O tutto o niente. 32ª Domenica del Tempo Ordinario (B)

Non hai dato niente, finché non hai dato tutto!

«Non hai dato niente, finché non hai dato tutto»: è questa la regola dell’Amore che ci ha insegnato Gesù, dando la Sua vita per noi|

1Re 17,10-16; Sal 146; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Siamo alle battute finali del racconto di Marco, scrivano dell’apostolo Pietro… Gesù – solo due giorni prima – era stato accolto trionfalmente in Gerusalemme, come un re:

«Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Osanna nel più alto dei cieli!»
(Mc 11,9-10)

Dalle stelle alle stalle

Un momento di “gloria” durato poco, visto che già dal giorno successivo lo strano Rabbì venuto dalla Galilea aveva iniziato a provocare, facendo “piazza pulita” nel Tempio (cfr Mc 11,15-17), e – di conseguenza – a trovare la sempre più forte opposizione dei capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani (cfr Mc 11,27-33).

Poi aveva dovuto affrontare le domande faziose degli appartenenti alle varie “sette” religiose, nel tentativo di coglierlo in fallo: farisei ed erodiani sulla questione delle tasse (cfr Mc 12,13-17), i sadducei riguardo alla risurrezione dei morti (cfr Mc 12,18-27).

Qualcuno – a dire il vero – l’aveva interrogato con sincerità, come lo scriba incontrato domenica scorsa, ma i più erano mossi solo da livida gelosia e dalla fretta di sbarazzarsi di Lui, a tutti i costi:

i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire (Mc 11,18);

…i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire (Mc 14,1).

Fino alla fine, senza esitazioni

Gesù sa che cosa l’aspetta, e anche che – tanto più sarà sincero con questa gente – tanto più si accorcerà la Sua vita, ma non ha paura, non si tira indietro: ormai ha puntato diritto al Gòlgota.

Perciò continua a smascherare l’ipocrisia e la falsità delle autorità religiose del Suo tempo:

«Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa»

È l’inizio del vangelo di oggi.

Sotto i riflettori

Ho volutamente citato i primi tre versetti del brano odierno, perché si fa sempre l’errore di fermarsi subito e solo sul gesto generoso della povera vedova (che è stupendo – ben inteso): ma Gesù punta anzitutto i riflettori su quegli ambigui personaggi che si credono nel giusto e che – invece – sono proprio la causa della condizione miserevole della vedova.

Di loro, infatti – senza peli sulla lingua – Gesù dice:

«Divorano le case delle vedove».

La loro falsità, la loro ricerca di adulazione, approvazione, benemerenze, è così spudorata che non guarda in faccia a nessuno: sono riusciti persino a plagiare la povera gente, obbligandola a privarsi del necessario per vivere, facendogli credere di rendere – così – culto a Dio!

Un’idea tanto distorta di fede e religione che – non solo – Gesù aveva “spazzato via” simbolicamente il giorno prima con la “cacciata” dei venditori (cfr Mc 11,15-17), ma che – subito dopo il commento al gesto della vedova – preannunzierà come destinato alla fine:

Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta» (Mc 13,1-2).

Lo sguardo di Gesù

Sugli scribi e la loro falsa religiosità Gesù punta i riflettori, per smascherarli e indicarli come esempio da cui guardarsi; alla vedova invece riserva uno sguardo interiore, profondo, intimo, pieno di Amore e commiserazione per la sua condizione:

 «…l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (cfr 1Sam 16,7).

Il rumore e il frastuono delle tante monete gettate dai ricchi attirano l’attenzione di tutti, ma Gesù non se ne cura, perché sa bene che quelli «hanno gettato parte del loro superfluo».

Invece le orecchie del suo cuore sono attentissime al lieve tintinnio delle due monetine della povera vedova, perché sa che quelle sono «tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

A quei tempi, la vedovanza era una delle condizioni più svantaggiate e marginalizzate della società.

Come più volte ho ricordato, ai tempi di Gesù, già l’essere donna – in quanto tale – era una posizione “scomoda”, perché non contava nulla: poteva “diventare qualcuno” solo una volta sposata (in quanto «moglie di…») e aver partorito (perché finalmente «madre di…»).

Per una donna rimasta vedova (tanto più se priva di figli) la vita era ancora più dura, se non impossibile. Per mantenersi aveva solo tre possibilità: tornare a casa dei genitori (sempre che ci fossero ancora) e “fare la fame con loro”, chiedere l’elemosina (umiliandosi) o – peggio – prostituirsi!

Dio sta dalla parte degli ultimi

Capiamo bene come dovessero essere considerate le vedove… Per di più gli ebrei erano convinti che la ricchezza fosse un segno di benedizione da parte di Dio, mentre – di contro – la povertà un segno della Sua disapprovazione.

