Occhio… al cuore! 8ª Domenica del Tempo Ordinario (C)

Occhio... al cuore!

Gli occhi rivelano ciò che c’è nel cuore: quello è lo “scrigno” che dobbiamo preservare come il tesoro più prezioso, custodendovi solo l’Amore di Dio|

Sir 27,5-8; Sal 91 (92); 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45

Potente: non ho altra parola per definire il modo di parlare di Gesù: continuando il discorso della pianura, il Maestro venuto da Nazaret sfoggia tutta la Sua capacità di osservazione e sintesi, ricorrendo a una dialettica irresistibile.

Le Sue affermazioni non possono essere contraddette, perché sono di un’evidenza e di un’ovvietà tale da imprigionare l’ascoltatore:

«Può forse un cieco guidare un altro cieco?
Se hai una trave nell’occhio potrai mai vederci bene?
Può un albero buono fare frutti cattivi?»

È lo stile sapienziale che troviamo anticipato nella prima lettura:

Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti…
I vasi del ceramista li mette a prova la fornace…
Il frutto dimostra come è coltivato l’albero…

Così ovvio che…

Sono affermazioni potenti, ovvie, incontrovertibili… ma – come tutti i proverbi – smascherano subito un nostro tremendo difetto: convincerci che si riferiscano sempre agli altri, e mai a noi.

Quante volte abbiamo usato il detto della pagliuzza e della trave nell’occhio? E – siamo sinceri – non l’abbiamo fatto ogni volta come ripicca, per giustificarci di fronte a chi ci aveva fatto un’osservazione sgradita?

Siamo prontissimi a rispondere «e allora tu? Guarda nel tuo piatto!»

Proprio il contrario di quello che intendeva insegnarci Gesù!

Talpe e linci

Aveva ragione La Fontaine nel rielaborare la favola delle due bisacce:

Quando viene in questa valle
porta ognuno sulle spalle
una duplice bisaccia.
Dentro a quella che sta innanzi
volentieri ognun di noi
i difetti altrui vi caccia,
e nell’altra mette i suoi.

Siamo linci nel vedere i difetti degli altri e talpe cieche nel guardare i nostri.

Ciechi sono i nostri occhi

Così anche l’esempio del cieco che pretende di guidare un altro cieco: lo usiamo spesso per additare una persona che pontifica su un argomento di cui – secondo noi – non conosce nulla… come se noi non l’avessimo mai fatto!

Il primo insegnamento che ci viene da questo vangelo (e da ogni discorso di Gesù) è che dobbiamo sentirci chiamati in causa noi per primi.

Siamo noi a dover riflettere, a doverci immedesimare nel cieco che vuole guidare un altro cieco, nell’uomo che ha una trave nell’occhio e pretende di togliere la pagliuzza da quello del fratello, nel malvagio che parla buttando fuori la cattiveria del cuore.

È vero: non siamo sempre dalla parte del torto; non siamo poi così da buttare, ma dobbiamo quantomeno ammettere che dentro di noi c’è sempre un po’ di bene e un po’ di male, a seconda di dove ci lasciamo “tirare” (come dicevo all’inizio dell’omelia di due domeniche fa): sono per noi le beatitudini, ma sono per noi anche i «guai!».

Oggi Gesù ci chiede di metterci davanti allo “specchio” e osservarci con sincerità, o meglio: di lasciarci dire da Lui come siamo veramente, perché solo Lui ci conosce nel profondo.

Lo sguardo penetrante di Gesù

Gesù è un grande osservatore, dicevo all’inizio: il Suo sguardo è penetrante, capace di leggere nell’intimo del cuore, come appare evidente nell’incontro con quello che noi chiamiamo il “giovane ricco”:

Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (cfr Mc 10,17-22).

È uno sguardo rispettoso, carico d’Amore; Dio è capace di vedere il bene anche là dove a noi non sembra di trovarne, perché non si ferma alle apparenze:

«l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (cfr 1Sam 16,7).

Solo avendo uno sguardo così puro si possono vedere le cose come le vede Dio, e si può vedere Dio stesso:

«Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio» (Mt 5,8).

Perciò siamo chiamati a purificare il nostro sguardo, a lasciare che sia il Signore a farlo:

«Ti consiglio di comperare da me… collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista» (cfr Ap 3,17-18).

Gli occhi sono la porta del cuore

Sono troppo importanti gli occhi: è vero o no che ciò che ci colpisce subito di una persona è lo sguardo, gli occhi in particolare? Ce ne siamo accorti in modo ancor più evidente in questi due anni di pandemia, dato che le mascherine ci hanno permesso di vedere solo gli occhi delle persone…

Dallo sguardo delle persone capiamo tante cose, e ci pare di riuscire a capire anche se sono buone o cattive. D’altronde ce lo insegna anche Gesù:

«La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso» (cfr Lc 11,34-36).

