Parola d’ordine: “consolare”

Consolare

L’#hashtag di oggi è “consolare”: è Dio che ci invita a farci tramite del Suo immenso Amore per i nostri fratelli e sorelle che si trovano nell’afflizione.

Riflessione sulle letture di martedì 6 dicembre 2022

Letture: Is 40,1-11; Sal 95 (96); Mt 18,12-14

Il brano di Isaia che la liturgia di oggi ci propone di leggere come prima lettura è stupendo, fin dalle prime parole:

«Consolate, consolate il mio popolo
– dice il vostro Dio.

Parlate al cuore di Gerusalemme…

È un invito accorato, ripetuto ostinatamente, perché Dio sa quanto bisogno abbiano i Suoi figli di sentire il Suo Amore misericordioso che li avvolge.

Afflizione e speranza

Isaia lo fa risuonare in un momento di profondo smarrimento e afflizione per il popolo di Israele: dopo quasi quarant’anni di esilio babilonese, ma in un tempo in cui si iniziano a intravedere possibilità di liberazione (attraverso le vittorie di Ciro, che col suo editto permetterà i primi ritorni in patria).

Il profeta, colui che parla a nome di Dio, è sempre invitato a instillare parole “controcorrente”:

  1. di ammonimento e denuncia quando tutto sembra andare bene e nessuno si ricorda della Legge di Dio;
  2. di consolazione e speranza quando tutto sembra perduto e Dio sembra indifferente alla sofferenza umana.

Il Battista aveva colto soprattutto il primo di questi compiti: l’abbiamo ascoltato giusto due giorni fa nel vangelo della seconda domenica di Avvento, ma è fondamentale non tralasciare mai il secondo.

Tutti dobbiamo essere profeti

In tal senso, ogni cristiano è chiamato ad essere profeta, a dire (a se stesso e ai propri fratelli) le parole che non ci si aspetta: parole che sanno scuotere dal torpore della quotidianità, ma soprattutto parole che sanno consolare nel tempo della prova e dell’afflizione.

Cosa c’è di più dolce di una persona che ti abbraccia e – in silenzio – riempie la tua solitudine e lenisce le ferite del tuo cuore quando sei afflitto?

Mai come oggi l’uomo ha bisogno di consolazione e di sentire la tenerezza di Dio su di sé; ma questo è possibile solo se ognuno sente come proprio il compito e la vocazione a consolare i suoi fratelli:

Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio… (cfr 2Cor 1,3-7).

Un’opera di misericordia

Consolare gli afflitti è una delle sette opere di misericordia spirituali di cui forse spesso ci dimentichiamo, perché a tutti noi piace essere compresi, capiti, ascoltati… ma facciamo una fatica tremenda nell’ascoltare gli altri e aprire il nostro cuore per far entrare in noi le sofferenze altrui e portarne il peso (cfr Gal 6,2).

Ci impegniamo tutti nel fare opere di carità e di elemosina, raccogliendo viveri, vestiti, facendo donazioni a distanza… ma abbiamo poca pazienza e dimestichezza nella più grande delle opere di misericordia: consolare, ovvero farci vicini a chi è solo, riempiendo il vuoto del suo cuore.

Consolare è farsi prossimo

È il significato racchiuso nell’etimologia del verbo consolare, come sottolinea – con saggezza – anche Monsignor Ravasi:

«consolare» è sostanzialmente «stare con uno che è solo». L’idea è suggestiva perché tanta tristezza o dolore nasce proprio dall’essere soli e abbandonati, privi di una presenza che ti riscaldi, di una mano che ti accarezzi, di una parola che spezzi il silenzio e le lacrime.

(Gianfranco Ravasi, Mattutino, domenica 12 giugno 2011)

È una delle prime “leggi” stabilite da Dio durante la Sua creazione:

«Non è bene che l’uomo sia solo» (cfr Gen 2,18).

Di solitudine l’uomo si ammala e muore: non dobbiamo mai dimenticarlo, né per quanto riguarda noi stessi (quando ci rinchiudiamo ostinatamente nella nostra solitudine), né per quanto dobbiamo ai nostri fratelli (quando giriamo lo sguardo dall’altra parte, con indifferenza).

Nessuno rimanga solo

Il brano di Isaia si conclude con l’immagine stupenda del pastore forte e dolce allo stesso tempo:

«Come un pastore egli fa pascolare il gregge
e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto
e conduce dolcemente le pecore madri».

Sono immagini che anticipano la parabola della pecorella smarrita del vangelo di oggi, che ancora una volta ci ricorda che Dio, nostro Padre Celeste, non vuole che «neanche uno di questi piccoli si perda».

È un’ossessione di Dio, e deve diventare pure la nostra: nessuno deve rimanere solo!

Perciò siamo chiamati – sempre o dovunque – a consolare, a farci vicino a chi è solo.

#appuntalaparola: consolare!

Nel mio ministero di confessore presso il Santuario di Sotto il Monte ho la grazia di poter esercitare ogni giorno questo servizio prezioso, ma sento che non mi posso accontentare di accogliere le solitudini che il Signore mi manda: spesso chi è solo non ha nemmeno la forza di chiedere conforto e allora bisogna andare a cercarlo, come il pastore della parabola.

Non possiamo aspettare che i fratelli che vivono la solitudine ci “caschino addosso”: dobbiamo andare a cercarli noi.

Occorre aprire gli occhi del cuore e saper penetrare le ombre che oscurano la vita degli uomini, e portare loro una luce. Basta un gesto, una parola semplice e rispettosa: «tutto bene? posso fare qualcosa per te? Se vuoi sono qui…»

Ecco l’hashtag che ci consegniamo a vicenda oggi: #consolare.