Nel mezzo del cammin di nostra vita…

Nel mezzo del cammin di nostra vita

Chi si aspetterebbe – nel bel mezzo della propria vita, nel pieno delle forze – di trovarsi di fronte alle porte degli inferi? Eppure… Perciò affidiamoci a Dio!

Commento alle letture di venerdì 15 luglio 2022

Letture: Is 38,1-6.21-22.7-8; Is 38,10-12.16; Mt 12,1-8

La prima lettura e il Salmo Responsoriale di oggi sono tratti da un unico brano che è quasi tutto il capitolo 38 del libro del profeta Isaia (anche se con un po’ troppe azioni di taglia/cuci/incolla, a mio modestissimo parere).

Vi consiglio fin da subito – perciò – di prendere la vostra Bibbia (sperando ne abbiate una in casa) e di leggere il capitolo per intero.

L’uomo della preghiera

La vicenda riguarda Ezechìa, di cui ci narrava il secondo libro dei Re poco meno di un mese fa, re giusto e fedele (caso raro in quei tempi), che di fronte alla minaccia di Sennàcherib, re d’Assiria – invece di pensare a reazioni militari – si era rivolto con una supplica accorata a Dio.

Anche il brano di oggi ci presenta Ezechìa che eleva una preghiera fiduciosa al Signore, anche se il frangente è diverso; la prima volta era il suo popolo ad essere minacciato dall’invasore; ora è la sua stessa vita ad essere messa davanti alla porta oscura della morte:

Isaìa, figlio di Amoz, si recò da lui e gli disse: «Così dice il Signore: “Da’ disposizioni per la tua casa, perché tu morirai e non vivrai”».

Un rapporto tutto particolare

Per quanto drammatico sia il momento, già questa scena rivela un legame del tutto particolare tra Dio e il re Ezechìa, tanto che il Signore si premura di mandargli il profeta Isaia per avvertirlo in tempo della sua morte imminente e invitarlo a fare tutti i preparativi necessari.

Leggendo la Scrittura e la storia della Chiesa, sappiamo che questa grazia è stata concessa a pochissime persone, e tutte segnate da una grande santità.

Molti di noi (stupidamente) vorrebbero sapere in anticipo il giorno e l’ora della propria morte… ma Dio sa di poterlo comunicare solo a chi è capace di accogliere questa rivelazione con fede, senza farsi prendere dall’angoscia e dal terrore.

Dio ascolta e “cambia idea”

Davanti alla preghiera e alle lacrime di Ezechìa il Signore “ci ripensa”:

la parola del Signore fu rivolta a Isaìa dicendo: «Va’ e riferisci a Ezechìa: “Così dice il Signore, Dio di Davide, tuo padre: Ho udito la tua preghiera e ho visto le tue lacrime; ecco, io aggiungerò ai tuoi giorni quindici anni. Libererò te e questa città dalla mano del re d’Assiria; proteggerò questa città”».

Sono tante le pagine della Scrittura in cui Dio sembra “cambiare idea” rispetto a quanto deciso. Ovviamente, anche questo è un modo molto “umano” di descrivere la situazione e il comportamento del Signore.

Non è che Dio sia indeciso o “ondivago” nelle proprie decisioni: nel Suo agire misterioso, spesso Egli rivela agli uomini le proprie intenzioni, ma – allo stesso tempo – lascia intendere anche di essere disposto a fare diversamente, se l’uomo interpellato Lo saprà convincere…

Troviamo un esempio di ciò nel racconto mirabile del capitolo 18 di Genesi, quando Dio riferisce ad Abramo la Sua intenzione di distruggere Sodoma, ma si lascia trascinare di proposito in una trattativa estenuante, disposto a salvare la città per riguardo anche solo a una piccola manciata di giusti rimasti in essa (cfr Gen 18).

Il senso della vita

Sono molto legato affettivamente al brano odierno di Isaia, e – in particolare – ai versetti scelti per il Salmo Responsoriale, perché mi ricordano quando da bambino facevo il chierichetto, e – a fianco del mio caro parroco (don Battista Aldegani) – al mattino presto recitavamo l’Ufficio dei Defunti (in cui questi versetti compaiono tutt’ora come Cantico alle Lodi Mattutine).