Ma – ancora una volta – invece di guardare sempre e solo gli occhi degli altri, ci siamo mai fermati a considerare il nostro sguardo, i nostri occhi? Gesù infatti continua raccomandandoci:

«Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra» (Lc 11,35).

Com’è il nostro sguardo?

Ci sarà capitato tante volte di dire a un amico che – di nascosto – ci aveva scattato una foto col telefonino «cancellala!», perché non ci piaceva come eravamo “usciti”… ma ci siamo mai chiesti se quello preso di sorpresa (e senza metterci in posa) forse non era proprio il nostro sguardo più vero?

Non ci possiamo perennemente “mettere in posa”, e gli occhi non mentono:

«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono».

Quante volte guardiamo tutto e tutti con cattiveria, con superbia? Con gli altri siamo degli “emettitori seriali di scontrini fiscali”. Non a caso il vangelo di domenica scorsa ci raccomandava:

«Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati».

Solo che – a forza di tenere aggrottate le ciglia – compaiono rughe evidenti sulla nostra fronte e su tutto il viso, e il nostro sguardo diventa per sempre cattivo.

Gli occhi del Papa buono

Da qualche mese sono vicario parrocchiale a Sotto il Monte, e tutti i giorni passo sotto lo sguardo sorridente di Papa Giovanni: spesso mi trovo in imbarazzo davanti a quel volto, perché non gli somiglio per niente…

Gli occhi benevoli di Papa Giovanni XXIII

La gente l’ha subito chiamato “il Papa buono” perché il suo era uno sguardo sempre benevolo, pieno di speranza, e con il quale “accarezzava” i luoghi e le persone.

Ma non era solo una questione estetica, esteriore: non lo può essere per nessuno, e non lo era nemmeno per lui.

Fin dalla giovinezza Angelo Giuseppe Roncalli si era preparato a riempire il “serbatoio” da cui la bontà e la tenerezza potessero sgorgare copiosamente: il suo cuore, un cuore allenato all’umiltà e all’amore.

Leggendo il suo Giornale dell’anima troviamo questi propositi:

Umiltà e amore, ecco le due virtù che io mi studierò di acquistarmi… Nel Sacramento Eucaristico mi si apre una scuola celeste, dove insegna il più bravo maestro che si possa immaginare, Gesù Cristo in persona… le due scienze principali che colà vi si insegnano sono queste: umiltà e amore. Io andrò, adunque, a scuola di Gesù; colà io imparerò ad umiliarmi sempre, e ad amare sempre.

(Giovanni XXIII, Il giornale dell’anima 78, a cura di Loris F. Capovilla, Edizioni San Paolo 198913)

Insomma, uno sguardo buono non lo si improvvisa, non lo si costruisce artificiosamente, ma lo si forma alla scuola dell’unico Maestro capace di guardare tutti con Amore e misericordia.

Custodire lo sguardo, salvaguardare il cuore

Gli occhi e la bocca sono finestre dalle quali si affaccia il nostro cuore, perciò:

«L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Ma gli occhi (e le orecchie) sono anche le porte dalle quali qualsiasi cosa entra nel “serbatoio”, nello “scrigno” del nostro cuore; perciò dobbiamo stare ben attenti a cosa vi facciamo entrare: quante cattiverie e porcherie guardiamo con attenzione pruriginosa, quante maldicenze ascoltiamo con attenzione…

Il Signore ci ha donato gli occhi, ma anche le palpebre, per poterli chiudere al bisogno; ci ha donato le orecchie, ma anche le mani per poterle turare:

Colui che cammina nella giustizia e parla con lealtà…
si tura le orecchie per non ascoltare proposte sanguinarie
e chiude gli occhi per non essere attratto dal male
(cfr Is 33,14-15).

Saldi e irremovibili

Essere «puri di cuore» non significa fare i sempliciotti, ma comportarsi da persone sapienti, che sanno bene quanto sia prezioso e fragile il tesoro che portano nel cuore:

Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta (cfr 2Cor 4,6-7)

perciò non permettono che vi entri ogni cosa.

Dobbiamo custodire il nostro cuore, vegliando sui nostri occhi, sulle nostre orecchie… È un esercizio ascetico, soprattutto nel mondo di oggi, dove i Social e tutti i mezzi di comunicazione non fanno altro che bombardarci con sconcezze, cattiverie, malvagità…

Da soli non ce la possiamo fare, ma confidando nel Signore è possibile. Accogliamo – perciò – l’invito finale di san Paolo nel brano che abbiamo ascoltato come seconda lettura:

fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Se rimarremo così saldi nel Signore, se “pianteremo in Lui le nostre radici”, saremo come il giusto lodato nel Salmo Responsoriale:

Il giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio.

Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi.