Partorire Dio. Maria Santissima Madre di Dio

Per il cristiano "partorire" di Dio significa dagli un corpo, ascoltando fattivamente la Sua Parola e mettendola in pratica

Per il cristiano “partorire” di Dio significa dagli un corpo, ascoltando fattivamente la Sua Parola e mettendola in pratica, come fece Maria|

Nm 6,22-27; Sal 67; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

Due anni fa mi sono soffermato sulla prima lettura di questa solennità, prendendo l’occasione per chiarire che noi cristiani – quando inizia un nuovo anno – siamo chiamati non a farci gli auguri, ma a benedirci a vicenda, come Dio “dice bene” di noi.

L’anno scorso – reduce dall’esperienza inattesa della pandemia – sognavo ad occhi aperti il giorno in cui avremmo potuto finalmente togliere la mascherina, liberandoci di tutte quelle restrizioni che tanto ci hanno fatto (e ci fanno) soffrire… ma invitavo tutti (e me stesso per primo) alla conversione dello sguardo e dei gesti di cui tanto desideriamo riappropriarci.

Quest’anno voglio riportare l’attenzione su Maria, perché è lei che la Liturgia ci fa celebrare e contemplare ancora una volta.

La storia di questa festa

La solennità di Maria Santissima Madre di Dio è la prima festa mariana comparsa nella Chiesa occidentale e – originariamente – rimpiazzava l’uso pagano delle strenae (strenne), i cui riti contrastavano con la santità delle celebrazioni cristiane.

Il Natale Sanctae Mariae cominciò ad essere celebrato a Roma intorno al VI secolo, probabilmente in concomitanza con la dedicazione di una delle prime chiese mariane di Roma: Santa Maria Antiqua.

La liturgia veniva ricollegata a quella del Natale, e il 1° gennaio fu chiamato in octava Nativitatis Domini, in ricordo del rito compiuto otto giorni dopo la nascita di Gesù (proclamando il vangelo della circoncisione, che dava nome anch’essa alla festa che inaugurava l’anno nuovo).

Nel 1931 Pio XI la collocò l’11 ottobre, nella ricorrenza del XV anniversario del Concilio di Efeso, che aveva sancito solennemente una verità tanto cara al popolo cristiano: Maria è vera Madre di Cristo, che è vero Figlio di Dio.

Solo la recente riforma del calendario liturgico (1968) ha riportato al 1° gennaio la festa della divina maternità di Maria.

Cosa vuole dire “Madre di Dio”?

Quello proposto dalla Chiesa cristiana sembra l’unico caso accertato nella storia che una creatura sia venerata come “Madre di Dio”.

Il dogma sancito ad Efeso afferma che in Cristo sussiste la natura umana e divina nell’unica persona del Verbo di Dio, e – di conseguenza – Maria come Madre di Cristo è anche Madre di Dio (in greco Theotókos, da Theòs – “Dio” e tìkto – “partorire”; in latino Deìpara, da Deus – “Dio” e parere – “partorire”).

La traduzione italiana (“Madre di Dio”) – però – non rende bene il senso né del vocabolo greco né di quello latino, anzi: potrebbe dare adito a qualche difficoltà, se non si è abbastanza attenti. In italiano – infatti – il termine “madre” indica normalmente colei che genera, ossia colei da cui ha origine il figlio; invece, i due termini classici (greco e latino) indicano solo colei che ha partorito.

È una distinzione delicata che introduce al mistero: Maria ha dato alla luce – in “carne umana” – il Verbo (seconda persona della Santissima Trinità). Teologicamente parlando, quindi, il dogma è più di natura cristologica che mariana, nel senso che asserisce qualcosa meno su Maria che su Cristo.

Il mistero dell’Incarnazione

La finalità del dogma, infatti, era chiarire la relazione tra le due nature di Cristo.

Il mistero dell’Incarnazione consiste proprio in questo: Cristo ha due nature (Divina e Umana) e una sola Persona, quella del Verbo. Le due Nature sono in perfetta unione nella Persona di Cristo, e non sono separate.

Cristo – allora – è allo stesso tempo vero Dio (Natura e Persona del Verbo) e vero Uomo (solo Natura Umana, senza Persona Umana).

Non abbiamo tempo né spazio qui, per approfondire ulteriormente un tema teologico così complicato e profondo, ma per chi avesse tempo e “coraggio”, si può trovare un approfondimento sul sito SantieBeati.it (e un altro più sintetico su quello di Famiglia Cristiana).

«Guardare ma non toccare»?

Gesù, Figlio di Dio, è nato da Maria: da questa eccelsa ed esclusiva prerogativa derivano alla Vergine tutti i titoli di onore che le attribuiamo e con cui la festeggiamo durante l’anno liturgico.

Ma a noi cosa serve questa festa? Possiamo forse partorire Dio a nostra volta?

