Solennità della Santissima Trinità

Pr 8,22-31; Sal 8; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

Per l’uomo l’essenza di Dio è un mistero. Non tanto perché Egli non voglia farsi conoscere da noi (altrimenti non si sarebbe né rivelato né incarnato), ma perché il nostro cuore e la nostra mente non sono in grado di comprenderlo (nel senso etimologico del termine, perché se potessimo “abbracciare Dio con la nostra mente” allora essa sarebbe più grande di Lui).

Se questo è evidente per il concetto di Dio in generale, lo è ancor più per quello di Trinità.

Eppure (come ho detto nella riflessione di domenica scorsa, citando l’inizio delle Confessioni di Sant’Agostino) Dio ha fatto il nostro cuore per Lui, a sua misura, “capace” di “contenerlo”. In un’altra delle sue opere (il Trattato sulla Trinità), il Santo d’Ippona definisce l’uomo «capax Dei», cioè – appunto – capace di “contenere” Dio dentro di sé.

Ma come è possibile “capire”, “comprendere” un mistero così grande?

Senz’altro non possiamo fare l’errore di pensare che basti studiare.

Certo, studiare non fa mai male (e noi cristiani – anzi – siamo proprio degli scansafatiche per quanto riguarda il dovere di approfondire i contenuti della nostra fede).

Ma un mistero, per quanto lo si possa esaminare, rimane pur sempre tale. Si potrà intuire sempre qualcosa di nuovo, ma mai esaurirne l’immensità.

Che fare allora?

Non possiamo capire il mistero, è vero… ma possiamo entrarci!

Come di fronte all’immensità del mare, dell’oceano: non riusciamo ad abbracciarla tutta col nostro sguardo, ma – invece di farci impaurire – possiamo entrarci, e sentirci parte di essa.

Come con l’universo: considerare lo spazio infinito delle galassie ci può atterrire, facendo smarrire la nostra mente…

Oppure ci può consolare, nel momento in cui realizziamo di esserne – misteriosamente – parte integrante, se non addirittura centrale, come ci invita a meditare lo stupendo Salmo 8 che anche la Liturgia di oggi ci fa pregare:

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi (Sal 8,4-7)

Così siamo chiamati a fare col mistero di Dio: contemplarLo fino a lasciarci “attrarre” dentro la Sua realtà.

La nostra vita – allora – sarà un entrare sempre più in profondità in questo mistero, fino a percepire nel più profondo dell’anima, di farne totalmente parte.

Come diceva San Paolo parlando agli Ateniesi radunati nell’Areòpago: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).

Tra i tanti testi che leggo per introdurmi alla meditazione della Parola di Dio della domenica, difficilmente manca il commento di Padre Raniero Cantalamessa, frate minore Cappuccino, Predicatore della Casa Pontificia. E anche stavolta, tra le tante e bellissime suggestioni, vi ho trovato il condensato del pensiero che ho cercato di esprimere sopra, nel passaggio in cui commenta la più celebre icona di Rublev:

La Trinità di Rublev

Tutto nell’icona è simbolico… La mensa, sopra la quale c’è una coppa con dentro l’agnello, richiama l’Eucaristia. Un modo stupendo per dire che la Trinità intera ci dona l’Eucaristia e si dona a noi nell’Eucaristia. Nell’Eucaristia noi diventiamo “commensali” dei Tre; occupiamo quel posto vuoto sul davanti, necessario per chiudere il cerchio dell’icona.
Stando a lungo in contemplazione davanti a questa icona, si intuiscono più cose sulla Trinità che non leggendo interi trattati su di essa. L’icona è una finestra aperta sull’invisibile. Soprattutto una cosa colpisce: la pace profonda e l’unità che emana dall’insieme. Ci vengono in mente le parole con cui inizia un inno della Chiesa: «O Trinità beata, / oceano di pace, / la Chiesa a te consacra / la sua lode perenne».

Dio (e il suo essere Trinità di Amore) rimarrà sempre un mistero per noi, ma anziché allontanarci da sé, è un mistero che ci vuole attirare in sé e rendere totalmente partecipi di sé, secondo le parole di Gesù: «tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).

Certo, non possiamo scoraggiarci di fronte alla prima difficoltà, ma dobbiamo avere il desiderio e l’intraprendenza di entrarvi un po’ alla volta, con l’aiuto dello Spirito Santo che Gesù ci ha promesso e infine donato, e che ha proprio questo compito:

«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future (Gv 16,12-13).

L’occhio di un uomo che è stato a lungo nell’oscurità di una stanza, se si apre improvvisamente una finestra, non può sopportare la luce naturale che vi irrompe: si deve abituare poco a poco a guardare verso la luce, se non vuole far danni alla propria vista.

Ma una volta che si è abituato alla luce non può più sopportare di rimanere al buio, anzi: l’intensità vivida delle immagini che lo splendore intenso del sole ha fissato sulla sua retina, rimane impressa anche quando prova a chiudere gli occhi o viene costretto di nuovo a stare al buio.