questo davanti a cento persone?»

È un ragionamento puramente matematico, di calcolo algebrico e di buon senso. Ma nel modo di “ragionare” di Dio (e dei figli di Dio) la matematica non c’entra nulla: Dio non è un ragioniere, non fa calcoli.

E poi – anche dal punto di vista semplicemente umano – chi di noi non si sentirebbe a disagio a mangiare in abbondanza davanti a migliaia di persone che lo guardano affamate? Forse è per questo che ci urtano alcune immagini della fame e della miseria del Terzo Mondo, soprattutto se scorrono nei TG mentre stiamo mangiando…

La gioia del condividere

Gesù avrebbe potuto far scendere direttamente il pane dal cielo, no? Così aveva fatto Dio con la manna nel deserto (è l’obiezione che farà la gente proprio nel seguito di questo racconto – cfr Gv 6,30-31).

Invece sceglie di farlo «sorgere dalla terra», dalla generosità di quel ragazzo che accetta di mettere la sua merenda a disposizione di tutti. Dio sceglie di non fare nulla senza di noi, senza il nostro contributo, grande o piccolo che sia.

Non continuiamo a chiedere miracoli a Dio (e ad arrabbiarci se non avvengono): non c’è nulla da moltiplicare se noi non siamo disposti a condividere quello che abbiamo.

Quel ragazzo, con quei cinque pani e due pesci, magari avrebbe fatto indigestione (mangiandoli di fretta e di nascosto), oppure gli sarebbero ammuffiti nello zaino (se li avesse nascosti per egoismo o vergogna); invece sceglie di condividerli con gioia.

È la spontaneità dei “piccoli” del vangelo (cfr Mt 18,1-5), e ancora una volta mi affiorano alla mente immagini di persone poverissime che ho conosciuto nel mio ministero, e che avevano una libertà tale nel donare da lasciarmi esterrefatto: conoscevo un barbone a Rozzano che appena riceveva qualcosa in dono (cibo o altro), il suo primo pensiero era di andare a cercare altri poveretti come lui per condividere quello che aveva ricevuto.

Generosi per costituzione

Il poco che abbiamo, il poco che siamo, se lo teniamo per noi non serve a nulla, nemmeno a noi stessi. Se invece lo mettiamo nelle mani di Gesù si moltiplica all’infinito!

La generosità, poi, non è solo un dovere del cristiano, ma anche un aspetto costitutivo e qualificante, perché dice la sincerità o meno della sua fede: o credi che Dio sia capace di fare grandi cose attraverso le tue povertà, o non credi affatto!

La fede nella Provvidenza non è un optional riservato ai Santi, ma un “ingrediente” necessario della fede.

Per questo, chi crede in Dio non può non essere generoso, di una generosità che umanamente e razionalmente risulta spropositata e insensata.

Dal niente nasce niente

Che poi, facendo i calcoli, 200 denari significava lo stipendio di 200 giornate di lavoro: in soldi nostri (con uno stipendio medio) potremmo dire quasi 11.000€… ad una media di 3,10€ al Kg ci si potrebbero comperare 3.550Kg di pane!

Non sarebbero bastati sette etti di pane a testa per sfamare quella gente? Credo proprio di sì! Ma noi siamo fatti così: di fronte ai problemi tendiamo ad ingigantirli ancora di più di quello che sono.

E allora non mettiamo sul tavolo neanche quel poco che abbiamo, e – ovviamente – il problema rimane tale. Ma se tutti mettessero il loro “poco” (invece di aspettare sempre che le soluzioni «piovano dal cielo») non cambierebbero le cose in questo nostro povero mondo?

È solo dal niente che non nasce niente! A tal proposito mi viene in mente una canzone dello Zecchino d’Oro che mi commuove sempre:

Raccogliere gli avanzi

Un’altra immagine che torna sia nella prima lettura che nel vangelo è quella degli avanzi. Cosa vuole sottolineare?

Anzitutto la sovrabbondanza di Dio: quando Dio sparge il Suo Amore sulla terra non bada a spese, non ha il “braccino corto” come noi. E se vogliamo crescere nella generosità, il modello è questo: smetterla di fare calcoli e dare a piene mani, sempre.

Il secondo richiamo di questa annotazione è ad evitare gli sprechi: quante povertà del nostro mondo (e anche danni ambientali) derivano dagli sprechi di ciascuno di noi?

Si calcola che un quarto del cibo prodotto in America finisca regolarmente nella spazzatura, e che – con quel cibo – si potrebbero sfamare per un anno ben quattro milioni di persone!

Una gestione più oculata dei nostri acquisti ci permetterebbe di mettere da parte qualcosa da destinare in carità, e invece sprechiamo senza badare a spese e poi – di fronte alle richieste d’aiuto dei poveri – adduciamo la scusa di non avere a sufficienza nemmeno per noi.