Ogni male è occasione di bene

33ª Domenica del Tempo Ordinario (C)

Venezia allagata

Ml 3,19-20; Sal 98; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

Chi di noi non è mai stato a Venezia e non è rimasto ammirato dalla visione di Piazza San Marco? Non per niente è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

E chi di noi non ha visto i servizi dei telegiornali di questi giorni sulla terribile marea che ha sommerso tutto quanto?

Ecco: credo che lo sgomento che ci ha preso davanti a quelle immagini di una bellezza tanto familiare ormai irrimediabilmente danneggiata sia il sentimento che ha colto tutti davanti all’annuncio di Gesù sulla fine del maestoso tempio di Gerusalemme.

Non so chi si sia improvvisato “guida turistica” nel far notare a Gesù le belle pietre e i doni votivi di cui era ornato, ma quella giornata sarà rimasta memorabile.

Cristo non è venuto nel mondo per farsi un giro

Chiunque fosse stato (Marco e Matteo ci “spifferano” che furono i suoi stessi discepoli a fare da “cicerone”), Gesù ha voluto ribadire che lui non era lì “in gita”. A Gerusalemme ci è venuto “per lavoro”. Il suo viaggio è giunto a destinazione, e ormai si sta avvicinando il momento in cui dirà «È compiuto!» (Gv 19,30).

Quella che descrive con immagini apocalittiche, non è solo una profezia della distruzione di Gerusalemme (che avverrà veramente, ad opera delle legioni romane guidate da Tito nel 70 d.C.). L’allusione più profonda che sta alla base di questo discorso di Gesù è alla sua Passione e Morte, il dramma pasquale.

Perciò il tema non è tanto e solo la fine, ma il fine. Cambia l’articolo e – insieme – tutto il significato della parola.

La fine o il fine?

La fine (del mondo) richiama la caducità delle cose, il loro essere effimere ed evanescenti. Il fine è – invece – l’orizzonte, il traguardo, lo scopo, il motivo ultimo di tutte le cose: della storia e del mondo.

La vita di Gesù ha uno scopo ben preciso: il dono totale di sé sulla croce.

Ed è proprio perché sta parlando della sua Passione (che affronterà consapevolmente e con coraggio) che invita i discepoli a non farsi terrorizzare, a non avere paura. Li invita a resistere nella professione di fede in Lui, perché non li lascerà soli nel momento della prova e della persecuzione:

«io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere».

Gesù invita alla perseveranza. Il termine in greco (upomoné) significa “capacità di resistere sotto pressione, quando si è schiacciati”.

Da disgrazia ad occasione propizia

Il passaggio più strabiliante del discorso di Gesù – però – non sono tanto le previsioni catastrofiche di quanto accadrà, ma il fatto che i discepoli saranno capaci non solo di non temere, ma addirittura troveranno nella persecuzione un’«occasione per dare testimonianza».

Il male (per di più ingiusto) non solo non è da temere, ma è da trasformare in occasione di bene.

Come è possibile? Proprio per fede in Gesù.

La fede non è solo atteggiamento di confidenza, ma sequela. Solo calcando le orme di Gesù (quelle lasciate nel suo cammino di Passione fino alla Croce) i discepoli renderanno vera la loro fede.

Viene in mente questo passo:

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli… perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia… Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia…» (cfr Mt 7,21.24-27).

Per chi crede, e segue veramente il Signore fino alla Croce, la fine di tutte le cose coinciderà con il fine. La morte – cioè – non sarà la tragica distruzione di tutto (sogni, progetti, desideri, affetti…), ma la glorificazione della vita che si configura totalmente alla vita di Cristo (cfr Gv 12,23-38).

Due sorti ben diverse

E così, ciò che per gli empi è una disgrazia, per i timorati di Dio è, invece, occasione di bene e di Amore. Così dice anche la prima lettura, tratta dal profeta Malachia:

«Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia».

Non è che che entrino in capo due cose diverse (un forno rovente e un sole benefico): è sempre lo stesso sole di giustizia a sorgere per tutti («il Padre vostro che è nei cieli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» – Mt 5,45). Il sole di giustizia è Cristo: per chi crede è fonte di vita e di bene, per chi non crede è fiamma che consuma.

Credo non ci sia immagine migliore per spiegare questa cosa di quella usata da Gesù nella parabola del seminatore:

«Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava… una parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò… Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno» (Mt 13,3-9).

Dobbiamo imparare a vivere radicati nel Signore, aggrappati alla sua Parola, facendola diventare la regola della nostra vita, ascoltandola e mettendola in pratica, come ribadirà anche l’apostolo Giacomo:

«Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla» (Gc 1,25).

Non possiamo continuare a vivere come tutti gli altri, come persone qualsiasi. Il Signore ci ha chiamati ad essere «sale della terra e luce del mondo» (Mt 5,13-16).

Se di fronte alla vita assistiamo da semplici spettatori e non impariamo a leggere ogni cosa con fede (le cose belle come quelle più dolorose), se non parliamo con fede ai nostri contemporanei, se non ci comportiamo da persone che credono che Dio ha un fine, un disegno per l’umanità, come potremo essere testimoni del Risorto?

Non possiamo fare come tutti, che se le cose vanno bene «è normale, è fortuna, è andata bene» e invece, quando qualcosa va storto (terremoto, alluvione, disgrazia famigliare…) chiamiamo in causa il Padreterno accusandolo di ogni cosa, o – nel migliore dei casi – di essere indifferente!

Convertire il male in bene

Di fronte a molteplici sventure e disgrazie, il pio Giobbe (rispondendo alla moglie che lo tentava) disse:

«Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2,6)

Questo perché – secondo la definizione stessa di Dio:

«Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male» (Gb 2,3).

Era un uomo che, come l’apostolo Paolo secoli dopo:

«So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,12-13).

Solo aggrappando le nostre fondamenta a quella pietra angolare che è Cristo, stingendoci a Cristo, pietra viva, potremo rimanere saldi nella prova, e sapremo rendere anche il male un’occasione di bene, come Cristo, che ha fatto della Croce (il patibolo più infamante dell’epoca) il luogo più alto dell’Amore.