Nella mano di Dio. 4ª Domenica di Pasqua (C)

La mano di Dio

Cos’è per noi la mano di Dio? Un rifugio sicuro o un laccio che ci impedisce di andare dove ci pare e piace? Dio è il nostro pastore o il nostro carceriere?|

At 13,14.43-52; Sal 99 (100); Ap 7,9.14-17; Gv 10,27-30

La quarta di Pasqua è chiamata anche “Domenica del Buon Pastore”, per il fatto che ogni anno vengono proclamati alcuni versetti tratti dal capitolo 10° del vangelo di Giovanni, nel quale Gesù dice – appunto – «Io sono il buon Pastore».

Per questo motivo, quasi sessant’anni fa, si iniziò a celebrare in questa ricorrenza la Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni.

Nel ciclo liturgico “C” ci vengono consegnati solo gli ultimi quattro versetti del discorso di Gesù (dove – tra l’altro – la parola “pastore” non ricorre neppure).

Un pastore che combatte

Quello presentato da Giovanni non è un pastore tenero e dolce, come quello della parabola della pecorella smarrita tramandataci da Luca (cfr Lc 15,1-7), ma una sorta di “guerriero”, che lotta strenuamente perché nessuno gli strappi dalla mano ciò che è suo.

È il più forte, il più grande di tutti, perché riassume in sé tutte le migliori caratteristiche possibili, come dicevo l’anno scorso spiegando il significato dell’aggettivo greco καλός (kalòs).

Non è un mercenario, venale, codardo e pauroso di fronte al lupo, ma è disposto a lottare fino a dare la vita (cfr Gv 10,11-13). In ciò, richiama l’immagine del pastore incarnata dall’eroico adolescente Davide, che non aveva paura di affrontare con la fionda il leone e l’orso che assalivano il gregge (cfr 1Sam 17,34-35).

Voce dolce ma mano forte

In realtà, c’è anche una velatura di “tenerezza” all’inizio del brano, dove Gesù allude alla Sua voce: è un’immagine dolce, che richiama la bellezza del sentire una voce amica, come il bambino quando riconosce quella della sua mamma.

Ma le allusioni a questa voce unica, di cui ci si può fidare, si trovano più che altro all’inizio del capitolo, quando Gesù contrappone la propria voce a quella degli estranei:

«le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei» (Gv 10,4b-5).

È una voce amica, famigliare, che infonde sicurezza… ma subito viene soppiantata da un’altra immagine, più “visibile”, che prevale, essendo ripetuta ben due volte nel piccolo brano ascoltato:

«nessuno le strapperà dalla mia mano

…nessuno può strapparle dalla mano del Padre».

La mano di Dio

Una mano forte che ci afferra richiama un’infinità di situazioni e significati.

In tutta la Scrittura, le espressioni «la mano del Signore» e «la mano di Dio» richiamano sempre la Sua forza, che si esprime in una potenza devastante quando è rivolta contro i nemici, e – invece – in un riparo sicuro quando si posa sopra i Suoi figli: lo si può verificare velocemente anche cercando l’espressione «la tua mano» nei Salmi.

Per esempio a me (che porto il suo stesso nome) la prima immagine che viene in mente è quella di Pietro che cerca di camminare sul lago verso Gesù, ma – preso dalla paura – chiede il suo aiuto, e il Maestro lo afferra saldamente:

…vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (cfr Mt 14,22-33)

Quante volte abbiamo fatto questa esperienza – magari in montagna – di essere sul punto di scivolare ed essere prontamente afferrati da una mano sicura che ci ha salvato da una rovinosa caduta?

Gesù oggi ci dice che se ci fidiamo, se ascoltiamo la Sua voce, siamo in buone mani.

Mi piace soffermarmi a contemplare questa cosa, di quanto si stia bene nelle mani del Signore, di quanto è rassicurante camminare mano nella mano con Lui…

Se vi è più facile farlo con la musica, vi consiglio di ascoltare il bellissimo canto di M. Giombini È un tetto la mano di Dio, che riassume molte delle immagini bibliche a cui accennavo:

Chi ci separerà dal Suo Amore?

«nessuno le strapperà dalla mia mano»

Questa affermazione di Gesù mi ricorda anche lo stupendo inno all’Amore di Dio che troviamo nella Lettera di San Paolo apostolo ai Romani:

Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

…né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore (cfr Rm 8,31-39).

Cosa mai abbiamo da temere allora?

Di chi dobbiamo aver paura?

In realtà qualcuno da temere c’è… si chiama “io”: siamo noi stessi quelli di cui dobbiamo aver paura!

Tornando all’immagine del bambino che stringe la mano del suo papà o della sua mamma… avete presente quando arriva l’età in cui si comincia a sentirsi grandi? Così grandi da non sopportare più di essere guidati passo passo?

Ecco: quello è il momento in cui il bambino cerca di divincolarsi dalla mano del genitore dicendo: «lasciami!»

Se tutti abbiamo attraversato quel momento da piccoli, dobbiamo – altresì – riconoscere che situazioni simili si presentano spesso anche nella vita adulta: quando vogliamo a tutti i costi rivendicare la nostra indipendenza e rifiutiamo ogni aiuto, consiglio, sostegno… a costo di smarrirci.

Vogliamo dimostrare a noi stessi e agli altri che sappiamo cavarcela da soli, che non abbiamo bisogno di nessuno, che preferiamo fare di testa nostra.

È un atteggiamento che manifestiamo verso le persone, ma – in fin dei conti – anche verso il Signore, che cerca di guidarci e accompagnarci attraverso chi ha posto accanto.

Siamo noi – allora – che vogliamo auto-strapparci dalla mano di Dio: quello è l’inizio della nostra rovina.

Perché ci ribelliamo?

Perché facciamo così? Perché non ne vogliamo più sapere di lasciarci guidare, di farci “tenere per mano”?

Io sono convinto che questa ribellione non sia solo frutto della superbia e dell’arroganza, ma abbia anche le sue ragioni e giustificazioni.

Infatti, viviamo in un mondo dove tutti credono di potersi arrogare il diritto di mettersi alla guida degli altri: dai genitori che non lasciano più crescere i loro figli e li trattano come bambini ben oltre l’età matura, alle relazioni di coppia opprimenti, dove invece dell’amore reciproco si instaura un rapporto di pretesa dipendenza («devi fare quello che ti dico io»)…

Dalla politica imperversata da personaggi che si autoproclamano guide a cui fare riferimento (pur non essendo esperti di nulla), a noi preti, che insistiamo a creare attorno a noi una Chiesa clero-dipendente…

In un mondo di autoproclamati leader, ognuno non desidera altro che emanciparsi, rendersi libero.

L’unico pastore da seguire

Siamo stanchi di fare i “pecoroni” dietro a queste guide false, pretenziose e arroganti, e perciò fuggiamo da ogni sorta di “autorità”. Ma se queste figure opprimenti possono essere una buona ragione per volersi divincolare, non è così per il Signore.

Egli è un pastore che si può seguire senza il rischio di diventare Suoi schiavi, perché non cammina dinanzi al gregge, spadroneggiando e lanciando comandi, ma in mezzo al gregge. È un pastore che – come dice spesso Papa Francesco – ha l’odore delle pecore; anzi: è Lui stesso un agnello.

A tal proposito, c’è nella seconda lettura di oggi un’immagine molto bella, che non deve passare inosservata, senza che ci soffermiamo a contemplarla e meditarla:

«Non avranno più fame né avranno più sete,
non li colpirà il sole né arsura alcuna,
perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono,
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita»
.

L’Agnello dell’Apocalisse è la ripresa di quello mite, docile, mansueto, che si lascia condurre al macello (cfr Is 53,7 e Ger 11,19), il Servo sofferente di Jawhé (cfr Is 42); solo che adesso è vivo e risorto, e fa dono a tutti della Sua vita:

«Io do loro la vita eterna».

Per noi e con noi

Il nostro pastore non è un “professionista della politica”, uno che non ha mai fatto nulla nella vita eppure pretende di insegnare agli altri: è colui che ha condiviso in tutto e per tutto (eccetto il peccato) la nostra esperienza umana:

Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato (cfr Eb 4,14-15).

Ecco perché Dio lo ha fatto nostro pastore:

Il Dio della pace, ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù (Eb 13,20).

Ecco perché non dobbiamo aver paura di lasciarci tenere dalla mano di Dio.

Pastori come il Buon Pastore

In questa 59ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni vogliamo allora pregare perché tutti, anzitutto i pastori della Chiesa, ascoltino la voce di questo Pastore di cui ci si può davvero fidare, e si lascino tenere per mano da Lui.

E preghiamo perché tutti coloro che hanno risposto di alla Sua chiamata particolare al sacerdozio siano capaci di essere pastori come Lui, secondo l’esortazione dell’apostolo Pietro:

pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge (cfr 1Pt 5,1-3).

E anche secondo l’esempio del grande Vescovo Sant’Agostino, che diceva:

«Se mi spaventa l’essere per voi, mi rassicura l’essere con voi. Perché per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. Quello è nome di ufficio, questo di grazia; quello è nome di pericolo, questo di salvezza»

(Agostino d’Ippona, Discorsi, 340, 1).