Eppure, tutta la Sacra Scrittura è un continuo ripetere che Dio sta dalla parte degli ultimi, come leggiamo anche nel bellissimo Salmo Responsoriale di oggi:

Il Signore… rende giustizia agli oppressi, / dà il pane agli affamati… / libera i prigionieri…
il Signore rialza chi è caduto… / protegge i forestieri…
Egli sostiene l’orfano e la vedova

Esemplare perché…

Certo, non basta essere poveri in canna per diventare oggetto della benevolenza di Dio: occorre anche (e anzitutto) essere poveri nel cuore, «poveri di spirito» (cfr Mt 5,3).

Gesù mette quella vedova “sul piedistallo” non perché misera e povera, ma perché ha un cuore grande, perché dona la vita: gli esegeti ci fanno notare che nel greco un po’ “sgrammaticato” del nostro evangelista quel «tutto quanto aveva per vivere» si traduce letteralmente con «tutta la sua vita».

Qualche domenica fa, Marco ci faceva guardare dentro il cuore triste del “giovane ricco”, incapace di liberarsi delle sue ricchezze… Oggi ci fa guardare nel cuore di questa vedova, che è il cuore stesso di Dio.

Ella, nella sua miseria, avrebbe tranquillamente potuto tenere per sé il poco o niente che possedeva (o almeno una delle due monetine), ne aveva tutto il diritto! E invece…

Chi lo sa che quella vedova – capace di dare «tutta la sua vita» – non sia altro che la prefigurazione di quello che Gesù avrebbe fatto di lì a pochi giorni, sulla Croce?

Oggi come allora

Dalla mia esperienza personale, posso dire che la storia di questa vedova è proprio vera e attuale: le persone più generose che ho incontrato nella mia vita (e di cui benedico il Signore) sono dei poveri (non solo di sostanze, ma soprattutto nel cuore), che – in riconoscenza di aver anche solo scambiato due parole con me – mi hanno arricchito, dandomi tutto quello che avevano: anche solo un sorriso sincero (come quello della storiella che citavo nella Solennità di Tutti i Santi).

Persone come quel barbone che conoscevo a Rozzano (già citato altre volte) che – appena riceveva qualcosa in dono (cibo o altro) – il suo primo pensiero era di andare a cercare altri poveretti come lui, per condividere quello che aveva ricevuto.

Poveri di spirito e poveracci

La vedova è indicata come esempio da Gesù perché ha il cuore libero, vuoto di ogni cosa (soprattutto sgombero del suo “ego”), e quindi è pronto ad accogliere Dio e a donarsi a Lui.

Gli scribi – invece – sono additati come persone da cui guardarsi, perché solo dei “poveracci”, così tracotanti e pieni di sé da pensare di essere “a posto con Dio” e avere in tasca la verità.

Gli “scribi” di oggi sono i cosiddetti “cristiani di serie A”, quelli che si pavoneggiano credendo fermamente di essere a posto, di avere un conto aperto col Signore, ovviamente in credito.

Guardare dentro di noi

Più che metterci in guardia dagli scribi, oggi Gesù ci mette in guardia dallo scriba che c’è dentro ognuno di noi.

In questi giorni dedicati alla carità e all’attenzione ai poveri (domenica prossima sarà la 5ª Giornata Mondiale dei Poveri), guardo alla mia vita e mi rendo conto che non sono altro che uno scriba: dall’alto del mio pulpito sbraito e magari – dentro di me – mi gongolo di quello che faccio e che do… e non mi rendo conto che non è altro che parte del mio superfluo.

Credo di essere qualcuno perché faccio opere di carità? Perché elargisco donazioni a istituti caritativi o mi faccio muovere il cuore e il portafogli dalle emergenze come i terremoti o altri cataclismi?

Non sto facendo nulla di cristiano: non sono per nulla diverso da qualunque altro filantropo moderno, che – come gli scribi del tempo di Gesù – fa rimbombare sui media la notizia delle proprie donazioni milionarie, per attirare l’attenzione su di sé.

Non ho ancora gettato nel Tesoro i “due spiccioli” che davvero mi servono per vivere.

La regola del tutto o niente

La regola dell’Amore – come ce lo insegna Gesù – è quella che mi ha travolto e folgorato un giorno che l’ho letta su un’immaginetta donatami dal mio padre spirituale:

«Non hai dato niente, finché non hai dato tutto».

È l’esperienza che hanno fatto tanti Santi, per esempio San Benedetto, che nella sua Regola scrive:

«niente anteporre all’amore di Cristo» (4,21).

O anche – stupenda – l’esperienza e l’inizio della conversione della Beata Angela da Foligno: era il mercoledì della Settimana Santa del 1301, quando – meditando sulla morte del Figlio di Dio incarnato – sentì nella sua anima l’eco di queste parole divine:

«Io non ti ho amata per scherzo».