Se la risposta è “no” (visto che ho appena affermato che la divina maternità è una prerogativa esclusiva della Santa Vergine), che senso avrebbe per noi fermarci a contemplare Maria in qualcosa che riguarda solo lei? La Madonna ha forse bisogno dei nostri salamelecchi?

Come dico sempre, non dobbiamo mettere Maria sopra un trono o chiuderla dentro una nicchia, perché Ella è per noi come esempio e modello da imitare e segno di sicura speranza di ciò che Dio ci ha predestinati ad essere, singolarmente e come Chiesa.

Ma come possiamo imitarla nel “partorire” Dio a nostra volta?

“Partorire” Dio

Per quanto la divina maternità in senso strettamente “fisico” riguardi solo Maria, tutti noi siamo chiamati non solo a contemplare passivamente la Madre di Dio, ma a diventare noi stessi “madri di Dio”, a “partorire” Dio.

Come è possibile?!

Per capirlo, ci vengono in aiuto due brani di vangelo:

E andarono da lui [Gesù] la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,19-21).


[Mentre Gesù parlava] una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11,27-28)

Le due risposte di Gesù – che a primo acchito sembrano “squalificare” l’importanza di Maria – in realtà ci indicano la strada possibile da seguire per imitare la Madonna nel suo essere la Madre di Dio.

Secondo quanto afferma Gesù, per essere suoi parenti («miei fratelli») e per poterlo “partorire” (ovvero essere «sua madre»), c’è una sola via: ascoltare la Sua Parola e osservarla, mettendola in pratica.

È proprio quello che ha fatto Maria!

Maria è diventata madre molto tempo prima del giorno di Natale (quando diede alla luce Gesù): la maternità di Maria è iniziata nel momento stesso in cui Ella ha accolto il disegno di Dio pronunciando il suo “Eccomi”:

«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (cfr Lc 1,26-38).

Un ascolto fattivo

Quello di Maria nei confronti della Parola di Dio non è stato un ascolto passivo, ma una accoglienza attiva, quella che Giovanni ci ricordava nel suo Prologo il giorno di Natale:

a quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12).

La Parola eterna di Dio (il Verbo) ha trovato “casa” nel cuore di Maria (prima ancora che nel suo grembo): per questo ha potuto “prendere dimora” stabile (cfr Gv 1,14) in lei e – dopo la Sua nascita – tra gli uomini.

Nella sua lettera, l’apostolo Giacomo ci raccomanda:

accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi (Gc 1,21-22).

Ecco come possiamo “partorire Dio” a nostra volta: anzitutto accogliendo in noi la Parola del Dio vivente in modo fattivo, mettendola in pratica.

Mettere in pratica la Sua parola, significa «comportarsi come Lui si è comportato», come ci ricorda l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera:

Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui (cfr 1Gv 2,3-6).

Dare un corpo a Cristo

Sostanzialmente, si tratta di rendere presente nuovamente e continuamente Cristo in carne e ossa nel nostro essere, agendo come persone abitate dalla Sua Parola. Si tratta di arrivare a poter dire – come (e con) san Paolo:

non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me (Gal 2,20).

È ciò che hanno fatto tanti santi, come san Francesco d’Assisi, che – proprio per questo – è stato chiamato l’alter Christus.

Per il cristiano “partorire” di Dio significa dagli un corpo, come ascoltavamo nella seconda lettura dell’ultima domenica di Avvento:

entrando nel mondo, Cristo dice:
«tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato»
(Eb 10,5).

La liturgia di quella domenica ci proponeva questo passaggio della Lettera agli Ebrei immediatamente prima del vangelo della Visitazione, nel quale Elisabetta – colmata di Spirito Santo – riconobbe Maria come la «Madre del mio Signore».

Sia Elisabetta che Giovanni Battista (ancora nel suo grembo) riconobbero in Maria la presenza stessa di Gesù Cristo, perché Maria in quel momento era lei stessa il corpo di Gesù (prima ancora di darlo alla luce!), avendo «creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto», avendo – cioè – accolto fattivamente la Sua Parola.

Siamo Corpo di Cristo

Ricordandoci sempre che – come Chiesa – siamo chiamati ad essere il Corpo Mistico di Cristo.

Nutrendosi ogni giorno con sincerità dell’Eucaristia (non solo celebrandola in chiesa, ma traducendola in carità concreta verso i fratelli) il cristiano “partorisce” Dio, ovvero gli dona il proprio corpo (assieme a quello di tutti i fratelli) perché Cristo possa rendersi ancora presente fisicamente e donare il Suo Amore al mondo.

Come abbiamo visto, la strada per essere “Madri di Dio” – come e con Maria – è tracciata.

Perciò, all’inizio di questo nuovo anno, ci auguriamo che le persone – incontrandoci – possano esclamare assieme ad Elisabetta:

«A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?»