28a Domenica del Tempo Ordinario

2Re 5,14-17; Sal 98; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

Il vangelo di oggi va a scavare nel profondo del nostro rapporto con Dio.

Quei dieci lebbrosi (di cui uno solo torna a ringraziare Gesù scoprendosi miracolosamente guarito) ci aiutano a scandagliare il cuore dell’uomo.

Non è un caso che Luca (per descrivere l’atto del lebbroso che torna a ringraziare Gesù) abbia usato in greco il verbo eucharistèo, che è quello che ha dato origine alla nostra Eucaristia.

Che cos’è la Santa Messa? È eucharistìa, ovvero “ringraziamento”.

È la lode, il “grazie” che sale dall’uomo (che si riconosce povero e indegno) a Dio, riconosciuto come la fonte e l’origine di ogni bene, Colui che – nel suo Figlio morto e risorto – ci ha dato tutto se stesso.

Dovere o grazia?

Ora chiediamoci che cosa è oggi invece – per la maggior parte dei cristiani – la Messa?

Un obbligo (precetto), un peso, un dovere, un’abitudine…

E chiediamoci anche noi – che magari ci andiamo ancora per fede e convintamente -: davvero nella Messa il nostro atteggiamento è quello del ringraziare con tutto noi stessi, come il lebbroso che «vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo»?

O siamo lì anche noi perché pensiamo di dover qualcosa a Dio?

Ho l’impressione che tante volte viviamo la Messa come «qualcosa che dobbiamo dare in cambio al Signore» per quello che Lui fa per noi (o – nel peggiore dei casi – «perché così almeno è contento»).

Quando uno ci fa un regalo (magari inaspettato o immotivato) e noi – imbarazzati – diciamo «grazie!», pensiamo forse che quella parola abbia lo stesso valore del regalo ricevuto, o del gesto e dell’affetto che ci stanno dietro?

No, ovviamente.

E infatti, – se siamo onesti – il primo sentimento che nasce nel cuore, oltre alla gratitudine, purtroppo, è un certo disagio che ci fa sentire in dovere di fare anche noi – a nostra volta – un regalo a quella persona.

Questo succede perché abbiamo smarrito il senso della gratuità, del disinteresse vero e spontaneo.

Nessuno fa più nulla senza avere anche solo il recondito desiderio di sentirsi – quantomeno – ringraziare.

È vero, un «grazie» non fa mica schifo.

Ma dobbiamo ancora una volta riprendere in mano l’insegnamento finale del Vangelo di domenica scorsa:

«quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10).

È l’unico modo per assomigliare a Dio.

Egli non si aspetta nulla in cambio da noi, e nulla ci dà come “paga” di qualcosa che noi abbiamo fatto per Lui.

Non è un caso se – anche nel nostro modo di esprimerci – la parola gratis ha ormai assunto una denotazione negativa e odiosa, soprattutto quando la usiamo per sottolineare che molte persone si aspettano sempre e solo di ricevere tutto come dovuto, senza mostrare il benché minimo sentore di dover – almeno – ringraziare.

Quando qualcuno si approfitta della nostra generosità protestiamo dicendo «non è che qui è tutto sempre gratis et amore Dei!».

Re-imparare a dire “grazie” sinceramente

Gratis è un termine latino (che è la forma sincopata di gratiis, ablativo di gratia) che significa “per grazia, per pura benevolenza”.

E il corrispondete greco di grazia è charis, da cui viene il verbo eucharistèo, “ringraziare, mostrare gratitudine”.

Il senso vero, originale, del termine gratis è – appunto – dare senza aspettarsi nulla in cambio, e non sentirsi in dovere di dare altrettanto se si è ricevuto qualcosa, se non il dire «grazie!» con gioia e riconoscenza, come il lebbroso della pagina di vangelo odierna.

Ecco: questo è il senso dell’eucharistìa.

Purtroppo però, riconosciamo anche in noi stessi (che adiamo convintamente e con fede a Messa ogni domenica) che nel fondo del nostro cuore abita ancora troppo spesso una mentalità pagana dove la religione è un rapporto “dare-avere”, in cui – per “tenere buone” le divinità ed evitare la loro ira – occorre fare qualcosa di impegnativo e costoso (nella mentalità ancestrale si arrivava addirittura al sacrificio umano!).

Viviamo il nostro rapporto con Dio come un “sacrificio” (da bambini dicevamo “un fioretto”) che dobbiamo fare per “renderlo contento e buono con noi”…

Quando invece non ci ricordiamo che nella Messa (che si chiama – appunto – “sacrificio eucaristico”) l’unico sacrificio è quello del Figlio di Dio, l’Agnello che toglie il peccato del mondo.

Il Signore non vuole da noi alcun contraccambio.

Il suo Amore per noi è gratis nel senso originale della parola: è per pura benevolenza sua verso di noi.

Anche perché il sacrificio di una vita non potrà mai essere ripagato!

Se io posso restituire 10€ a chi me li ha prestati (magari anche con l’interesse, perché noi siamo fatti così), non potrò mai restituire la vita ad uno che è morto per salvare me.

Avessi anche il coraggio di morire a mia volta, sicuramente non potrei farlo per lui, perché lui non c’è più, la sua vita è già stata donata, definitivamente, e non potrà vedere né godere del mio gesto.

Il modo in cui viviamo la Santa Messa è la cartina di tornasole per scoprire di che tipo è la nostra religiosità, il nostro rapporto con Dio.

Siamo come il lebbroso samaritano che capisce che l’unica cosa che conta è dire «grazie!» con tutte le proprie forze a Dio?

Oppure come gli altri nove che pensano che basti «presentarsi ai sacerdoti», fare dei gesti rituali, per adempiere ad un dovere religioso?