Fin da quell’età (avrò avuto 7-8 anni) quei versetti mi spingevano ad interrogarmi sul senso della vita:

Io dicevo: «A metà della mia vita †
    me ne vado alle porte degli inferi; *
    sono privato del resto dei miei anni».


Dicevo: «Non vedrò più il Signore *
    sulla terra dei viventi,
non vedrò più nessuno *
    fra gli abitanti di questo mondo.


La mia tenda è stata divelta e gettata lontano, *
    come una tenda di pastori.


Come un tessitore hai arrotolato la mia vita, †
    mi recidi dall’ordito. *
    In un giorno e una notte mi conduci alla fine».


Io ho gridato fino al mattino. *
    Come un leone, così egli stritola tutte le mie ossa.
Pigolo come una rondine *
    gemo come una colomba.


Sono stanchi i miei occhi *
   di guardare in alto.

È un brano di un’intensità straordinaria e drammatica, che – dalla metà in poi – si apre alla speranza e alla confidenza in Dio:

Tu hai preservato la mia vita
       dalla fossa della distruzione, *
    perché ti sei gettato dietro le spalle
       tutti i miei peccati.


Poiché non ti lodano gli inferi, *
    né la morte ti canta inni;
quanti scendono nella fossa *
    nella tua fedeltà non sperano.


Il vivente, il vivente ti rende grazie *
     come io faccio quest’oggi.
Il padre farà conoscere ai figli *
     la fedeltà del tuo amore.


Il Signore si è degnato di aiutarmi; †
    per questo canteremo sulle cetre
       tutti i giorni della nostra vita, *
    canteremo nel tempio del Signore» (cfr Is 38, 10-14. 17-20).

L’ho riportato per intero – così come si trova nel Breviario, secondo la vecchia traduzione CEI 1974 – perché mi “muove le viscere” ogni volta che lo prego, e perché credo che possa tornare utile anche a qualcuno dei miei lettori in futuro.

Non sappiamo quando sarà l’ora

I primi versetti sono stati richiamati perfino da Dante Alighieri nell’incipit dell’Inferno della sua Divina Commedia:

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita».

Il senso di sorpresa e smarrimento è abbastanza chiaro: chi si aspetterebbe – nel bel mezzo della propria vita, nel pieno degli anni e delle forze – di trovarsi di fronte alle porte degli inferi?

Eppure, quanti hanno fatto (o stanno facendo) questa esperienza? Per una malattia grave, inaspettata e improvvisa, un incidente; e quanti l’hanno vissuta (e la stanno vivendo) a causa di questa pandemia di Covid-19 che sembra non avere mai più fine!

Queste esperienze ci fanno capire che non bisogna dare mai nulla per scontato: né la salute, né la vita.

Credo – perciò – che questi versetti siano una preghiera quanto mai attuale, e che non sia una preghiera da fare solo in punto di morte, ma ogni singolo giorno della nostra vita.

«Inshallah»: la sapiente rassegnazione

Dovremmo imparare davvero dal rimprovero dell’apostolo Giacomo:

E ora a voi, che dite: «Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni», mentre non sapete quale sarà domani la vostra vita! Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare. Dovreste dire invece: «Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello» (cfr Gc 4,13-17).

Ad ogni nostro proposito e progetto dovremmo sempre aggiungere «Inshallah», come dicono i nostri fratelli musulmani, ovvero: «se Dio vuole».

Insomma, dobbiamo imparare l’umile arte della rassegnazione, secondo il vero significato del termine, che più volte ho spiegato nelle mie riflessioni:

“rassegnazione” è l’atto del rassegnare (letteralmente “ri-assegnare”), cioè: «riconsegnare al legittimo proprietario».

“Rassegnarsi”, in segno religioso, è quindi un atto di profonda fiducia: è rimettere nelle mani di Dio ciò che è suo, ben sapendo che solo Lui sa farne buon uso.

È rimettersi nelle mani di Dio uniformandoci al Suo volere, conformandoci alla Sua volontà.

Rimettiamo fiduciosi la nostra vita nelle mani di Dio, perché è Sua, e noi ne siamo solo temporanei amministratori. E quando ci sembra di trovarci davanti alle porte degli inferi, eleviamo a Lui – nelle lacrime, ma con fiducia – la stessa preghiera del re Ezechìa.